✕
Federico García Lorca a 21 anni, con le sorelle Conchita e Isabelita, il fratello Francisco e la mamma Vicenta (Mondadori Portfolio) 

La voce ritrovata di Federico García Lorca

Gli piaceva scrivere con il caldo. Non prendeva l'ascensore. Di New York amava soltanto Harlem. Dormiva fino a tardi e riceveva i giornalisti in pigiama. Odiava le interviste ma ne rilasciava di continuo. A 120 anni dalla nascita del grande poeta, quegli articoli sono stati per la prima volta raccolti. Contengono parole d'amore e di scandalo. Più qualche mistero...  
8 minuti di lettura
MADRID. Federico García Lorca diceva di detestare le interviste, però nella sua vida breve ne concesse moltissime e le conservava tutte. Quando, nella primavera del 1934, un giornalista va a trovarlo nell'appartamento madrileno di Calle Alcalá nota sulla scrivania "un'autentica montagna di ritagli stampa... Qualcosa di impressionante. Straordinario. Difficile da descrivere. Intere paginate". Due anni prima di morire ammazzato dai nazionalisti, Lorca è - ma già da tempo - uno scrittore-divo. Dalla Spagna all'America Latina i fotografi lo braccano, la gente lo blocca per strada implorando autografi. Federico sta al gioco, ne sembra divertito: "Vedrete domani i giornali... Nemmeno fossi il Principe di Galles" scrive ai genitori. In Argentina si prende un addetto alle PR, in Spagna paga addirittura un'agenzia affinché gli faccia la rassegna stampa di tutto quanto si pubblica su di lui. "All'epoca non si…
MADRID. Federico García Lorca diceva di detestare le interviste, però nella sua vida breve ne concesse moltissime e le conservava tutte. Quando, nella primavera del 1934, un giornalista va a trovarlo nell'appartamento madrileno di Calle Alcalá nota sulla scrivania "un'autentica montagna di ritagli stampa... Qualcosa di impressionante. Straordinario. Difficile da descrivere. Intere paginate". Due anni prima di morire ammazzato dai nazionalisti, Lorca è - ma già da tempo - uno scrittore-divo. Dalla Spagna all'America Latina i fotografi lo braccano, la gente lo blocca per strada implorando autografi. Federico sta al gioco, ne sembra divertito: "Vedrete domani i giornali... Nemmeno fossi il Principe di Galles" scrive ai genitori. In Argentina si prende un addetto alle PR, in Spagna paga addirittura un'agenzia affinché gli faccia la rassegna stampa di tutto quanto si pubblica su di lui. "All'epoca non si può aprire un giornale senza imbattersi in qualche notizia su Lorca" ricorda il suo maggiore biografo, l'ispanista irlandese Ian Gibson, a ulteriore smentita della baggianata secondo cui la popolarità di Federico sarebbe stata una fabbricazione postuma, alimentata dalla fine tragica e dalla propaganda martirologica che l'antifascismo ci avrebbe costruito sopra.

García Lorca era un parlatore pirotecnico. Ascoltarlo "dava gioia come una combinazione felice di bengala e fuochi d'artificio" disse un poeta peruviano. "Ha il dolce accento andaluso, ma a differenza degli andalusi non si mangia la metà delle parole" annotava Silvio D'Amico, che lo conobbe nel '35. Nello stesso anno lo incontra anche Indro Montanelli, il quale racconterà: "Non era quel bellissimo uomo che poi si è detto. Di media statura, di lineamenti piuttosto rozzi e pesanti, di fronte convessa, di folti neri e lisci capelli, tre sole cose aveva stupende: lo sguardo luminoso, la risata da bambino, e la voce", di "baritonale e calda gravità". Ecco, la voce. Come delle sue spoglie mai ritrovate, anche della viva voz di Lorca non resta traccia. Zero incisioni audio. Non è escluso che prima o poi qualche reperto sonoro possa riemergere dal profondo degli archivi radiofonici, specie da quelli sudamericani, ancora relativamente inesplorati. Nel frattempo, il conversador apasionado che fu García Lorca possiamo indovinarlo soltanto leggendone le interviste: quelle - in totale 133, dal '22 al '36 - che le edizioni spagnole Malpaso hanno ora raccolto in un formidabile volume dal titolo Palabra de Lorca (pp. 606, euro 25, a cura di Rafael Inglada e Víctor Fernández). Si tratta in larga parte di testi perduti, mai riuniti o riprodotti integralmente in un libro. Sarebbe cosa buona e giusta se almeno una scelta di queste testimonianze venisse tradotta in italiano. Perché dentro c'è tutta la prismatica personalità di Federico: tic, stravaganze, slanci solari e funebri malinconie. Lorca dice e si contraddice, parla di tutto: amore, poesia, teatro, cinema, politica e una volta - ma una volta sola - perfino della propria omosessualità. Mentre dagli articoli che lo ritraggono durante gli ultimi giorni di vita si sprigiona un'atmosfera inquietante, fatta di apparizioni spettrali, improvvisi terrori, lugubri premonizioni.

LEGGI ANCHE: LORCA E PASOLINI, COSÌ LONTANI COSÌ VICINI

Un niño grande, un bambinone tutto impulsività e corazón, candido ma venato da insondabili tristezze; un muchachón muy gitanazo, un ragazzotto zingaresco (anche se di gitano nelle vene non ha nulla): nella sua immagine pubblica, mediatica, il personaggio-Lorca è un misto di infantilismo geniale ed esotismo. Due cliché, ma funzionano. Per quanto ipnotico, Federico è un tipo rognosetto da intervistare: nelle conversazioni salta di palo in frasca; temendo che non lo riflettano fedelmente, chiede di rileggere i pezzi prima che vadano in stampa; qualche volta si presenta con un foglietto dove ha segnato le frasi che vuol veder pubblicate; altre volte si dimentica degli appuntamenti e - siccome è uso alzarsi molto tardi dopo la notte passata a scrivere - riceve i cronisti in pigiama, accappatoio, vestaglia; risponde alle domande uscendo dalla doccia o sbarbandosi in bagno. Ha strane superstizioni, fobie: non può allungarsi su un letto con le scarpe ai piedi perché si vede già morto; della civiltà delle macchine teme quasi tutto, inclusi gli ascensori, li evita ("Sono i moderni caminetti da cui passano le streghe"). Si muove da bohémien, però senza maledettismo: non fuma, non beve, o pochissimo. È incline all'indolenza, alla rêverie, al sonno. Ma d'estate rifugge dalla siesta, perché le ore più infuocate gli esaltano la fantasia. E se a Granada vai a visitare la Huerta de San Vicente, l'ex casa di villeggiatura dei Lorca, ti pare di vederlo ancora lì alla scrivania, nella stanzetta bianca con il letto a una piazza da eterno ragazzo, da señorito. Il signorino che Federico mai nascose di essere: "Per fortuna non sono costretto a vivere della mia penna" dice nel '33, "ho genitori che talvolta mi rimproverano, ma sono molto buoni e alla fine pagano sempre". Nel '35 ribadisce: "Voglio lavorare come ho sempre fatto. Come un figlio di papà che non deve preoccuparsi di guadagnare con la letteratura e scrive quando vuole e ciò che vuole. Non sarò mai abbastanza grato ai miei genitori di avermelo permesso".

Questo Lorca è una figura leggiadra, giuliva: "Sono sempre allegro... Il mio ottimismo è inesauribile"; "quello che mi interessa è divertirmi, uscire, chiacchierare con gli amici, andare in giro con le ragazze... La letteratura è per me l'ultima cosa. Mai mi prefiggo di farne. È solo che in certi momenti sento una spinta irresistibile che mi porta a scrivere. E allora scrivo febbrilmente per mesi, e poi torno alla vita. Scrivere mi dà piacere. Ma pubblicare no. Tutto quello che ho pubblicato mi è stato strappato da editori o amici".

Nell'aprile '36 un giornalista dell'Heraldo de Madrid azzarda il domandone: Federico, che cos'è la poesia? Risposta: "È qualcosa che se ne va per le strade. Che si muove, ci passa accanto. Ogni cosa ha il suo mistero, e la poesia è il mistero che sta in ogni cosa. Sfiori un uomo, guardi una donna, scruti l'andare obliquo di un cane, e in ognuna di queste cose sta la poesia". Ma il poeta non è un veggente, né lui "né nessun altro detengono il segreto del mondo"; "ascolto sbigottito la Natura e l'uomo, e copio quanto mi insegnano senza pedanteria e senza dare alle cose un senso che non so se abbiano... Voglio essere buono". È ossessionato dalla morte ("Vivo accerchiato dalla morte"), ma a giudizio di quanti lo frequentano, e che lui seduce magari gigioneggiando quel tot, la sua è una presenza luminosa: "Era un lampo di vita, d'una tenerezza sovrumana. Una persona magica e bruna che portava la felicità" dirà Pablo Neruda. E il poeta Pedro Salinas: "Lo sentivi arrivare ancora prima di vederlo apparire".

Quando gli chiedono perché scriva, Federico risponde "per essere amato dalla gente". Però diffida del successo, che d'altronde non è unanime. Gli "scandalosi" testi teatrali di Lorca urtano la platea tradizionalista, ma nella turbolenta Spagna degli anni 30 piovono attacchi anche da sinistra. "Lorca è il poeta del sistema governativo... Non accetta il marxismo... È sostenuto dagli sfruttatori del sistema capitalistico" tuona un giornale socialista. Ma negli stessi anni, a riprova dello stato di eccitazione confusionale in cui versano le forze rivoluzionarie, un settimanale maiorchino dipinge Federico come "il futuro grande poeta della classe operaia". Nell'intervista lui canta lodi dell'Urss, dove non ha mai messo piede, del teatro e del cinema politico ("La corazzata Potëmkin è fantastico"). In compenso, gli Stati Uniti gli hanno lasciato un "senso di disperazione".

Con una borsa di studio, c'è stato nel '29, e da quell'esperienza sono sgorgati i versi sconvolgenti di Poeta en Nueva York - che squarciano la poesia del Novecento più o meno come Une saison en enfer di Rimbaud quella dell'Ottocento. New York è il sublime moderno ("sembra un paesaggio naturale di montagne o deserti"), ma Federico ne è soprattutto spaventato: "Architettura disumana e ritmo furioso, geometria e angoscia". Wall Street è "spettacolo terribile, ma privo di grandezza", "l'oro arriva a fiumi da ogni parte della terra e la morte con lui... In nessuna parte del mondo come lì si sente la totale assenza di spirito". García Lorca ci capita al momento del grande crac: "Quel giorno ci furono sei suicidi... Eravamo per strada quando un uomo si lanciò dall'edificio immenso dell'hotel Astoria per sfracellarsi sull'asfalto". NY è drasticamente incompatibile con la sensibilità  meridionale di un poeta terragno come Federico: "Hanno innalzato case e case, ma senza radicarsi nella terra, ci si vive sopra, sempre più in alto". Gli unici bagliori di umanità li avvista ad Harlem: i neri "con la loro tristezza, sono il fulcro spirituale dell'America", che se non ci fossero sarebbe solo "macchine e automatismi". Da figlio di Granada, città di violente conquiste e riconquiste, lui si è sempre immedesimato nel "perseguitato. Il gitano, il nero, l'ebreo, il "moro" che tutti ci portiamo dentro".

Nel rapporto con i mezzi di informazione, il "candido" Lorca sa giostrarsi. Le dichiarazioni più polemiche non le rilascia alle grandi testate nazionali, ma ai giornali di provincia o alla stampa estera: "Uno degli obiettivi del mio teatro è spaventare e atterrire un po'... Voglio provocare conati, e vedremo se in un colpo solo si riuscirà a vomitare tutto il male del teatro attuale". Con parole che sembrano richiamare certe invettive di Pasolini - autore con il quale ha alcune affinità e un mucchio di differenze - García Lorca strapazza la piccola borghesia "frivola e materialista"; perché "i veri recettori dell'arte teatrale si trovano ai due estremi: le classi colte, universitarie o di educazione intellettuale, artistica spontanea e il popolo più povero e rude, incontaminato, vergine...". È la mistica lorchiana del pueblo.

Davanti ai conflitti che scuotono il secolo, "il poeta deve appassionarsi, in alcun caso restare impassibile... Come può chiudere gli occhi davanti alla spaventosa tragedia dell'uomo oppresso?" dice Federico. E infilato nel mono azul, la tuta blu da operaio, porta i grandi testi teatrali del Siglo de Oro nei villaggi allo sprofondo della Spagna, con La Barraca, compagnia itinerante ed esperimento visionario/velleitario di educazione poetica delle masse rurali. Però l'aedo travestito da metalmeccanico rigetta la politicizzazione dell'arte: "Prendete il caso di Alberti, uno dei migliori tra i nostri giovani poeti... Dal viaggio in Russia è tornato comunista e, benché lo creda, non fa più poesia ma cattiva letteratura da rotocalco". No: "l'artista, e in particolare il poeta, è sempre anarchico". Tanto iconoclasta sulla pagina quanto timoroso e apprensivo nella vita, Lorca è un repubblicano riformista, umanitario, refrattario agli estremismi: "Sono rivoluzionario perché non c'è vero poeta che non lo sia. Però politico non lo sarò mai"; "Sto dalla parte dei poveri. Ma dei poveri buoni...".

Nel giugno del '36, a poche settimane dal golpe militare che accese la Guerra civile, Federico fa professione di buon senso, merce introvabile in tempi impazziti: "Sono uno Spagnolo integrale e mi sarebbe impossibile vivere fuori dai miei limiti geografici; però odio chi è Spagnolo per essere Spagnolo e nient'altro. Io sono fratello di tutti e detesto l'uomo che si sacrifica per un'idea nazionalista astratta... Il Cinese buono lo sento più vicino del cattivo spagnolo. Canto la Spagna e la sento fino al midollo, però ancora prima sono uomo del mondo e fratello di tutti". Poi, quasi a mezza bocca, aggiunge: "In fondo sono un miscredente affamato di fede. È così tragicamente doloroso sparire per sempre".

È con questi pensieri di morte che Lorca lascia Madrid per la sua Granada, dove un mese dopo finirà fucilato per motivi sui quali ancora si specula. Dell'ultimo giorno nella capitale rimane il dettagliato resoconto che, forse ricamando un po', l'amico poeta Rafael Martínez Nadal ne fornirà negli anni 70. Quel 13 luglio fa un caldo atroce. Dopo pranzo i due prendono un taxi fino a un chioschetto appena fuori città. La periferia frigge riarsa, deserta. Federico è nervoso. In deroga alle proprie abitudini, beve cognac, fuma allarmato. Guardando lontano dice: "Questi campi stanno per riempirsi di morti". Al termine di due doppi Fundador, tornano in città. All'agenzia Cook lungo la Gran Vía, Lorca prenota una cuccetta sul treno notturno per Granada. A casa riempie le valigie buttandoci dentro abiti, carte, libri alla rinfusa. Fa fatica a chiuderle. Prima di uscire affida un pacchetto all'amico: "Mettilo da parte. Se mi succede qualcosa distruggi tutto, altrimenti me lo ridarai quando ci rivedremo". Nella stazione di Atocha, Nadal aiuta Federico a sistemarsi sul wagon-lit. D'un tratto nel corridoio passa qualcuno. Notandolo di sguincio Lorca si irrigidisce, fa gli scongiuri: "Tiè! tiè! tiè!". Chi era? "Un deputato di Granada, iettatore, brutta persona. Adesso tiro le tendine e mi ficco a letto. Non voglio che mi veda né che mi parli". Non si è mai potuto appurare chi fosse quel sinistro viaggiatore. Si trattava forse del tenebroso Ramón Ruiz Alonso da tutti indicato come il principale artefice dell'arresto e dell'assassinio di Lorca? Ipotesi suggestiva. Troppo suggestiva.

A 120 anni dalla nascita - 5 giugno 1898 - Federico García Lorca è ancora l'autore spagnolo più letto al mondo dopo Cervantes. E sulla sua morte si accumulano più leggende che su quella di un protomartire. C'entravano la politica? I legami della famiglia con i socialisti? L'omosessualità? O sotto si agitavano rancori d'altra natura, faide locali, questioni di proprietà, di "roba"? Occhio, l'invidia è il primo dei vizi spagnoli, ci hanno avvertito gli Unamuno, gli Ortega y Gasset, fino a farne un tópico, un coriaceo luogo comune.

Di sicuro c'è solo che il misterioso pacchetto consegnato a Martínez Nadal conteva una bozza manoscritta di El público, il più folle e radicale fra gli scritti teatrali di Lorca, a lungo ritenuto irrappresentabile, pubblicato solo nel '76 e portato in scena dieci anni dopo. "Credo che sia il mio poema migliore" diceva lui. Vi si parla, tra l'altro, di omosessualità. Con una disinibizione senza precedenti, almeno nell'opera lorchiana. Nelle interviste il tema affiora soltanto in una conversazione con lo scrittore e regista Cipriano Rivas Cherif, che negli anni 50 la ricordava così: Federico "mi assicurò di non essere mai stato con una donna... "Ho conosciuto solo uomini. Lo sai, l'invertito, la checca mi fa ridere, mi diverte con la sua fregola femminile di lavare, stirare, cucire, di truccarsi, mettersi le gonne, parlare con gesti e maniere effeminati. Però non mi attrae". E continuava: "La normalità non sei né tu che vai soltanto con le donne né io. Normale è l'amore senza limiti. Perché l'amore è qualcosa di più e di meglio della morale di un dogma, la morale cattolica... Ci vorrebbe una vera rivoluzione. Una nuova morale, una morale della libertà totale"".

Chissà se è vero, però raccontano che poco prima di essere fucilato faceva su e giù nella cella ripetendo: "Ma io non ho fatto niente... non ho fatto niente".Poi chiese un prete. Gliene trovarono uno. "Recitiamo l'atto di dolore" disse il sacerdote. "Me lo insegnarono da piccolo, ma non me lo ricordo più, padre..." disse Federico piangendo. "Allora prega con me: Señor mío, Jesucristo... me pesa de todo corazón haberos ofendido; propongo firmemente nunca más pecar..." disse il prete.

Sul Venerdì del 15 giugno