La profezia di Stiglitz: un’Europa trumpizzata
Federico Rampini , dal nostro corrispondente FEDERICO RAMPINI
NEW YORK. «Proto-fascista» è una delle definizioni che Joseph Stiglitz dà di Donald Trump. Dire che il premio Nobel dell’economia è all’opposizione di questa amministrazione è un understatement. Eppure... L’uscita in Italia del nuovo saggio di Stiglitz, edizione ampiamente riveduta e corretta del suo “classico” del 2002 – La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi) – è l’occasione per ricordare che, all’origine, la critica più radicale della globalizzazione veniva da sinistra; molto prima che se ne impadronisse la nuova destra populista, lei sì, trasformandola in una bandiera vincente, Stiglitz – illustre esponente della sinistra neokeynesiana – fu uno dei teorici più autorevoli sui danni della liberalizzazione degli scambi. Così come è stato, ed è tuttora, un fiero contestatore dell’euro: non a caso ha una folta audience…
NEW YORK. «Proto-fascista» è una delle definizioni che Joseph Stiglitz dà di Donald Trump. Dire che il premio Nobel dell’economia è all’opposizione di questa amministrazione è un understatement. Eppure... L’uscita in Italia del nuovo saggio di Stiglitz, edizione ampiamente riveduta e corretta del suo “classico” del 2002 – La globalizzazione e i suoi oppositori (Einaudi) – è l’occasione per ricordare che, all’origine, la critica più radicale della globalizzazione veniva da sinistra; molto prima che se ne impadronisse la nuova destra populista, lei sì, trasformandola in una bandiera vincente, Stiglitz – illustre esponente della sinistra neokeynesiana – fu uno dei teorici più autorevoli sui danni della liberalizzazione degli scambi. Così come è stato, ed è tuttora, un fiero contestatore dell’euro: non a caso ha una folta audience italiana nel Movimento 5 Stelle. Ora, in questo libro, fa un po’ di autocritica. Nella prima versione – scritta quando aveva lasciato da poco il suo incarico ai vertici della Banca Mondiale – ammette di avere sottovalutato i benefici della globalizzazione, in particolare per i Paesi emergenti. Al tempo stesso arricchisce di dati e analisi il suo bilancio sui danni in termini di diseguaglianze sociali e impoverimento dei lavoratori nei Paesi avanzati. E sono proprio questi lavoratori ad essersi spostati a destra, votando per Trump in America e per dei simil-Trump in vari Paesi d’Occidente. Quando lo vado a trovare nel suo ufficio alla Columbia University di New York, è inevitabile affrontare questo nodo: perché le picconate di Trump contro l’ordine globale non piacciono a colui che di quest’ordine è stato uno dei primi e più incisivi avversari. Nel suo libro lei sostiene che Trump sta distruggendo il soft power dell’America. Ma questo declino d’influenza non è un fenomeno di lungo periodo, ben visibile già sotto altri presidenti, Barack Obama incluso? Del resto, lei attaccò Obama quando lui stava tentando di far passare l’ultimo trattato di libero scambio, il Tpp, con l’Asia-Pacifico. «Il declino è naturale, l’ascesa dei Paesi emergenti ci rende meno grossi e potenti in termini relativi. Ma due eventi – l’invasione dell’Iraq nel 2003 e la crisi economica del 2008 – hanno minato la credibilità dell’America. L’elezione di Obama fu un momento di ripresa, per l’impressione che diede di un superamento della questione razziale. Trump ha più che compensato in negativo, col suo sessismo e razzismo. Sul Tpp Obama poneva quest’alternativa: le nuove regole degli scambi e degli investimenti internazionali le definiamo noi, oppure sarà la Cina a farle. C’era una sorta di implicito neocolonialismo dietro quell’idea che l’America potesse dettare regole all’Asia. Il ridimensionamento dell’America in questo senso va accettato».
Lei scrive che lo Stato di diritto, il rispetto di regole universali e valide per tutti, è fondamentale sia all’interno di ogni economia sia sui mercati globali. Però le regole possono essere cambiate, adattate all’evoluzione della realtà. Quelle che furono negoziate tra il 1999 e il 2001, in occasione dell’ingresso della Cina nella World Trade Organization (Wto, l’organizzazione del commercio mondiale) oggi sono superate. Quella Cina era poverissima, oggi è una superpotenza. Qual è l’approccio giusto per riscrivere le regole?
«Non sono d’accordo sulla premessa. La Cina è ancora una nazione emergente, il suo reddito pro capite è un quinto di quello americano. Certo, in quella vastissima economia ci sono anche settori sofisticati, e può darsi che sia sul punto di superarci nell’intelligenza artificiale. Ma rimane molto più povera di noi. Sono d’accordo, alcune regole vanno riviste, per esempio sulla proprietà intellettuale, purché a guidare il gioco non siano le lobby che rappresentano le multinazionali. E comunque non sarà mai facile definire regole eque, quando i sistemi economici sono profondamente diversi. Faccio un esempio che riguarda l’intelligenza artificiale, il nuovo ruolo dei social media e i Big Data, tutte cose che non si potevano immaginare nel 1999: la Cina è meno sensibile alla protezione della privacy individuale rispetto agli Stati Uniti, i quali a loro volta sono meno sensibili dell’Unione europea: che regole sceglieremo?».
Quale dovrebbe essere la risposta europea alle sanzioni di Trump?
«L’Europa deve agire come un blocco coeso. Abbiamo un presidente-bandito e il mondo ha bisogno che sia rispettato il diritto internazionale. Se gli Stati Uniti penalizzano unilateralmente le aziende europee che commerciano con l’Iran, l’Unione europea dovrebbe applicare sanzioni equivalenti e proteggere le sue imprese. Lo stesso vale per i dazi sull’acciaio e altre misure punitive. Non ci dev’essere appeasement, nessuna conciliazione o moderazione: gli europei si ricordino cos’accadde quando risposero mollemente a Hitler. Trump è un proto fascista e i repubblicani che lo appoggiano sono dei collaborazionisti. Il ruolo dell’Europa nel fermarlo è essenziale per il bene di tutti, perché la Cina farà solo i propri interessi».
Lo slogan di Donald Trump è “reciprocità”. È pur vero che la Cina impone sui prodotti occidentali dazi molto più alti di quelli che noi applichiamo sul made in China.
«Stava scritto nei patti iniziali del Wto il trattamento differenziato tra Paesi sviluppati ed economie emergenti. Ma quegli accordi nell’insieme non penalizzavano gli Stati Uniti. Che ottennero, per esempio, la facoltà di mantenere alti sussidi a favore della loro agricoltura».
Poi c’è il nodo della proprietà intellettuale. In diversi settori la Cina impone alle imprese occidentali, se vogliono investire e produrre sul suo mercato, di prendersi un socio locale e trasferirgli know how. Come proteggerci dal furto di tecnologie?
«Il punto di vista cinese è questo: nessuna impresa straniera è obbligata a venire qui da noi; queste sono le nostre regole, prendere o lasciare. Gli investimenti stranieri ci interessano se servono a fare progredire il nostro livello tecnologico. E anche con queste regole, tante multinazionali americane hanno trovato conveniente andarci. Peraltro, noi discriminiamo a nostra volta gli investimenti cinesi bloccandoli in certi settori con l’argomento della sicurezza nazionale».
Nel libro lei si occupa anche della Nuova Via della Seta, il vasto progetto cinese per costruire infrastrutture che rafforzino i collegamenti con il resto dell’Asia e l’Europa, Italia inclusa. Lei spiega che la Cina ha sfruttato i bassi tassi d’interesse degli ultimi anni per finanziare questi investimenti massicci nelle infrastrutture. Ma c’è il rischio di aumentare il debito pubblico. E poi quali garanzie abbiamo sul rispetto dei diritti dei lavoratori, o sulla tutela ambientale, in questi progetti giganteschi che la Cina porta negli altri Paesi?
«Sul debito pubblico cinese: loro siedono su una montagna di riserve valutarie, quindi hanno i mezzi per finanziare un indebitamento che può apparire eccessivo. Avranno da preoccuparsi di più, via via che diventeranno un’economia di mercato, sciogliendo i legami attuali fra Stato e sistema bancario. Su diritti dei lavoratori e ambiente: i progetti che loro finanziano attraverso la nuova Banca Asiatica delle Infrastrutture, spesso vengono preparati in cooperazione con la Banca Mondiale e quindi applicando regole simili. Certo, dai cinesi non possiamo aspettarci una particolare attenzione al rispetto dei diritti umani».
Lo scenario che ci attende in quest’èra assomiglia di più a un equilibrio multipolare oppure a una discesa verso il caos?
«Il caos è più probabile, soprattutto se l’Unione europea continua a essere incapace di agire in modo coeso. Cina e Ue non formeranno un fronte unito. Trump punta sul vecchio motto divide et impera. In particolare l’Unione europea sconta i danni dell’euro, con i prezzi pesanti pagati da Paesi come Italia e Spagna. Né mi pare che la Germania sia disposta ad accettare le proposte di Emmanuel Macron per il rilancio dell’Unione».
Il protezionismo di Trump piace alla classe operaia. Che in tutto l’Occidente si sente tradita dalla sinistra. Come possono le forze progressiste recuperare un legame con i lavoratori?
«La risposta si può cercare in Scandinavia. Considero ancora quei Paesi come un modello interessante. Sono economie piccole, aperte al resto del mondo, che credono nella globalizzazione. Proprio perché ci credono, hanno progettato un sistema educativo e sociale in cui tutti ne ricavino qualche beneficio. E funziona. Il modello scandinavo però non è compatibile con l’austerità germanica. Quest’ultima conduce alle vittorie dei Trump europei».
La Germania, a sua volta, accumula enormi attivi commerciali. Proprio come la Cina.
«Peggio: in proporzione al suo Pil, l’attivo commerciale tedesco è superiore a quello cinese. È una minaccia più grave per la stabilità globale».ù
Sul Venerdì del 15 giugno 2018
Lei scrive che lo Stato di diritto, il rispetto di regole universali e valide per tutti, è fondamentale sia all’interno di ogni economia sia sui mercati globali. Però le regole possono essere cambiate, adattate all’evoluzione della realtà. Quelle che furono negoziate tra il 1999 e il 2001, in occasione dell’ingresso della Cina nella World Trade Organization (Wto, l’organizzazione del commercio mondiale) oggi sono superate. Quella Cina era poverissima, oggi è una superpotenza. Qual è l’approccio giusto per riscrivere le regole?
«Non sono d’accordo sulla premessa. La Cina è ancora una nazione emergente, il suo reddito pro capite è un quinto di quello americano. Certo, in quella vastissima economia ci sono anche settori sofisticati, e può darsi che sia sul punto di superarci nell’intelligenza artificiale. Ma rimane molto più povera di noi. Sono d’accordo, alcune regole vanno riviste, per esempio sulla proprietà intellettuale, purché a guidare il gioco non siano le lobby che rappresentano le multinazionali. E comunque non sarà mai facile definire regole eque, quando i sistemi economici sono profondamente diversi. Faccio un esempio che riguarda l’intelligenza artificiale, il nuovo ruolo dei social media e i Big Data, tutte cose che non si potevano immaginare nel 1999: la Cina è meno sensibile alla protezione della privacy individuale rispetto agli Stati Uniti, i quali a loro volta sono meno sensibili dell’Unione europea: che regole sceglieremo?».
Quale dovrebbe essere la risposta europea alle sanzioni di Trump?
«L’Europa deve agire come un blocco coeso. Abbiamo un presidente-bandito e il mondo ha bisogno che sia rispettato il diritto internazionale. Se gli Stati Uniti penalizzano unilateralmente le aziende europee che commerciano con l’Iran, l’Unione europea dovrebbe applicare sanzioni equivalenti e proteggere le sue imprese. Lo stesso vale per i dazi sull’acciaio e altre misure punitive. Non ci dev’essere appeasement, nessuna conciliazione o moderazione: gli europei si ricordino cos’accadde quando risposero mollemente a Hitler. Trump è un proto fascista e i repubblicani che lo appoggiano sono dei collaborazionisti. Il ruolo dell’Europa nel fermarlo è essenziale per il bene di tutti, perché la Cina farà solo i propri interessi».
Lo slogan di Donald Trump è “reciprocità”. È pur vero che la Cina impone sui prodotti occidentali dazi molto più alti di quelli che noi applichiamo sul made in China.
«Stava scritto nei patti iniziali del Wto il trattamento differenziato tra Paesi sviluppati ed economie emergenti. Ma quegli accordi nell’insieme non penalizzavano gli Stati Uniti. Che ottennero, per esempio, la facoltà di mantenere alti sussidi a favore della loro agricoltura».
Poi c’è il nodo della proprietà intellettuale. In diversi settori la Cina impone alle imprese occidentali, se vogliono investire e produrre sul suo mercato, di prendersi un socio locale e trasferirgli know how. Come proteggerci dal furto di tecnologie?
«Il punto di vista cinese è questo: nessuna impresa straniera è obbligata a venire qui da noi; queste sono le nostre regole, prendere o lasciare. Gli investimenti stranieri ci interessano se servono a fare progredire il nostro livello tecnologico. E anche con queste regole, tante multinazionali americane hanno trovato conveniente andarci. Peraltro, noi discriminiamo a nostra volta gli investimenti cinesi bloccandoli in certi settori con l’argomento della sicurezza nazionale».
Nel libro lei si occupa anche della Nuova Via della Seta, il vasto progetto cinese per costruire infrastrutture che rafforzino i collegamenti con il resto dell’Asia e l’Europa, Italia inclusa. Lei spiega che la Cina ha sfruttato i bassi tassi d’interesse degli ultimi anni per finanziare questi investimenti massicci nelle infrastrutture. Ma c’è il rischio di aumentare il debito pubblico. E poi quali garanzie abbiamo sul rispetto dei diritti dei lavoratori, o sulla tutela ambientale, in questi progetti giganteschi che la Cina porta negli altri Paesi?
«Sul debito pubblico cinese: loro siedono su una montagna di riserve valutarie, quindi hanno i mezzi per finanziare un indebitamento che può apparire eccessivo. Avranno da preoccuparsi di più, via via che diventeranno un’economia di mercato, sciogliendo i legami attuali fra Stato e sistema bancario. Su diritti dei lavoratori e ambiente: i progetti che loro finanziano attraverso la nuova Banca Asiatica delle Infrastrutture, spesso vengono preparati in cooperazione con la Banca Mondiale e quindi applicando regole simili. Certo, dai cinesi non possiamo aspettarci una particolare attenzione al rispetto dei diritti umani».
Lo scenario che ci attende in quest’èra assomiglia di più a un equilibrio multipolare oppure a una discesa verso il caos?
«Il caos è più probabile, soprattutto se l’Unione europea continua a essere incapace di agire in modo coeso. Cina e Ue non formeranno un fronte unito. Trump punta sul vecchio motto divide et impera. In particolare l’Unione europea sconta i danni dell’euro, con i prezzi pesanti pagati da Paesi come Italia e Spagna. Né mi pare che la Germania sia disposta ad accettare le proposte di Emmanuel Macron per il rilancio dell’Unione».
Il protezionismo di Trump piace alla classe operaia. Che in tutto l’Occidente si sente tradita dalla sinistra. Come possono le forze progressiste recuperare un legame con i lavoratori?
«La risposta si può cercare in Scandinavia. Considero ancora quei Paesi come un modello interessante. Sono economie piccole, aperte al resto del mondo, che credono nella globalizzazione. Proprio perché ci credono, hanno progettato un sistema educativo e sociale in cui tutti ne ricavino qualche beneficio. E funziona. Il modello scandinavo però non è compatibile con l’austerità germanica. Quest’ultima conduce alle vittorie dei Trump europei».
La Germania, a sua volta, accumula enormi attivi commerciali. Proprio come la Cina.
«Peggio: in proporzione al suo Pil, l’attivo commerciale tedesco è superiore a quello cinese. È una minaccia più grave per la stabilità globale».ù
Sul Venerdì del 15 giugno 2018