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Pier Paolo Pasolini (Vittorio La Verde/ Agf) 

Federico García Lorca e Pier Paolo Pasolini, così lontani così vicini

L'amore per le radici. L'omosessualità. E naturalmente la morte. Ecco cosa lega i due grandi poeti
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Quando Antonio Rinaldi, supplente al liceo Galvani di Bologna, legge una poesia di Rimbaud e squaderna al sedicenne Pier Paolo Pasolini l'universo della poesia occultata dal regime fascista, Federico García Lorca giace da due anni nella anonima fossa in cui l'hanno gettato i sicari franchisti. È probabile che Pasolini ne abbia letti i versi soltanto due anni dopo, nel '40, da studente universitario, grazie alla versione firmata per Guanda da Carlo Bo. È probabile anche se l'epigrafe del suo esordio poetico, Poesie a Casarsa ('42), non allude al mondo policromo e al canto dispiegato di Lorca ma alla voce più grave e nostalgica dell'Antonio Machado di Campos de Castilla. È vero che nel dopoguerra Pasolini vorrà chiamare Romancero, titolo molto indiziato, una nuova sezione dei versi friulani (in La meglio gioventù, '54) ma è anche vero che nei dieci Meridiani Mondadori a lui riservati il nome di Lorca non…
Quando Antonio Rinaldi, supplente al liceo Galvani di Bologna, legge una poesia di Rimbaud e squaderna al sedicenne Pier Paolo Pasolini l'universo della poesia occultata dal regime fascista, Federico García Lorca giace da due anni nella anonima fossa in cui l'hanno gettato i sicari franchisti. È probabile che Pasolini ne abbia letti i versi soltanto due anni dopo, nel '40, da studente universitario, grazie alla versione firmata per Guanda da Carlo Bo. È probabile anche se l'epigrafe del suo esordio poetico, Poesie a Casarsa ('42), non allude al mondo policromo e al canto dispiegato di Lorca ma alla voce più grave e nostalgica dell'Antonio Machado di Campos de Castilla. È vero che nel dopoguerra Pasolini vorrà chiamare Romancero, titolo molto indiziato, una nuova sezione dei versi friulani (in La meglio gioventù, '54) ma è anche vero che nei dieci Meridiani Mondadori a lui riservati il nome di Lorca non compare. Dunque non è filologicamente sostenibile una intersezione o, meno che mai, una filiazione.

Eppure c'è più di una concomitanza che può sembrare una vera e propria coincidenza. Intanto è comune l'amore per il mondo subalterno e le culture ataviche, perché se Lorca è affascinato dal fenomeno del duende (vibrazione dionisiaca, adesione tellurica al mondo) e scrive nel '31 il Poema del Cante Jondo ricevendo le più scoscese sonorità andaluse, Pasolini esordisce appunto in friulano e completa la propria formazione come antologista della poesia popolare e dialettale travestendo da romanzi i suoi studi di etnolinguistica sul campo, come nel caso di Ragazzi di vita ('55). Comune è anche un senso primordiale della corporeità e del gesto poetico che duplica lo spasmo psicofisico: in Lorca senti un calore espansivo e percettibile al tatto, in Pasolini un'estasi paradossale, sempre ottenebrata da un inabissamento (e infatti ribatterà ai suoi tardi critici di ignorare la coscienza di classe, ma in quanto portatore della "conoscenza" di classe nel suo corpo vivo). Infine è speculare il senso di estraneità ovvero di perfetta alterità rispetto al ceto di origine, l'uno chiuso dentro l'ordine feudale e inquisitoriale che propizia la Reconquista di Francisco Franco, l'altro naufragato nel mito gladiatorio del fascismo e poi messo ambiguamente in salvo dal sanfedismo democristiano. Nella sequenza centrale del film La ricotta ('63) il portavoce autobiografico del regista, Orson Welles doppiato dalla voce glaciale di Giorgio Bassani, nel corso di una intervista con un redattore di rotocalchi pronuncia sull'Italia in pieno Boom economico un giudizio che è tanto d'ordine storico-politico quanto, specialmente, antropologico: "Il popolo più analfabeta, la borghesia più ignorante d'Europa...".  Pure se così dislocati nello spazio e nel tempo, gli assassini di Federico Garcìa Lorca e Pier Paolo Pasolini hanno una firma molto simile, e inconfondibile.

Sul Venerdì del 15 giugno 2018