Helena Janeczek: com'è attuale la mia "Ragazza con la Leica"
Michele Gravino , di MICHELE GRAVINOHa dedicato a Gerda Taro - ebrea di origini polacche come lei - un romanzo, che è in corsa per lo Strega. E spiega: anche i suoi anni Trenta somigliano troppo ai nostri
NAPOLI. Nei suoi libri, Helena Janeczek costruisce e ricostruisce memorie. Le recupera, le accumula, le immagina, le integra con le sue, le sminuzza, le filtra, le ricompone in mosaici di tessere aguzze che rifrangono le mille luci (e le ombre) di una storia, della Storia. In Lezioni di tenebra ha strappato alla reticenza familiare il passato dei suoi genitori, ebrei polacchi scampati alla Shoah. In Le rondini di Montecassino ha raccontato la sanguinosa, lunghissima battaglia del gennaio-maggio 1944 attraverso gli sguardi di chi - soldato o civile, vincitore o vinto - fu catapultato dai quattro capi del mondo in quel punto della guerra mondiale: italiani e tedeschi, americani e inglesi, ma anche indiani, e marocchini, e neozelandesi, e i polacchi (ed ebrei) che conquistarono quel che restava dell'Abbazia (e oggi sono sepolti ai suoi piedi).
Fino a La ragazza con la Leica, uscito (sempre per Guanda) ormai quasi un anno fa, e più volte ristampato, e vincitore del Bagutta, e …
Fino a La ragazza con la Leica, uscito (sempre per Guanda) ormai quasi un anno fa, e più volte ristampato, e vincitore del Bagutta, e …
NAPOLI. Nei suoi libri, Helena Janeczek costruisce e ricostruisce memorie. Le recupera, le accumula, le immagina, le integra con le sue, le sminuzza, le filtra, le ricompone in mosaici di tessere aguzze che rifrangono le mille luci (e le ombre) di una storia, della Storia. In Lezioni di tenebra ha strappato alla reticenza familiare il passato dei suoi genitori, ebrei polacchi scampati alla Shoah. In Le rondini di Montecassino ha raccontato la sanguinosa, lunghissima battaglia del gennaio-maggio 1944 attraverso gli sguardi di chi - soldato o civile, vincitore o vinto - fu catapultato dai quattro capi del mondo in quel punto della guerra mondiale: italiani e tedeschi, americani e inglesi, ma anche indiani, e marocchini, e neozelandesi, e i polacchi (ed ebrei) che conquistarono quel che restava dell'Abbazia (e oggi sono sepolti ai suoi piedi).
Fino a La ragazza con la Leica, uscito (sempre per Guanda) ormai quasi un anno fa, e più volte ristampato, e vincitore del Bagutta, e ora in lizza per altri due premi, i più prestigiosi dell'estate letteraria: lo Strega, dove con 256 voti guida la classifica dei cinque finalisti, e il Campiello. La ragazza del titolo è Gerda Taro, che buona parte degli appassionati di fotografia conosce sinteticamente come "la donna di Robert Capa, morta schiacciata da un carro armato nel '37 in Spagna, dove era andata a seguire la guerra civile". E invece Gerda - anzi Gerta Pohorylle, nata nel 1910 a Stoccarda, ragazza di buona famiglia, attivista antinazista, finita in galera a Lipsia poi esule già dal 1933 - è stata Robert Capa almeno quanto lui, suo compagno di vita e di lavoro, l'ungherese Endre Ernö (André) Friedmann, classe 1913, a lei sopravvissuto per assurgere ad archetipo ineguagliabile del fotoreporter di guerra (e morire sul campo anche lui, in Indocina nel '54). Insieme quei due ragazzi (Janeczek insiste a chiamarli così) si inventarono quello pseudonimo orecchiabile in tutte le lingue, attribuendolo a un immaginario viveur americano che, proprio perché già ricchissimo, vendeva a caro prezzo i suoi scatti; e con quel nome firmarono a lungo le foto di entrambi. Il libro non è solo una biografia romanzata, ma un ritratto a più voci di un gruppo, di una generazione, di cui Gerda è la figura più sfuggente e splendente.
Nel suo italiano privo di qualsiasi inflessione, Helena Janeczek risponde alle domande del Venerdì a Napoli, in una pausa del serratissimo tour di incontri e presentazioni a cui partecipa assieme agli altri candidati allo Strega, prima della finale del 5 luglio.
Come ha scelto Gerda Taro?
"Naturalmente conoscevo Capa: le sue foto della campagna d'Italia erano servite a documentarmi per Le rondini. Poi a Milano ho visto la prima mostra curata dalla biografa di Gerda, Irme Schaber (il suo Gerda Taro è edito da DeriveApprodi, ndr) che ha filologicamente recuperato le sue foto. E certo c'è una fascinazione dovuta anche a certi punti di contatto tra la sua biografia e la mia.
Quali?
"Siamo entrambe nate in Germania da ebrei polacchi. Naturalmente di mezzo c'è l'esperienza della Shoah e della Guerra mondiale, che ha cambiato tutto. I miei si salvarono dallo sterminio ma scapparono dalla Polonia dopo il pogrom di Kielce, nel '46. Finirono in un campo profughi: speravano di proseguire per gli Stati Uniti ma restarono bloccati e dovettero farsi una vita in Germania".
E il legame con l'Italia?
"Mia madre, che a lungo è stata quella che ha portato avanti la famiglia, negli anni Cinquanta aprì un negozio di calzature italiane. Tacchi a spillo, scarpe eleganti contro gli austeri scarponi tedeschi del Dopoguerra: un'iniziativa pionieristica. Così i miei avevano tanti contatti con i fornitori della zona di Varese - dove ancora vivo - poi si fecero degli amici, comprarono una casa, e io ho passato in Italia tutti i periodi liberi dalla scuola. Dalla prima adolescenza ho sempre pensato che sarei venuta a vivere e a studiare qui. E così ho fatto. L'Italia mi è capitata per caso, poi l'ho scelta. Come succede con gli amori".
E anche come lingua ha scelto l'italiano.
"In tedesco avevo scritto qualche poesia, ma per assecondare la vena narrativa mi sono resa conto che dovevo usare la lingua del posto che era intorno a me. Anche per raggiungere i lettori: non solo il lettore ideale, ma anche persone fisiche, amici, con cui avevo bisogno di comunicare".
Quattro su cinque dei romanzi finalisti allo Strega sono ambientati in tutto o in parte durante il fascismo. Lei trova analogie con il periodo che stiamo vivendo?
"Ho cominciato a scrivere di Gerda all'inizio di una crisi che ricorda quella che diede il colpo di grazia alla Repubblica di Weimar, anche per le politiche fallimentari adottate per combatterla: austerità che generava disoccupazione. E anche nella democratica Francia degli anni Trenta quei ragazzi scappati dal nazismo incontravano ostilità, c'era chi gridava all'invasione dei judéo-boches, gli ebrei tedeschi, che rubavano il lavoro, facevano concorrenza agli studenti nelle università. Gerda e gli altri finiscono per dedicarsi a lavori freelance come quello del fotografo anche perché assumere in pianta stabile uno straniero era proprio vietato. Poi naturalmente arrivò la guerra di Spagna, l'evento che mise alla prova un'intera generazione".
Forse c'è anche un po' di nostalgia per un passato "eroico", in cui era più facile scegliere da che parte stare (o almeno la distanza ci fa credere che fosse così)?
"Andrei piano a parlare di nostalgia per tempi così terribili. Io ho voluto evitare di fare di Gerda e dei suoi amici dei santini eroici. Certo, erano senza paura, avevano idee molto chiare sulla società in cui volevano vivere, ma erano tutt'altro che granitici. Per molti versi erano ragazzi normali. C'era una voglia di scherzare, ridere, ballare, di essere liberi anche nelle relazioni tra uomo e donna, di cui Gerda diventa il massimo emblema. E poi avevano un atteggiamento che oggi ci sembra quasi impensabile: non vedevano contraddizioni tra la loro realizzazione individuale e l'impegno verso un fine collettivo. Taro e Capa architettano la storiella del fotografo miliardario per avere più successo, per strappare più soldi ai giornali, ma anche per documentare meglio la lotta del popolo spagnolo. Quelle stesse foto che vendevano a caro prezzo potevano darle anche gratis a un opuscolo della propaganda repubblicana".
Da 15 anni una scrittrice non vince lo Strega. Ora nella cinquina finale le donne sono tre: è bastato a parlare di un premio "al femminile". È rilevante?
"Sicuramente è giusto riconoscere che in Italia di scrittrici ne abbiamo un bel po', di comprovata qualità e anche molto diverse tra loro; e che però esiste una disparità, non tanto nella possibilità di pubblicare, quanto in quella di ottenere riconoscimenti, prestigio. I premi mancati sono un sintomo di un pregiudizio che si fa strada anche senza una vera consapevolezza: persino il Pulitzer continua ad andare molto più spesso a scrittori maschi. Attenzione però alla trappola: non esiste una letteratura "al femminile", esistono le scrittrici. Sono donne alcune capostipiti di generi cosiddetti maschili, da Agatha Christie per il giallo a Patricia Highsmith per il thriller psicologico, mentre a frequentare il romanzo borghese, con gli amori infelici e le eroine che si gettano sotto il treno, sono stati soprattutto signori come Flaubert o Tolstoj".
Lo Strega è sempre accompagnato da polemiche sulle cordate, lo strapotere delle case editrici... Come è stato il suo impatto con questa realtà?
"Finora direi positivo. Mi sembra che il nuovo metodo di votazione (oltre ai 400 "amici della domenica" la giuria ora comprede lettori segnalati dalle librerie, circoli di lettura e personalità scelte dagli istituti di cultura all'estero, ndr) lo abbia reso più competitivo e trasparente. Ma anche che tra i candidati emergano sempre più spesso scrittori pubblicati da piccole case editrici, che così possono farsi conoscere".
Nei giorni del caso Aquarius lei ha firmato, insieme alla dozzina di scrittori "semifinalisti" allo Strega, un appello per la riapertura dei porti e la modifica delle politiche europee sulle migrazioni. In questo clima non teme le solite accuse di "buonismo"?
"Ce ne faremo una ragione. Gli stereotipi sugli intellettuali anime belle e radical-chic sono infinitamente più sopportabili di quello che deve subire un migrante che rischia di annegare. Voglio dire, se questa è l'aria che tira, è giusto che qualche raffica me la prenda anch'io. Dobbiamo tornare a capire che le cose non si fanno da soli, non si cambiano da soli. E certo non facendo i leoni da tastiera su Facebook. Dobbiamo ritrovare il senso della condivisione, dell'agire collettivo. Dalla mia biografia e da quella della mia famiglia, ho interiorizzato una cosa: si può cambiare anche in meglio. Anche quando c'è una maggioranza di persone che aderisce a progetti orribili, non è per sempre. Stiamo molto attenti ai pericoli ma non cadiamo nel catastrofismo, non entriamo in una logica di profezie che si autoavverano".
Sul Venerdì del 29 giugno 2018
Fino a La ragazza con la Leica, uscito (sempre per Guanda) ormai quasi un anno fa, e più volte ristampato, e vincitore del Bagutta, e ora in lizza per altri due premi, i più prestigiosi dell'estate letteraria: lo Strega, dove con 256 voti guida la classifica dei cinque finalisti, e il Campiello. La ragazza del titolo è Gerda Taro, che buona parte degli appassionati di fotografia conosce sinteticamente come "la donna di Robert Capa, morta schiacciata da un carro armato nel '37 in Spagna, dove era andata a seguire la guerra civile". E invece Gerda - anzi Gerta Pohorylle, nata nel 1910 a Stoccarda, ragazza di buona famiglia, attivista antinazista, finita in galera a Lipsia poi esule già dal 1933 - è stata Robert Capa almeno quanto lui, suo compagno di vita e di lavoro, l'ungherese Endre Ernö (André) Friedmann, classe 1913, a lei sopravvissuto per assurgere ad archetipo ineguagliabile del fotoreporter di guerra (e morire sul campo anche lui, in Indocina nel '54). Insieme quei due ragazzi (Janeczek insiste a chiamarli così) si inventarono quello pseudonimo orecchiabile in tutte le lingue, attribuendolo a un immaginario viveur americano che, proprio perché già ricchissimo, vendeva a caro prezzo i suoi scatti; e con quel nome firmarono a lungo le foto di entrambi. Il libro non è solo una biografia romanzata, ma un ritratto a più voci di un gruppo, di una generazione, di cui Gerda è la figura più sfuggente e splendente.
Nel suo italiano privo di qualsiasi inflessione, Helena Janeczek risponde alle domande del Venerdì a Napoli, in una pausa del serratissimo tour di incontri e presentazioni a cui partecipa assieme agli altri candidati allo Strega, prima della finale del 5 luglio.
Come ha scelto Gerda Taro?
"Naturalmente conoscevo Capa: le sue foto della campagna d'Italia erano servite a documentarmi per Le rondini. Poi a Milano ho visto la prima mostra curata dalla biografa di Gerda, Irme Schaber (il suo Gerda Taro è edito da DeriveApprodi, ndr) che ha filologicamente recuperato le sue foto. E certo c'è una fascinazione dovuta anche a certi punti di contatto tra la sua biografia e la mia.
Quali?
"Siamo entrambe nate in Germania da ebrei polacchi. Naturalmente di mezzo c'è l'esperienza della Shoah e della Guerra mondiale, che ha cambiato tutto. I miei si salvarono dallo sterminio ma scapparono dalla Polonia dopo il pogrom di Kielce, nel '46. Finirono in un campo profughi: speravano di proseguire per gli Stati Uniti ma restarono bloccati e dovettero farsi una vita in Germania".
E il legame con l'Italia?
"Mia madre, che a lungo è stata quella che ha portato avanti la famiglia, negli anni Cinquanta aprì un negozio di calzature italiane. Tacchi a spillo, scarpe eleganti contro gli austeri scarponi tedeschi del Dopoguerra: un'iniziativa pionieristica. Così i miei avevano tanti contatti con i fornitori della zona di Varese - dove ancora vivo - poi si fecero degli amici, comprarono una casa, e io ho passato in Italia tutti i periodi liberi dalla scuola. Dalla prima adolescenza ho sempre pensato che sarei venuta a vivere e a studiare qui. E così ho fatto. L'Italia mi è capitata per caso, poi l'ho scelta. Come succede con gli amori".
E anche come lingua ha scelto l'italiano.
"In tedesco avevo scritto qualche poesia, ma per assecondare la vena narrativa mi sono resa conto che dovevo usare la lingua del posto che era intorno a me. Anche per raggiungere i lettori: non solo il lettore ideale, ma anche persone fisiche, amici, con cui avevo bisogno di comunicare".
Quattro su cinque dei romanzi finalisti allo Strega sono ambientati in tutto o in parte durante il fascismo. Lei trova analogie con il periodo che stiamo vivendo?
"Ho cominciato a scrivere di Gerda all'inizio di una crisi che ricorda quella che diede il colpo di grazia alla Repubblica di Weimar, anche per le politiche fallimentari adottate per combatterla: austerità che generava disoccupazione. E anche nella democratica Francia degli anni Trenta quei ragazzi scappati dal nazismo incontravano ostilità, c'era chi gridava all'invasione dei judéo-boches, gli ebrei tedeschi, che rubavano il lavoro, facevano concorrenza agli studenti nelle università. Gerda e gli altri finiscono per dedicarsi a lavori freelance come quello del fotografo anche perché assumere in pianta stabile uno straniero era proprio vietato. Poi naturalmente arrivò la guerra di Spagna, l'evento che mise alla prova un'intera generazione".
Forse c'è anche un po' di nostalgia per un passato "eroico", in cui era più facile scegliere da che parte stare (o almeno la distanza ci fa credere che fosse così)?
"Andrei piano a parlare di nostalgia per tempi così terribili. Io ho voluto evitare di fare di Gerda e dei suoi amici dei santini eroici. Certo, erano senza paura, avevano idee molto chiare sulla società in cui volevano vivere, ma erano tutt'altro che granitici. Per molti versi erano ragazzi normali. C'era una voglia di scherzare, ridere, ballare, di essere liberi anche nelle relazioni tra uomo e donna, di cui Gerda diventa il massimo emblema. E poi avevano un atteggiamento che oggi ci sembra quasi impensabile: non vedevano contraddizioni tra la loro realizzazione individuale e l'impegno verso un fine collettivo. Taro e Capa architettano la storiella del fotografo miliardario per avere più successo, per strappare più soldi ai giornali, ma anche per documentare meglio la lotta del popolo spagnolo. Quelle stesse foto che vendevano a caro prezzo potevano darle anche gratis a un opuscolo della propaganda repubblicana".
Da 15 anni una scrittrice non vince lo Strega. Ora nella cinquina finale le donne sono tre: è bastato a parlare di un premio "al femminile". È rilevante?
"Sicuramente è giusto riconoscere che in Italia di scrittrici ne abbiamo un bel po', di comprovata qualità e anche molto diverse tra loro; e che però esiste una disparità, non tanto nella possibilità di pubblicare, quanto in quella di ottenere riconoscimenti, prestigio. I premi mancati sono un sintomo di un pregiudizio che si fa strada anche senza una vera consapevolezza: persino il Pulitzer continua ad andare molto più spesso a scrittori maschi. Attenzione però alla trappola: non esiste una letteratura "al femminile", esistono le scrittrici. Sono donne alcune capostipiti di generi cosiddetti maschili, da Agatha Christie per il giallo a Patricia Highsmith per il thriller psicologico, mentre a frequentare il romanzo borghese, con gli amori infelici e le eroine che si gettano sotto il treno, sono stati soprattutto signori come Flaubert o Tolstoj".
Lo Strega è sempre accompagnato da polemiche sulle cordate, lo strapotere delle case editrici... Come è stato il suo impatto con questa realtà?
"Finora direi positivo. Mi sembra che il nuovo metodo di votazione (oltre ai 400 "amici della domenica" la giuria ora comprede lettori segnalati dalle librerie, circoli di lettura e personalità scelte dagli istituti di cultura all'estero, ndr) lo abbia reso più competitivo e trasparente. Ma anche che tra i candidati emergano sempre più spesso scrittori pubblicati da piccole case editrici, che così possono farsi conoscere".
Nei giorni del caso Aquarius lei ha firmato, insieme alla dozzina di scrittori "semifinalisti" allo Strega, un appello per la riapertura dei porti e la modifica delle politiche europee sulle migrazioni. In questo clima non teme le solite accuse di "buonismo"?
"Ce ne faremo una ragione. Gli stereotipi sugli intellettuali anime belle e radical-chic sono infinitamente più sopportabili di quello che deve subire un migrante che rischia di annegare. Voglio dire, se questa è l'aria che tira, è giusto che qualche raffica me la prenda anch'io. Dobbiamo tornare a capire che le cose non si fanno da soli, non si cambiano da soli. E certo non facendo i leoni da tastiera su Facebook. Dobbiamo ritrovare il senso della condivisione, dell'agire collettivo. Dalla mia biografia e da quella della mia famiglia, ho interiorizzato una cosa: si può cambiare anche in meglio. Anche quando c'è una maggioranza di persone che aderisce a progetti orribili, non è per sempre. Stiamo molto attenti ai pericoli ma non cadiamo nel catastrofismo, non entriamo in una logica di profezie che si autoavverano".
Sul Venerdì del 29 giugno 2018