In sottomarino con i Beatles
Stefano Pistolini , di STEFANO PISTOLINIDue libri su Yellow Submarine ripropongono il cartone psichedelico dei Fab Four: con Pepperland, il vecchio Fred e i Biechi Blu il Sessantotto si tinse di giallo
Sebbene la loro parabola fosse agli sgoccioli, il 1968 fu un’annata prolifica e produttiva per i Beatles, la band la cui storia coincide con un decennio magico, di cui è simbolo, causa ed effetto. In un complicato affresco d’epoca, attorno al quartetto di Liverpool corrono i sommovimenti sociali e le turbolenze rivoluzionarie del tempo, l’immanenza dei due Kennedy e di Martin Luther King Jr., della Manson Family e di Che Guevara, i brividi della corsa alla Luna, delle cronache dal Vietnam e da Praga, i terremoti della liberazione sessuale, dell’onda psichedelica, dell’Oriente-nuova Mecca. Soprattutto, si edifica la presa di possesso della gioventù come nuova forza del cambiamento.
Nel 1965 i Beatles erano transitati anche da noi, poco prima di mettere fine alla loro surreale dimensione “live”, ormai trasformata in un incontrollabile esercizio d’erotismo di massa. I nostri distratti intellettuali li liquidarono con suffici…
Nel 1965 i Beatles erano transitati anche da noi, poco prima di mettere fine alla loro surreale dimensione “live”, ormai trasformata in un incontrollabile esercizio d’erotismo di massa. I nostri distratti intellettuali li liquidarono con suffici…
Sebbene la loro parabola fosse agli sgoccioli, il 1968 fu un’annata prolifica e produttiva per i Beatles, la band la cui storia coincide con un decennio magico, di cui è simbolo, causa ed effetto. In un complicato affresco d’epoca, attorno al quartetto di Liverpool corrono i sommovimenti sociali e le turbolenze rivoluzionarie del tempo, l’immanenza dei due Kennedy e di Martin Luther King Jr., della Manson Family e di Che Guevara, i brividi della corsa alla Luna, delle cronache dal Vietnam e da Praga, i terremoti della liberazione sessuale, dell’onda psichedelica, dell’Oriente-nuova Mecca. Soprattutto, si edifica la presa di possesso della gioventù come nuova forza del cambiamento.
Nel 1965 i Beatles erano transitati anche da noi, poco prima di mettere fine alla loro surreale dimensione “live”, ormai trasformata in un incontrollabile esercizio d’erotismo di massa. I nostri distratti intellettuali li liquidarono con sufficienza. Perfino Pier Paolo Pasolini appare ben più che scettico quando scrive: «Non mi so spiegare il successo dei Beatles. Questi quattro giovani completamente privi di fascino che suonano una musica bellina». Anche la nostra discografia nazionale a lungo non li capì, mostrandosi addirittura restia a pubblicare i dischi della band. Del resto la globalizzazione era una chimera e a catalizzare le attenzioni della nostra informazione erano dei quadri di disordine ben più preoccupanti, collocati in quell’arco che congiunge le iniziative repressive di Tambroni a quanto covava nella facoltà di Architettura dell’Università di Roma.
Eppure i Beatles, in realtà prodotto di un’era già superata, ovvero di quel frugale dopoguerra britannico nel quale s’erano depositati i fatali germi dell’anticonformismo, grazie alla loro naturale predisposizione a cambiare – esiste gruppo con un repertorio più variegato? – e all’istinto che li portava a combaciare sempre con la cosa del momento, vivevano il ’68 e gli international times come fossero il loro cortile di casa. Avevano inaugurato l’anno andando su e giù con l’India, consumando a doppia velocità la sbornia mistica nel mondanissimo ashram del Maharishi, individualmente coinvolti a vario grado, in linea di massima considerandola una parentesi istruttiva, con l’eccezione di George Harrison, che su quelle speculazioni incentrerà il proprio futuro stile di vita.
A marzo Lady Madonna li aveva rispediti al n.1 delle classifiche, mentre facevano incetta di Grammy per Sgt. Pepper, che nel ’67 aveva stravolto i connotati della pop music. A questo punto John, Paul e i loro collaboratori più fidati stavano ponendo le basi, non solo artisticamente ma anche dal punto di vista imprenditoriale, per un radicale ribaltamento degli scenari: fondando la Apple, i Beatles diventavano infatti padroni assoluti non solo della loro musica, ma di tutto l’indotto che le ruotava attorno – ovvero una sterminata distesa di oggetti d’intrattenimento e di merchandising capace di turbare e influenzare la società occidentale. Era il segno della conseguita maturità (o della perdita dell’innocenza?) degli ex ragazzi prodigio, confermata dalle nuove relazioni sentimentali che stavano stabilendo in quelle settimane, generando qualcosa che oggi chiameremmo “Beatles 2.0”: ecco infatti Yoko Ono fare la sua comparsa al fianco di John e Linda Eastman accanto a Paul, due ragazze che più differentemente geniali non potevano spuntare, a completamento di quel quadro vertiginoso. E che questo fosse il momento di grazia che precede la tempesta perfetta, i Beatles lo dimostrano anche dal punto di vista musicale: le esperienze accumulate, la perenne capacità di spingere la fase creativa oltre gli standard del tempo (oltre la canzone da tre minuti, ad esempio) allestendo produzioni del tutto originali, prende forma nelle registrazioni primaverili a Kinfauns, il bungalow di Harrison vicino a Esher. Qui, i quattro Beatles attingono febbrilmente al serbatoio di sperimentazione accumulata negli ultimi mesi, rimpinzando uno spartano registratore Ampex con la più formidabile quantità di qualità musicale da loro mai prodotta, la stessa che poco più avanti, a Abbey Road, inciderà i solchi dell’enciclopedico doppio Album Bianco.
Poi, d’un tratto, in mezzo a questo profluvio d’arte e modernità, ecco spuntare il sottomarino giallo. A prima vista somiglia al brutto anatroccolo della situazione. Yellow Submarine (canzone già pubblicata nel 1966 in Revolver) nasce infatti sotto forma di lungometraggio come soluzione di un problema contrattuale, ovvero per adempiere a obblighi preesistenti. Brian Epstein parecchio tempo prima aveva negoziato con la United Artists la realizzazione di un film di animazione sulla band, ma i baronetti si erano sempre sentiti estranei al progetto, e tali restavano ora che la loro vena espressiva puntava in tutt’altra direzione. Da un lato, dunque, mostrarono scarso entusiasmo per l’affare. Dall’altro, con la disciplina e l’umiltà professionale che li ha sempre contraddistinti, si adattarono di buon grado a fornire alcune canzoni che permettessero il completamento del lavoro, incaricando poi il produttore George Martin di sobbarcarsi le orchestrazioni che avrebbero sostenuto il grosso del film.
A spendersi di più non li spinse nemmeno l’essere in presenza di uno dei primi prodotti veramente multimediali dell’epoca. Solo John si divertì a suggerire alcune bizzarre ideazioni per lo sviluppo di una sceneggiatura problematica, a ottimizzare la quale venne alla fine convocato niente meno che Eric Segal, l’autore di Love Story e il Re Mida della narrativa del momento. Dai Fab Four arrivarono solo quattro canzoni inedite e una breve apparizione in carne ed ossa in coda al film.
Nemmeno le voci che doppiavano i loro personaggi animati erano dei Beatles. Perciò fu un vero colpo di scena il fatto che, quando John e soci presero visione del prodotto finito, ne restarono conquistati: il geniale tratto grafico del designer Heinz Edelmann, l’iper-psichedelica messinscena della storia di Pepperland e dell’invasione dei Biechi Blu, l’incanto del sottomarino giallo guidato dal vecchio Fred all’insegna del potere dell’amore e della musica, apparvero loro qualcosa degno di ciò che sapevano realizzare in studio di registrazione, con in più quel concept “video-album a cartoni animati” che davvero non aveva precedenti, se non nella extravaganza disneyana Fantasia, che però parlava ben altra lingua.
Da quel momento i Beatles credono nel progetto e lo sostengono. Eppure il film, che esce a fine 1968 (la colonna sonora arriverà nei negozi solo a inizio 1969) è un tonfo al botteghino, probabilmente perché non si capisce a chi sia indirizzato, se ai soli fan, ai grandi o ai piccini. La critica invece ne resta ammaliata: una volta tanto il totem beatlesiano è solo uno strumento per un prototipo artistico che, sotto forma di una storiella a cartoni, afferra miracolosamente la percezione estetica e lo spirito dei tempi. Ancora oggi se ne può cogliere il gusto, sfogliando l’edizione italiana del libro illustrato che completò l’architettura multisensoriale del sottomarino giallo capace di salvare il mondo. La pubblica Gallucci, in doppia versione: un album da sfogliare e con cui riempirsi gli occhi (pp. 40, euro 15) e un’irresistibile mini-edizione a fisarmonica con pagine pop-up (pp. 24, euro 9,90), omaggio d’antan a questo capolavoro, non solo del cinema d’animazione, ma anche del design. Sono due piccoli must per amatori o anche delle scoperte succose per giovani esploratori dei tempi andati. Perfino i quattro di Liverpool, che spesso ironizzavano sull’involontario mandato da santoni di cui erano stati investiti da una generazione, finirono per parlare con grande rispetto di quel progetto, del quale in fondo si sentivano protagonisti involontari. E già allora, per bocca di George lo definirono, con rara preveggenza, «un classico».
Sul Venerdì del 15 giugno
Nel 1965 i Beatles erano transitati anche da noi, poco prima di mettere fine alla loro surreale dimensione “live”, ormai trasformata in un incontrollabile esercizio d’erotismo di massa. I nostri distratti intellettuali li liquidarono con sufficienza. Perfino Pier Paolo Pasolini appare ben più che scettico quando scrive: «Non mi so spiegare il successo dei Beatles. Questi quattro giovani completamente privi di fascino che suonano una musica bellina». Anche la nostra discografia nazionale a lungo non li capì, mostrandosi addirittura restia a pubblicare i dischi della band. Del resto la globalizzazione era una chimera e a catalizzare le attenzioni della nostra informazione erano dei quadri di disordine ben più preoccupanti, collocati in quell’arco che congiunge le iniziative repressive di Tambroni a quanto covava nella facoltà di Architettura dell’Università di Roma.
Eppure i Beatles, in realtà prodotto di un’era già superata, ovvero di quel frugale dopoguerra britannico nel quale s’erano depositati i fatali germi dell’anticonformismo, grazie alla loro naturale predisposizione a cambiare – esiste gruppo con un repertorio più variegato? – e all’istinto che li portava a combaciare sempre con la cosa del momento, vivevano il ’68 e gli international times come fossero il loro cortile di casa. Avevano inaugurato l’anno andando su e giù con l’India, consumando a doppia velocità la sbornia mistica nel mondanissimo ashram del Maharishi, individualmente coinvolti a vario grado, in linea di massima considerandola una parentesi istruttiva, con l’eccezione di George Harrison, che su quelle speculazioni incentrerà il proprio futuro stile di vita.
A marzo Lady Madonna li aveva rispediti al n.1 delle classifiche, mentre facevano incetta di Grammy per Sgt. Pepper, che nel ’67 aveva stravolto i connotati della pop music. A questo punto John, Paul e i loro collaboratori più fidati stavano ponendo le basi, non solo artisticamente ma anche dal punto di vista imprenditoriale, per un radicale ribaltamento degli scenari: fondando la Apple, i Beatles diventavano infatti padroni assoluti non solo della loro musica, ma di tutto l’indotto che le ruotava attorno – ovvero una sterminata distesa di oggetti d’intrattenimento e di merchandising capace di turbare e influenzare la società occidentale. Era il segno della conseguita maturità (o della perdita dell’innocenza?) degli ex ragazzi prodigio, confermata dalle nuove relazioni sentimentali che stavano stabilendo in quelle settimane, generando qualcosa che oggi chiameremmo “Beatles 2.0”: ecco infatti Yoko Ono fare la sua comparsa al fianco di John e Linda Eastman accanto a Paul, due ragazze che più differentemente geniali non potevano spuntare, a completamento di quel quadro vertiginoso. E che questo fosse il momento di grazia che precede la tempesta perfetta, i Beatles lo dimostrano anche dal punto di vista musicale: le esperienze accumulate, la perenne capacità di spingere la fase creativa oltre gli standard del tempo (oltre la canzone da tre minuti, ad esempio) allestendo produzioni del tutto originali, prende forma nelle registrazioni primaverili a Kinfauns, il bungalow di Harrison vicino a Esher. Qui, i quattro Beatles attingono febbrilmente al serbatoio di sperimentazione accumulata negli ultimi mesi, rimpinzando uno spartano registratore Ampex con la più formidabile quantità di qualità musicale da loro mai prodotta, la stessa che poco più avanti, a Abbey Road, inciderà i solchi dell’enciclopedico doppio Album Bianco.
Poi, d’un tratto, in mezzo a questo profluvio d’arte e modernità, ecco spuntare il sottomarino giallo. A prima vista somiglia al brutto anatroccolo della situazione. Yellow Submarine (canzone già pubblicata nel 1966 in Revolver) nasce infatti sotto forma di lungometraggio come soluzione di un problema contrattuale, ovvero per adempiere a obblighi preesistenti. Brian Epstein parecchio tempo prima aveva negoziato con la United Artists la realizzazione di un film di animazione sulla band, ma i baronetti si erano sempre sentiti estranei al progetto, e tali restavano ora che la loro vena espressiva puntava in tutt’altra direzione. Da un lato, dunque, mostrarono scarso entusiasmo per l’affare. Dall’altro, con la disciplina e l’umiltà professionale che li ha sempre contraddistinti, si adattarono di buon grado a fornire alcune canzoni che permettessero il completamento del lavoro, incaricando poi il produttore George Martin di sobbarcarsi le orchestrazioni che avrebbero sostenuto il grosso del film.
A spendersi di più non li spinse nemmeno l’essere in presenza di uno dei primi prodotti veramente multimediali dell’epoca. Solo John si divertì a suggerire alcune bizzarre ideazioni per lo sviluppo di una sceneggiatura problematica, a ottimizzare la quale venne alla fine convocato niente meno che Eric Segal, l’autore di Love Story e il Re Mida della narrativa del momento. Dai Fab Four arrivarono solo quattro canzoni inedite e una breve apparizione in carne ed ossa in coda al film.
Nemmeno le voci che doppiavano i loro personaggi animati erano dei Beatles. Perciò fu un vero colpo di scena il fatto che, quando John e soci presero visione del prodotto finito, ne restarono conquistati: il geniale tratto grafico del designer Heinz Edelmann, l’iper-psichedelica messinscena della storia di Pepperland e dell’invasione dei Biechi Blu, l’incanto del sottomarino giallo guidato dal vecchio Fred all’insegna del potere dell’amore e della musica, apparvero loro qualcosa degno di ciò che sapevano realizzare in studio di registrazione, con in più quel concept “video-album a cartoni animati” che davvero non aveva precedenti, se non nella extravaganza disneyana Fantasia, che però parlava ben altra lingua.
Da quel momento i Beatles credono nel progetto e lo sostengono. Eppure il film, che esce a fine 1968 (la colonna sonora arriverà nei negozi solo a inizio 1969) è un tonfo al botteghino, probabilmente perché non si capisce a chi sia indirizzato, se ai soli fan, ai grandi o ai piccini. La critica invece ne resta ammaliata: una volta tanto il totem beatlesiano è solo uno strumento per un prototipo artistico che, sotto forma di una storiella a cartoni, afferra miracolosamente la percezione estetica e lo spirito dei tempi. Ancora oggi se ne può cogliere il gusto, sfogliando l’edizione italiana del libro illustrato che completò l’architettura multisensoriale del sottomarino giallo capace di salvare il mondo. La pubblica Gallucci, in doppia versione: un album da sfogliare e con cui riempirsi gli occhi (pp. 40, euro 15) e un’irresistibile mini-edizione a fisarmonica con pagine pop-up (pp. 24, euro 9,90), omaggio d’antan a questo capolavoro, non solo del cinema d’animazione, ma anche del design. Sono due piccoli must per amatori o anche delle scoperte succose per giovani esploratori dei tempi andati. Perfino i quattro di Liverpool, che spesso ironizzavano sull’involontario mandato da santoni di cui erano stati investiti da una generazione, finirono per parlare con grande rispetto di quel progetto, del quale in fondo si sentivano protagonisti involontari. E già allora, per bocca di George lo definirono, con rara preveggenza, «un classico».
Sul Venerdì del 15 giugno