In Italia il ceto medio è anche nero. Anzi nerissimo
Paola Zanuttini , di PAOLA ZANUTTINISono medici, politici, scrittori. Hanno studiato, lavorato, faticato. Quest'ultima catena di attacchi razzisti mette in discussione anche le loro conquiste. Oppure no?
Non hanno il ritmo nel sangue, come la buonanima di Rocky Roberts, Wess e Lara Saint Paul. O magari l'avranno, ma non è fondamentale. Né sono clandestini, profughi, braccianti sfruttati dal caporalato, vucumprà, lavoratrici del sesso o calciatori. Massimo rispetto, ma, per una volta, niente stereotipi: oggi la parola spetta al ceto medio afroitaliano. Persone poco esposte che vivono in questo Paese da decenni, oppure nate qui; uomini e donne che hanno studiato, faticato un po' o molto più degli altri per integrarsi e svolgono vite e professioni rispettabili. E adesso? Cosa ne sarà di questa rispettabilità - intesa nella sua accezione letterale, ovvero condizione che merita rispetto - adesso che la pelle nera diventa un bersaglio mobile per giustizieri della notte, fascisti e paladini della razza, analfabeti con la paranoia della legittima difesa e mafie che, indifferentemente, assoldano o massacrano la manovalanza straniera?
C'&eg…
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Non hanno il ritmo nel sangue, come la buonanima di Rocky Roberts, Wess e Lara Saint Paul. O magari l'avranno, ma non è fondamentale. Né sono clandestini, profughi, braccianti sfruttati dal caporalato, vucumprà, lavoratrici del sesso o calciatori. Massimo rispetto, ma, per una volta, niente stereotipi: oggi la parola spetta al ceto medio afroitaliano. Persone poco esposte che vivono in questo Paese da decenni, oppure nate qui; uomini e donne che hanno studiato, faticato un po' o molto più degli altri per integrarsi e svolgono vite e professioni rispettabili. E adesso? Cosa ne sarà di questa rispettabilità - intesa nella sua accezione letterale, ovvero condizione che merita rispetto - adesso che la pelle nera diventa un bersaglio mobile per giustizieri della notte, fascisti e paladini della razza, analfabeti con la paranoia della legittima difesa e mafie che, indifferentemente, assoldano o massacrano la manovalanza straniera?
C'è una voce ottimista, e piuttosto solitaria, a dir la verità, che non vede compromesse dignità e sicurezza: Abdoulaye Mbodj, 33 anni, il primo avvocato afroitaliano del Foro di Milano, dice non aver mai subito razzismo. Anche se suo padre, arrivato nel 1988 da clandestino, vendeva accendini in piazza Castello per mantenere la famiglia, che lo raggiunse dal Senegal grazie alla sanatoria del 1990. "Me lo ricordo bene: il giorno in cui ho dato lo scritto di avvocatura, il 13 dicembre 2011, ci fu la strage di Firenze, due ambulanti senegalesi uccisi e tre feriti, però non ho la sindrome di Calimero e non penso che l'Italia sia un Paese razzista. Ma xenofobo, sì. C'è insicurezza, poco lavoro, scontento. E allora c'è bisogno di un capro espiatorio: oggi tocca al nero. Questo atteggiamento lo hanno perfino gli immigrati della prima ora, ostili ai nuovi flussi perché temono di perdere i diritti acquisti. Succede anche in Francia, dove molti di quelli arrivati tantissimi anni fa hanno votato per Sarkozy; o in Alabama, dove una parte dell'elettorato nero si è schierata con Trump. Questa è solo ignoranza e io, quando sento soffiare il vento, non credo vadano costruiti muri per bloccarlo, ma piuttosto mulini a vento. Bisogna lavorare sull'inclusione, sul pregiudizio, sogno una società non troppo lontana in cui sia normale avere una prefetta originaria del Togo o una primaria figlia di filippini. Una società in cui un immigrato che ha studiato non debba per forza occuparsi d'immigrazione: io, come avvocato, non me ne occupo, lavoro nel campo della responsabilità penale dei medici". E di questo governo che chiude i porti ai naufraghi del Canale di Sicilia cosa pensa l'avvocato Mbodj? "Non mi esprimo fino a Natale. Vediamo cosa c'è oltre le parole".
Invece Igiaba Scego, che è nata a Roma 44 anni fa da una famiglia somala, nei suoi libri e nei suoi articoli si occupa di immigrazione, e di rapporti tra le culture. Sarà per questo che non dimentica i nomi degli africani ammazzati solo perché erano africani. Il primo che le torna in mente è Ahmed Ali Giama, uno studente somalo caduto in disgrazia che dormiva fra i cartoni all'Arco della Pace: una notte del 1979, quattro ragazzi gli diedero fuoco. Sei anni dopo, a Udine, fu la volta di Giacomo Valent, figlio di un diplomatico friulano e di una principessa somala, ucciso a 16 anni da due compagni di scuola. Con 63 coltellate. Nel 1989, con l'omicidio a Villa Literno di un bracciante sudafricano di trent'anni, Jerry Masslo, s'incominciò apertamente a parlare di razzismo come di un problema anche italiano. E gli omicidi si sono ripetuti fino a oggi con intervalli sempre più brevi.
"Non è un razzismo accentuato come nel Sud degli Stati Uniti" dice Igiaba Scego, "ma il colonialismo ha lasciato il segno: l'Italia ha fatto cose orribili giustificando l'aggressione dell'Etiopia con la scusa che non si badava da sola. E non era razzismo quello contro gli ebrei? Prima ancora: non è la culla di ogni discriminazione l'antico divario tra Nord e Sud del Paese?". Una certa paura, ammette, si fa sentire, perché "vedere queste uccisioni fa più male, se hai lo stesso colore di pelle delle vittime. Un colore che non vorrei mai cambiare". Ma la cosa che la spaventa di più è l'odio generalizzato, la guerra civile di tutti contro tutti: bianchi contro neri, vegani contro carnivori, populisti contro intellettuali: "C'è il rischio di perdere i valori comuni, io l'ho visto in Somalia: i morti, le famiglie spappolate. È cominciata con la rivolta contro Siad Barre ed è finita in una guerra fra bande. Io avviserei gli italiani che le istituzioni non vanno troppo odiate, perché sono importanti".
Può essere anche un osservatorio privilegiato, la doppia cittadinanza: per esempio, Igiaba intravede in queste recrudescenze razziste un problema di insicurezza identitaria, accentuato nei tempi di crisi: "Dall'Unità in poi gli italiani hanno tentato di essere sempre più europei, negando o sacrificando la loro vera identità, quella mediterranea. Assomigliano a certe somale che si sbiancano la pelle con delle creme terribili". Non ho mai avuto la mia età, il nuovo romanzo (Mondadori) di Antonio Dikele Distefano, fenomeno giovanile partito dal web e finito in libreria, si apre con una citazione dell'attivista per i diritti civili Stokely Carmichael: "Se un bianco ha voglia di linciarmi è un problema suo. Se ha il potere di linciarmi è un problema mio. Il razzismo non è questione di atteggiamento, ma di potere". Osservazione condivisibilissima. Nato a Busto Arsizio 26 anni fa da genitori venuti dall'Angola, Paese che lui non ha ancora visitato, Dikele si definisce "triste, più che incazzato. Mio padre metalmeccanico paga le tasse da trent'anni e io, che da bambino ero fiducioso nel cambiamento, lo sto ancora aspettando. L'Italia, più che razzista, è classista, poi va da sé che la gente di colore la trovi soprattutto nei ceti inferiori. Ma se sei un attaccante del Milan ti danno addosso meno che a un ambulante. L'ha detto anche Balotelli: quelli che allo stadio gli fanno buuu poi, per strada, gli chiedono l'autografo. Comunque un po' di paura ce l'ho anch'io: non è che esco di casa con la targhetta "scrittore"a definire il mio status sociale".
A Cécile Kyenge, ministro per l'Integrazione del governo Letta, è accaduto il contrario: "Con la nomina, da un giorno all'altro, sono diventata per alcuni un pericoloso nemico e ho sperimentato più razzismo in quel periodo che in tutta la mia vita". Ma Kyenge, oggi deputato europeo del Pd, considera la catena di violenze contro gli afroitaliani un'attacco all'intera comunità. "Questi omicidi sono la parte finale di una serie di diritti negati, oggi è colpita una categoria di cittadini, ma domani potrebbe toccare a un'altra: si è già visto nella storia. La cosa che mi preoccupa di più è l'indifferenza: a Masslo furono tributati i funerali di Stato. Oggi i primi commenti, anche della stampa, sulla morte di Soumaila Sacko, il sindacalista ucciso a San Ferdinando, sono stati sulle sue eventuali responsabilità penali: era un ladro? Poi ci si è scusati affermando che era una persona per bene, dimenticando che la vita è sacra per tutti, anche per i criminali. E che è compito solo dello Stato giudicare e punire. Ma a dire queste cose, mentre altri sbandierano lo slogan Prima gli italiani, sembra di parlare un lingua sconosciuta. Si vede che abbiamo fatto molti errori, anche a sinistra, non abbiamo lavorato abbastanza, non abbiamo formato i formatori". Kyenge sente minacciata la sua dignità? "Soprattutto quella dei miei figli, del loro futuro. Io credo che l'intensità del dolore per queste morti non dipenda dal colore della pelle di chi lo prova, ma non si può negare che le condizioni di svantaggio e vulnerabilità incidano".
Trent'anni fa, Maria De Lourdes Jesus, che era arrivata a Roma da Capo Verde come colf, aveva studiato ed era diventata giornalista, conduceva Non solo nero, la prima trasmissione su e per i migranti della Rai. Oggi nei palinsesti non c'è niente del genere. "Ma in tutti i campi la situazione si è involuta orribilmente. Qui non si può pensare a un movimento come Black Lives Matter, le associazioni si sono ritirate, non c'è più coscienza politica, né controllo sociale: negli anni Ottanta e nei primi Novanta chi osava definirsi razzista? E io mi sentivo protetta, oggi non più. Prima non c'era discriminazione, al massimo un po' di curiosità, magari fastidiosa: sì, mi chiamavano negra e non piaceva perché noi a Capo Verde non ci definiamo per il colore della pelle, ma avevo imparato a rispondere "io sono nera, tu sei bianca: bella scoperta". Oggi invece il razzismo è legittimato, prevalgono gli stereotipi e trionfa un'ignoranza spaventosa. E si è fatta strada l'idea demenziale che tutti i guai dell'Italia dipendono dagli immigrati. Sarebbe fantastico: ci vorrebbe davvero poco per risolverli".
Si prova vergogna a vedere gli italiani contagiati dal razzismo, ma può essere umiliante anche per gli afroitaliani essere ripetutamente accomunati a storie di violenza, emarginazione, soprusi. L'arguta Lourdes la vede così: "Non so se c'è differenza fra il tuo disagio antirazzista e il mio. Ma so che, a questo punto, con certi italiani potrei anche diventare un po' razzista io".
Sul Venerdì del 22 giugno 2018
C'è una voce ottimista, e piuttosto solitaria, a dir la verità, che non vede compromesse dignità e sicurezza: Abdoulaye Mbodj, 33 anni, il primo avvocato afroitaliano del Foro di Milano, dice non aver mai subito razzismo. Anche se suo padre, arrivato nel 1988 da clandestino, vendeva accendini in piazza Castello per mantenere la famiglia, che lo raggiunse dal Senegal grazie alla sanatoria del 1990. "Me lo ricordo bene: il giorno in cui ho dato lo scritto di avvocatura, il 13 dicembre 2011, ci fu la strage di Firenze, due ambulanti senegalesi uccisi e tre feriti, però non ho la sindrome di Calimero e non penso che l'Italia sia un Paese razzista. Ma xenofobo, sì. C'è insicurezza, poco lavoro, scontento. E allora c'è bisogno di un capro espiatorio: oggi tocca al nero. Questo atteggiamento lo hanno perfino gli immigrati della prima ora, ostili ai nuovi flussi perché temono di perdere i diritti acquisti. Succede anche in Francia, dove molti di quelli arrivati tantissimi anni fa hanno votato per Sarkozy; o in Alabama, dove una parte dell'elettorato nero si è schierata con Trump. Questa è solo ignoranza e io, quando sento soffiare il vento, non credo vadano costruiti muri per bloccarlo, ma piuttosto mulini a vento. Bisogna lavorare sull'inclusione, sul pregiudizio, sogno una società non troppo lontana in cui sia normale avere una prefetta originaria del Togo o una primaria figlia di filippini. Una società in cui un immigrato che ha studiato non debba per forza occuparsi d'immigrazione: io, come avvocato, non me ne occupo, lavoro nel campo della responsabilità penale dei medici". E di questo governo che chiude i porti ai naufraghi del Canale di Sicilia cosa pensa l'avvocato Mbodj? "Non mi esprimo fino a Natale. Vediamo cosa c'è oltre le parole".
Invece Igiaba Scego, che è nata a Roma 44 anni fa da una famiglia somala, nei suoi libri e nei suoi articoli si occupa di immigrazione, e di rapporti tra le culture. Sarà per questo che non dimentica i nomi degli africani ammazzati solo perché erano africani. Il primo che le torna in mente è Ahmed Ali Giama, uno studente somalo caduto in disgrazia che dormiva fra i cartoni all'Arco della Pace: una notte del 1979, quattro ragazzi gli diedero fuoco. Sei anni dopo, a Udine, fu la volta di Giacomo Valent, figlio di un diplomatico friulano e di una principessa somala, ucciso a 16 anni da due compagni di scuola. Con 63 coltellate. Nel 1989, con l'omicidio a Villa Literno di un bracciante sudafricano di trent'anni, Jerry Masslo, s'incominciò apertamente a parlare di razzismo come di un problema anche italiano. E gli omicidi si sono ripetuti fino a oggi con intervalli sempre più brevi.
"Non è un razzismo accentuato come nel Sud degli Stati Uniti" dice Igiaba Scego, "ma il colonialismo ha lasciato il segno: l'Italia ha fatto cose orribili giustificando l'aggressione dell'Etiopia con la scusa che non si badava da sola. E non era razzismo quello contro gli ebrei? Prima ancora: non è la culla di ogni discriminazione l'antico divario tra Nord e Sud del Paese?". Una certa paura, ammette, si fa sentire, perché "vedere queste uccisioni fa più male, se hai lo stesso colore di pelle delle vittime. Un colore che non vorrei mai cambiare". Ma la cosa che la spaventa di più è l'odio generalizzato, la guerra civile di tutti contro tutti: bianchi contro neri, vegani contro carnivori, populisti contro intellettuali: "C'è il rischio di perdere i valori comuni, io l'ho visto in Somalia: i morti, le famiglie spappolate. È cominciata con la rivolta contro Siad Barre ed è finita in una guerra fra bande. Io avviserei gli italiani che le istituzioni non vanno troppo odiate, perché sono importanti".
Può essere anche un osservatorio privilegiato, la doppia cittadinanza: per esempio, Igiaba intravede in queste recrudescenze razziste un problema di insicurezza identitaria, accentuato nei tempi di crisi: "Dall'Unità in poi gli italiani hanno tentato di essere sempre più europei, negando o sacrificando la loro vera identità, quella mediterranea. Assomigliano a certe somale che si sbiancano la pelle con delle creme terribili". Non ho mai avuto la mia età, il nuovo romanzo (Mondadori) di Antonio Dikele Distefano, fenomeno giovanile partito dal web e finito in libreria, si apre con una citazione dell'attivista per i diritti civili Stokely Carmichael: "Se un bianco ha voglia di linciarmi è un problema suo. Se ha il potere di linciarmi è un problema mio. Il razzismo non è questione di atteggiamento, ma di potere". Osservazione condivisibilissima. Nato a Busto Arsizio 26 anni fa da genitori venuti dall'Angola, Paese che lui non ha ancora visitato, Dikele si definisce "triste, più che incazzato. Mio padre metalmeccanico paga le tasse da trent'anni e io, che da bambino ero fiducioso nel cambiamento, lo sto ancora aspettando. L'Italia, più che razzista, è classista, poi va da sé che la gente di colore la trovi soprattutto nei ceti inferiori. Ma se sei un attaccante del Milan ti danno addosso meno che a un ambulante. L'ha detto anche Balotelli: quelli che allo stadio gli fanno buuu poi, per strada, gli chiedono l'autografo. Comunque un po' di paura ce l'ho anch'io: non è che esco di casa con la targhetta "scrittore"a definire il mio status sociale".
A Cécile Kyenge, ministro per l'Integrazione del governo Letta, è accaduto il contrario: "Con la nomina, da un giorno all'altro, sono diventata per alcuni un pericoloso nemico e ho sperimentato più razzismo in quel periodo che in tutta la mia vita". Ma Kyenge, oggi deputato europeo del Pd, considera la catena di violenze contro gli afroitaliani un'attacco all'intera comunità. "Questi omicidi sono la parte finale di una serie di diritti negati, oggi è colpita una categoria di cittadini, ma domani potrebbe toccare a un'altra: si è già visto nella storia. La cosa che mi preoccupa di più è l'indifferenza: a Masslo furono tributati i funerali di Stato. Oggi i primi commenti, anche della stampa, sulla morte di Soumaila Sacko, il sindacalista ucciso a San Ferdinando, sono stati sulle sue eventuali responsabilità penali: era un ladro? Poi ci si è scusati affermando che era una persona per bene, dimenticando che la vita è sacra per tutti, anche per i criminali. E che è compito solo dello Stato giudicare e punire. Ma a dire queste cose, mentre altri sbandierano lo slogan Prima gli italiani, sembra di parlare un lingua sconosciuta. Si vede che abbiamo fatto molti errori, anche a sinistra, non abbiamo lavorato abbastanza, non abbiamo formato i formatori". Kyenge sente minacciata la sua dignità? "Soprattutto quella dei miei figli, del loro futuro. Io credo che l'intensità del dolore per queste morti non dipenda dal colore della pelle di chi lo prova, ma non si può negare che le condizioni di svantaggio e vulnerabilità incidano".
Trent'anni fa, Maria De Lourdes Jesus, che era arrivata a Roma da Capo Verde come colf, aveva studiato ed era diventata giornalista, conduceva Non solo nero, la prima trasmissione su e per i migranti della Rai. Oggi nei palinsesti non c'è niente del genere. "Ma in tutti i campi la situazione si è involuta orribilmente. Qui non si può pensare a un movimento come Black Lives Matter, le associazioni si sono ritirate, non c'è più coscienza politica, né controllo sociale: negli anni Ottanta e nei primi Novanta chi osava definirsi razzista? E io mi sentivo protetta, oggi non più. Prima non c'era discriminazione, al massimo un po' di curiosità, magari fastidiosa: sì, mi chiamavano negra e non piaceva perché noi a Capo Verde non ci definiamo per il colore della pelle, ma avevo imparato a rispondere "io sono nera, tu sei bianca: bella scoperta". Oggi invece il razzismo è legittimato, prevalgono gli stereotipi e trionfa un'ignoranza spaventosa. E si è fatta strada l'idea demenziale che tutti i guai dell'Italia dipendono dagli immigrati. Sarebbe fantastico: ci vorrebbe davvero poco per risolverli".
Si prova vergogna a vedere gli italiani contagiati dal razzismo, ma può essere umiliante anche per gli afroitaliani essere ripetutamente accomunati a storie di violenza, emarginazione, soprusi. L'arguta Lourdes la vede così: "Non so se c'è differenza fra il tuo disagio antirazzista e il mio. Ma so che, a questo punto, con certi italiani potrei anche diventare un po' razzista io".
Sul Venerdì del 22 giugno 2018