✕
Il barbiere di Siviglia allestito alla Dubai Opera House nel 2016 (Getty Images) 

Quel genio di Rossini, tutti lo cercano tutti lo vogliono

A 150 anni dalla morte del musicista, è un crescendo: allestimenti e raccolte delle sue opere, mostre e un romanzo. Sui tratti intimi di un uomo sensibilissimo e nevrotico. Che si sentiva perseguitato dalla calunnia 
4 minuti di lettura
MILANO. A 150 anni dalla morte, Gioachino Rossini è più vivo che mai. Le sue note continuano a squillare in mezzo mondo: teatri lo allestiscono, dischi lo celebrano, libri lo analizzano, mostre lo raccontano. Tanto è luminoso, celeberrimo il suo lascito musicale, quanto la sua biografia è ancora in grado di nutrire leggende e congetture. Chi era Rossini? Chi era il geniaccio pesarese figlio di un pubblico banditore e di una sarta, capace, poco più che ragazzo, di scrivere Il barbiere di Siviglia e ribaltare i canoni musicali del suo tempo? Chi era il compositore che i suoi contemporanei, compreso Beethoven, avrebbero voluto confinare al teatro comico, all'opera buffa, mentre in realtà era un creatore capace di far scivolare fuori dalla manica un capolavoro del melodramma tragico come Semiramide? Chi era quell'ipocondriaco attanagliato dalle nevrosi che a trentanove anni, al culmine della carriera, decise di abbandonare la lirica e…
MILANO. A 150 anni dalla morte, Gioachino Rossini è più vivo che mai. Le sue note continuano a squillare in mezzo mondo: teatri lo allestiscono, dischi lo celebrano, libri lo analizzano, mostre lo raccontano. Tanto è luminoso, celeberrimo il suo lascito musicale, quanto la sua biografia è ancora in grado di nutrire leggende e congetture. Chi era Rossini? Chi era il geniaccio pesarese figlio di un pubblico banditore e di una sarta, capace, poco più che ragazzo, di scrivere Il barbiere di Siviglia e ribaltare i canoni musicali del suo tempo? Chi era il compositore che i suoi contemporanei, compreso Beethoven, avrebbero voluto confinare al teatro comico, all'opera buffa, mentre in realtà era un creatore capace di far scivolare fuori dalla manica un capolavoro del melodramma tragico come Semiramide? Chi era quell'ipocondriaco attanagliato dalle nevrosi che a trentanove anni, al culmine della carriera, decise di abbandonare la lirica e vivere la seconda metà della vita scrivendo musica sacra e piccoli, giocosi pezzi musicali da eseguire per pochi intimi in salotto?

"È stato un benefattore dell'umanità" taglia corto Pier Luigi Pizzi, che il prossimo 13 agosto porterà in scena a Pesaro, sul palco dell'edizione numero 39 del Rossini Opera Festival (in programma dall'11 al 23 agosto), proprio Il barbiere di Siviglia. A ottantotto anni, compiuti il 15 giugno, Pizzi è uno dei massimi conoscitori del genio pesarese: scenografo e costumista prima che regista, è stato tra i protagonisti della Rossini reinaissance, la riscoperta del "vero" Rossini seguita al lavoro di ricerca di Alberto Zedda sulle partiture originali.

"Dopo tutti i tradimenti della cosiddetta tradizione, ormai certe opere avevano perso la loro identità. Anche quelle più famose" spiega il regista. "Feci il mio primo Rossini a Pesaro nel 1982 con Tancredi, e poi Maometto II, Bianca e Falliero, vale a dire le opere bellissime del periodo napoletano. La mia massima emozione era stata però la Semiramide che nel 1980 mettemmo in scena ad Aix-en-Provence con grandi specialisti come Montserrat Caballé, Marilyn Horne e Samuel Ramey. I cantanti sono felicissimi di interpretarlo, ma anche i direttori: Abbado si divertiva moltissimo, e così Vittorio Gui, con il quale debuttai come scenografo".

Per Pizzi, che è anche curatore della mostra ricca di cimeli e curiosità che il Museo Teatrale della Scala di Milano dedica a Rossini fino al 30 settembre, la Semiramide, composta nel 1823, è un punto di svolta: "Credo che Rossini sia l'unico compositore ad aver riassunto tutto quello che lo aveva preceduto e nello stesso tempo ad aver saputo anticipare il futuro, persino il Novecento musicale". In lui, dice Pizzi, non esiste una linea di demarcazione tra i generi: "Lo vedo adesso che per la prima volta affronto Il barbiere di Siviglia, e scopro che è tutto fuorché una farsa: il comico non è soltanto comico, contiene malinconia; come il serio non è mai così serio, perché c'è l'ironia. Era un uomo capace di comunicare tutte le emozioni".

Appunto, l'uomo. Il padre temperamentale, Giuseppe detto Vivazza, la madre Anna, amatissima, sartina con talento di soprano, che il piccolo Gioachino segue nei teatri di provincia e accompagna al cembalo per far quadrare il bilancio familiare. Nato nel 1792, Rossini passa un'infanzia on the road in un'Italia divisa tra pulsioni bonapartiste, patriottismo pre-risorgimentale e censura pontificia su tutto quello che era spettacolo. E quando, ragazzino, mette mano alla partitura è subito successo: Milano, Bologna (dove studia), Roma e poi Napoli dove viene consacrato all'ombra dei Borboni "restaurati" e dove conosce la prima delle due donne fondamentali della sua vita: la soprano spagnola Isabella Colbran, star assoluta dell'epoca, che il sommo Stendhal nella sua biografia rossiniana, benché piena di pettegolezzi e giudizi al vetriolo, fisserà in un'immagine eterna: "Il suo immenso potere, gli accadimenti importanti che una parola della sua bocca poteva far nascere, tutto si rispecchiava nei suoi occhi spagnoli, così belli e in certi momenti così terribili". Quando Rossini sbarcherà a Parigi, Colbran passerà la mano alla francese, altrettanto bellissima, Olympe Pélissier. Che, dopo la morte della madre di Gioachino (che coincide, guarda caso, con l'abbandono delle scene), lo accompagnerà fino alla fine, avvenuta nella sua dimora di Passy il 13 novembre 1868. Sono gli anni del lungo e spesso tormentato isolamento, quando Rossini si fa immortalare, corpulento, anziano, lo sguardo bonario ma stanco, da Nadar nel suo atelier sul Boulevard des Capucines.

Sono i tratti intimi, chiaroscurali, quelli su cui si concentra Simona Baldelli nel suo romanzo L'ultimo spartito di Rossini (Piemme, pp. 384, euro 18,50), da poco uscito, che indaga a fondo il rapporto dell'autore di La gazza ladra con le donne, compresa la madre: da qui sembrano discendere molte delle nevrosi del musicista, ai limiti del bipolarismo: "Un momento era Dio e un momento dopo si sentiva un signor nessuno" racconta la scrittrice. "A differenza di Mozart, che ammirava moltissimo, figlio di un maestro di musica, lui invece era figlio di due dilettanti (Vivazza suonava la tromba) e non aveva una grande preparazione scolastica. Leggendo le sue lettere si scorge un uomo che si sentiva un abusivo del successo. Ma ai suoi tempi nessuno fu celebre quanto lui, nessuno fu osannato e denigrato come lui. Le ragazze si stracciavano letteralmente le vesti quando passava in carrozza". Era intimo dei potenti dell'epoca, dal cancelliere austriaco Von Metternich al re di Francia Carlo X, conobbe Wagner, Beethoven, Stendhal, odiatissimo biografo: "Lo chiamava "il gran bugiardo"" dice Baldelli: "si sentiva perseguitato dalle calunnie. Non è un caso che la sua "cavatina" più famosa sia proprio "La calunnia è un venticello", nel Barbiere: era un'ossessione!".

Ogni debutto, racconta il romanzo in scene da cappa e spada, era un campo di battaglia: "Alla prima del Barbiere a Roma si presero a botte: c'erano i partigiani di Paisiello venuti apposta per fischiarlo. Solo l'odierno tifo calcistico è paragonabile. Ma dopo qualche replica fu un trionfo". E pensare che Rossini scrisse il Barbiere in meno di un mese e poco prima di andare in scena non c'era ancora la famosa overture.

Alcuni dei momenti musicali più celebri sono proprio le sinfonie di apertura delle opere, che ora Donato Renzetti e la Filarmonica Gioachino Rossini di Pesaro hanno inciso in quattro scintillanti dischi pubblicati da Decca, Complete Overtures: "Nelle sinfonie sperimentava, innovava" dice Renzetti. "Il rullo di tamburi della Gazza ladra, scalpore assoluto. Oppure gli archetti dei violinisti contro i leggii nel Signor Bruschino. Dopo di lui sono venuti la melodia di Bellini e il temperamento di Verdi, ma la caratteristica di Rossini è il ritmo: quello di Verdi è un incalzare più drammatico che reale, mentre il suo è tecnico, degli strumenti; il famoso crescendo rossiniano".

Riflette Renzetti: "Si diceva che fosse pigro, ma io non ci credo: a meno di quarant'anni aveva già scritto 39 opere liriche, alcune geniali. Il finale dell'overture del Guglielmo Tell per me è uno dei momenti più intensi di tutta la storia della musica".  Tutto questo però, secondo l'autrice del romanzo, si fa ancora fatica ad ammetterlo: "Continua a passare per il godereccio che amava mangiare, il frivolo, il seduttore, l'approfittatore avido che pensava solo ai soldi, il conservatore che aveva cambiato casacca politica alla prima occasione. La verità è che Rossini è stato un uomo eccezionalmente sensibile e un artista profondissimo".

Speciale spettacoli del Venerdì del 22 giugno 2018