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La strada bagnata, un tipico miraggio inferiore: dipende dal fenomeno fisico della rifrazione (Getty Images) 

Essere o non essere: questo è un miraggio

Acqua nel deserto, isole che non  esistono, e perfino un "sireno". Nel libro di un antropologo la curiosa storia delle illusioni ottiche e la loro (recente) spiegazione. Scientifica
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Non è una visione mistica, quella che il frate Ignazio Angelucci ebbe dalla finestra del suo convento a Reggio Calabria e riportò in una lettera dell'agosto 1643, ma una delle prime testimonianze dell'apparizione di un miraggio: "Il mare che bagna la costa siciliana si gonfiò, e divenne, per dieci miglia di lunghezza, come una spina di montagna nera, e comparve un cristallo chiarissimo che parea uno specchio appoggiato sulla montagna d'acqua. In questo specchio comparve una fila di più di diecimila pilastri d'uguale larghezza e altezza. Poi si arcuarono in forma di acquedotti romani. E si formarono castelli reali in quantità. Questa è quella Fata Morgana che per ventisei anni ho stimato inverisimile, e ora ho visto vera, e più bella di quel che mi si dipinse". "La descrizione spinse il gesuita Athanasius Kircher a recarsi a Reggio per indagare sul fenomeno. Si convinse che quell'effetto fosse causato d…
Non è una visione mistica, quella che il frate Ignazio Angelucci ebbe dalla finestra del suo convento a Reggio Calabria e riportò in una lettera dell'agosto 1643, ma una delle prime testimonianze dell'apparizione di un miraggio: "Il mare che bagna la costa siciliana si gonfiò, e divenne, per dieci miglia di lunghezza, come una spina di montagna nera, e comparve un cristallo chiarissimo che parea uno specchio appoggiato sulla montagna d'acqua. In questo specchio comparve una fila di più di diecimila pilastri d'uguale larghezza e altezza. Poi si arcuarono in forma di acquedotti romani. E si formarono castelli reali in quantità. Questa è quella Fata Morgana che per ventisei anni ho stimato inverisimile, e ora ho visto vera, e più bella di quel che mi si dipinse". "La descrizione spinse il gesuita Athanasius Kircher a recarsi a Reggio per indagare sul fenomeno. Si convinse che quell'effetto fosse causato da frammenti cristallini trasportati dal vento, così raccolse campioni sulla spiaggia di Reggio e li portò a Roma per riprodurre (invano) il miraggio in laboratorio, riscaldandoli dentro un contenitore che riproduceva lo Stretto e studiando il passaggio della luce nella foschia generata" racconta Christopher Pinney, docente di antropologia allo University College di Londra e autore di The waterless sea. A curious history of mirages (Reaktion Books, pp. 184, euro 21). Un saggio dedicato a quei fenomeni ottici al confine tra suggestione, immaginazione e fisica, che la scienza, per lungo tempo, non ha saputo come affrontare.

"Il miraggio mette in crisi perché è reale, ma non è vero. E poi questi fenomeni non avevano nemmeno un nome collettivo: la parola mirage venne coniata dal matematico francese Gaspard Monge, che nel 1800, in Memories sur l'Egypte, raccontava la sua marcia nel deserto tra Alessandria e il Cairo al seguito di Napoleone, dove i soldati ebbero miraggi quasi quotidiani di acqua nel deserto, "inondazioni generali che trasformavano i villaggi in isole"". Ora sappiamo che quello descritto da Monge è il cosiddetto miraggio inferiore. "Quando l'aria sul deserto è suddivisa in strati stabili con temperature e densità diverse e graduali, con lo strato più caldo a contatto col suolo, per il fenomeno fisico della rifrazione (lo stesso per cui una matita immersa in un bicchiere d'acqua appare spezzata, ndr) i raggi luminosi che provengono da un oggetto lontano si piegano, ad ogni attraversamento di due strati, verso l'alto" spiega Pinney. "Ma siccome il nostro cervello dà per scontato che la luce viaggi in linea retta (come del resto avviene in normali condizioni atmosferiche), se al momento di colpire i nostri occhi il raggio ha una direzione dal basso verso l'alto, percepiamo l'oggetto come se si trovasse più in basso della sua posizione reale. Così vediamo una striscia di cielo sotto l'orizzonte  - e per il suo colore chiaro la scambiamo per acqua - e vediamo un doppione, più basso, di oggetti lontani (come costruzioni o cammelli) che ci sembrano normali riflessi sull'acqua e rafforzano l'effetto del miraggio".

La "Fata Morgana" che a volte si può vedere nello Stretto di Messina, o nelle regioni artiche, è invece un miraggio superiore. "Si verifica quando, sopra grandi distese d'acqua o di ghiaccio, uno strato d'aria calda è sovrapposto a uno strato più freddo. La rifrazione piega la luce e proietta sopra l'orizzonte immagini di oggetti lontani - come coste, o navi - che ricordano castelli e palazzi. Può verificarsi anche quando l'oggetto reale è nascosto dietro l'orizzonte, perché la curvatura dei raggi di luce supera l'ostacolo visivo della curvatura della Terra". È lo stesso tipo di miraggio che, nel Medioevo, appariva come un inspiegabile sortilegio. Descritto nello Konungs skuggsjá (Lo specchio del re), testo norvegese del 1250, come hafgerdingar, ovvero "le siepi del mare": "È come se tutte le onde e le tempeste dell'oceano si fossero raccolte in tre grandi cumuli. Queste siepi si vedono su tutto il mare, non si vede alcun passaggio, sono più alte di montagne". Secondo uno studio del fisico atmosferico Waldemar Lehn, si tratta di un miraggio superiore. E lo sarebbe anche un altro mistero marino, il "sireno" del mare della Groenlandia. "Questo mostro è alto ed emerge dritto dall'acqua. Ha spalle come quelle di un uomo ma è senza mani. Il suo corpo diventa più stretto dalle spalle in giù, e più si scende più si snellisce. Quando il mostro appare, di sicuro segue una tempesta". Waldemar Lehn ha risolto, su Nature, anche questo mistero: è un miraggio superiore, originato dall'allungamento del corpo di un tricheco o di un'orca quando sporge con la testa dall'acqua. La distorsione ottica è tanto più accentuata quanto maggiore è la differenza di temperatura tra le masse d'aria, e questa è anche condizione favorevole alle tempeste: l'antica superstizione ha un fondamento nella fisica atmosferica.

Effimeri e sfuggenti, eppure i miraggi possono avere una durata e un'influenza sociale sorprendente. "È il caso dell'isola di Saint Brandan, che appare in diverse mappe e in un globo realizzato nel 1492 dal geografo Martin Behaim, che oggi è al museo di Norimberga" spiega Pinney. "L'isola, che nel 1898 compare ancora sull'Encyclopedie Larousse come una vasta massa di terra sopra all'Equatore, in realtà non esiste: è un miraggio che ha catturato l'immaginazione degli abitanti delle Canarie. E non solo: Tolomeo, nel II secolo, ne parlava chiamandola Aprositus,  "inaccessibile"". Nel 1526 partì la prima spedizione per raggiungerla, che finì, è il caso di dirlo, con un buco nell'acqua. Lo stesso fecero quelle del 1570, 1605 e 1721. "Eppure l'isola continuò ad apparire nelle mappe. D'altra parte è difficile provare che una cosa non esiste, se la gente continua a vederla".

Anche il capitano John Ross, della marina britannica, era convinto della sua visione: nell'agosto 1818, in cerca del famoso passaggio a Nord-Ovest che collega l'Atlantico al Pacifico, si addentrò nello Stretto di Lancaster. Tornò subito indietro: davanti a sé vide una catena montuosa e ghiacciata senza alcun varco. La battezzò Croker Mountains, in onore del segretario dell'ammiragliato britannico John Wilson Croker. Ma era un miraggio, che peraltro aveva impedito a Ross di capire di trovarsi proprio nel passaggio a Nord-Ovest che stava cercando. In seguito Croker, inviperito per l'affronto d'essere accostato a un'illusione, stroncò la carriera del capitano.

Sul Venerdì del 29 giugno 2018