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Franck, 41 anni, camerunese. Prima di fuggire dal suo Paese, era un giornalista coraggioso, tanto da essere arrestato e torturato. Oggi, dopo anni in Italia, riesce a fare solo l'imbianchino e altri lavori a giornata
(Guillermo Luna - Shoot for change per il Centro Astalli)
 

La meglio gioventù italiana che viene dall’Africa

In Camerun Franck era un giornalista, in Italia fa l'imbianchino. In Congo Céline era avvocata, qui invece fa le pulizie. Per chi cerca un rifugio il declassamento è l'ultima violenza 
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Céline,  in Congo, era un'avvocata di prestigio. Una signora in gamba: non è facile per le donne affermarsi in Africa.  Coraggiosa, difendeva gli attivisti del movimento d'opposizione Bundu Dia Kongo, in un Paese dove a capo dello Stato e delle Forze armate c'è la stessa persona da 17 anni e ogni dissenso si esprime a proprio rischio. Céline è stata minacciata, rapita, torturata per settimane. Poi qualcuno deve aver pagato un riscatto, mettendola su un aereo per Roma. Era il 2008: straziata, smarrita, è sopravvissuta per strada finché non le hanno indicato il Centro Astalli, Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che l'ha aiutata a ottenere l'asilo e rinascere. Lei ci ha provato a lavorare nel campo dei diritti umani, a sfruttare le sue competenze legali: è andata a studiare anche in Belgio, che con il Congo ha avuto legami coloniali, dove si è mantenuta facendo le pulizie all'universit&agr…
Céline,  in Congo, era un'avvocata di prestigio. Una signora in gamba: non è facile per le donne affermarsi in Africa.  Coraggiosa, difendeva gli attivisti del movimento d'opposizione Bundu Dia Kongo, in un Paese dove a capo dello Stato e delle Forze armate c'è la stessa persona da 17 anni e ogni dissenso si esprime a proprio rischio. Céline è stata minacciata, rapita, torturata per settimane. Poi qualcuno deve aver pagato un riscatto, mettendola su un aereo per Roma. Era il 2008: straziata, smarrita, è sopravvissuta per strada finché non le hanno indicato il Centro Astalli, Servizio dei gesuiti per i rifugiati, che l'ha aiutata a ottenere l'asilo e rinascere. Lei ci ha provato a lavorare nel campo dei diritti umani, a sfruttare le sue competenze legali: è andata a studiare anche in Belgio, che con il Congo ha avuto legami coloniali, dove si è mantenuta facendo le pulizie all'università. Senza visto di lavoro è però dovuta tornare a Roma, dove la sua laurea non vale nulla. Oggi Céline ha 46 anni e lavora come badante. Piange raccontando: "In Congo si muore all'improvviso. Qui ti spegni a fuoco lento". Il destino di Céline è simile a quello di migliaia di richiedenti asilo che, prima di fuggire da guerre e persecuzioni, avevano titoli accademici e professioni prestigiose. Una volta in Italia, possono solo sperare di trovare mestieri di basso profilo, perché i loro titoli di studio non sono riconosciuti.

 "Chi affronta i viaggi della disperazione non porta diplomi di laurea e attestati professionali" spiega padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli, che solo nel 2017 ha assistito 30 mila migranti. "E se pure riuscisse a dimostrare di possederli, per convalidarli dovrebbe affrontare una trafila farraginosa, che dura anni. Così vanno sprecati medici, infermieri, tecnici, ricercatori. Un ingegnere idraulico che riesce a provare le proprie competenze finisce al massimo per riparare rubinetti. Non poter più fare il lavoro per cui spesso si è stati costretti a scappare, delegittima le proprie sofferenze. Persone già umiliate, violate, che hanno perso tutto, perdono anche la propria identità: devono reinventarsi dal nulla, con difficoltà d'integrazione ancora più drammatiche". Così, mentre il nostro immaginario tende a etichettare i migranti come persone senza storia e competenze, la fuga dei cervelli dall'Italia inizia a coinvolgere i rifugiati:  ingegneri nucleari siriani, qui disoccupati, trovano, ad esempio, lavoro in aziende scandinave. Ecco allora, in occasione del 20 giugno appena trascorso, Giornata internazionale del rifugiato, storie emblematiche di chi mostrava abilità e talenti, ma qui, in un approdo che spazza via perfino i sogni, è costretto a sfacchinare al di sotto delle proprie capacità.

FRANCK (41 anni, camerunese)
In Italia da anni, trova solo lavori alla giornata. Eppure in Camerun, Franck era un giornalista affermato e intrepido, che ha denunciato i brogli elettorali di un presidente in carica dal 1982. Così la polizia segreta lo ha acciuffato. Battersi per la verità contro i soprusi era l'unico modo in cui sapeva fare il giornalista, perché era nato nella giungla, in una tribù pigmea minacciata dalla deforestazione e dai tir del legname che falcidiavano i bambini guidando di corsa sulle strade bianche: era cresciuto con il sogno di smuovere le coscienze. Dopo la laurea è entrato in un quotidiano del governo, ma è stato messo in panchina e costretto alle dimissioni. Poi passò in un giornale privato più libero, ma ormai Franck era etichettato come sovversivo: "La polizia continuava a minacciarmi", racconta. "Avevo paura, vedevo tanti colleghi sparire all'improvviso, ma io scrivevo articoli ben documentati, sostenuti da prove schiaccianti. Come durante le elezioni del 2003, di cui ho denunciato i brogli. Come anche in seguito, quando la popolazione esasperata è scesa in piazza e giù blindati contro la folla, coprifuoco, blocco delle telecomunicazioni. Una sera sono venuti a prendermi, torturando mia moglie con un ferro rovente perché uscissi dal mio nascondiglio". I sei mesi successivi di prigionia, sevizie e umiliazioni sono troppo intimi e strazianti per essere raccontati. La disperazione ha un pudore. È stata la Chiesa cattolica, allertata dal suo giornale, ad aiutare Franck a fuggire: con le ferite delle torture ancora aperte ha attraversato a piedi la foresta, fino al confine con la Nigeria. Dove i trafficanti lo hanno nascosto nella stiva di un aereo per Roma. Un anfratto gelido (Franck indossava solo una maglietta), non pressurizzato (è diventato quasi sordo). A scovarlo tra i bagagli e portarlo al pronto soccorso è stato il personale di Fiumicino. Pochi giorni dopo era alla stazione Termini,  solo, terrorizzato perfino a chiedere informazioni. Anche lui è stato rimesso in piedi dal Centro Astalli. Oggi Franck ha lo status di rifugiato, ma non un lavoro fisso: fa l'imbianchino, il facchino, il lavapiatti. Ne valeva la pena? Non ci pensa un attimo: "Almeno posso non vergognarmi di nulla".

MARCELA (45 anni, congolese)
Ha vissuto un primo incubo quando, con altri emigrati nella zona più ricca del Congo, è stata umiliata e cacciata per motivi politici. Ma Marcela è sprofondata in un inferno ancora peggiore alle soglie della laurea, quando è stata arrestata per il suo impegno nella radio di uno zio, pastore pentecostale e paladino dei diritti umani. "Quattro mesi in celle che misuravano due metri per due, dove venivamo frustati più volte al giorno; le donne anche violentate" ricorda. "Finché un carceriere che si è rivelato seguace della Chiesa di mio zio mi ha fatto scappare, affidandomi a uno sconosciuto: abbiamo corso tutta la notte nella foresta, ero sfinita, fino a raggiungere insieme un aeroporto e un volo per Roma. L'uomo mi ha abbandonato alla stazione Termini,  indossavo lo stesso vestito che portavo da quattro mesi". Lì Marcela è stata indirizzata al Centro Astalli. Tanti anni dopo questa bella donna, che un tempo stava per laurearsi e dirigere una radio, che si batteva per la libertà, è babysitter. Per riuscire a far arrivare in Italia anche i due figli adolescenti ha fatto a lungo le pulizie. "Una vita calpestata, lo so, ma almeno loro crescono in una democrazia".

EMMANUEL (47 anni, nigeriano)
Ingegnere delle telecomunicazioni, Emmanuel ha alle spalle anche studi di teologia: in Nigeria era pastore di una Chiesa pentecostale con ramificazioni in tutto il mondo. Per questo è stato preso di mira da un gruppo islamico legato a Boko Haram, che lo ha accusato di voler evangelizzare il Nord del Paese con sermoni sacrileghi. "Sono piombati in chiesa con bastoni e machete", racconta. "Mi hanno imprigionato e torturato con scosse elettriche. Sono andati a picchiare mia moglie incinta, che poi è morta. Dopo 53 giorni di martirio, qualcuno mi ha trascinato fuori dal carcere, incappucciato: a salvarmi, sono stati i fedeli della mia Chiesa. Non mi reggevo in piedi: mi sono risvegliato su un aereo per Parigi. Di lì su un treno, con l'ordine di scendere all'ultima fermata. "Dove siamo?" ho chiesto all'arrivo. "A Roma". Disorientato, nel panico, sono entrato in una chiesa a chiedere aiuto. Per mesi ho mangiato alla mensa del Centro Astalli. Poi ho fatto l'aiuto muratore, raccolto olive, distribuito volantini. Sognavo di riprendere il mio lavoro di ingegnere, progettare sistemi di comunicazione a distanza, ma nel 2012 mi hanno offerto un posto da antennista. Ho accettato e mi piaceva, nonostante tutto. Ma ho dovuto dimettermi: la ditta mi deve ancora un anno di stipendio. E io ho moglie e due figli".

Sul Venerdì del 22 giugno 2018