Un indovino cinese ci disse...Perché non passa il fascino de I Ching
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESIChe ci azzeccano Leibniz, Jung, Borges, Allen Ginsberg, Bob Dylan, John Cage con l’I Ching, l’antichissimo libro oracolare? Un altro libro ce lo racconta
Quattromila anni fa alcuni indovini cinesi cominciarono a leggere il futuro nelle linee disegnate dal fuoco sui carapaci di tartaruga. Più tardi i disegni vennero codificati in simboli e da quei simboli prese forma, oltre alla scrittura cinese, un sistema di divinazione detto I Ching, sotto la cui influenza sono nate la filosofia e la medicina orientali, idee di algebra e biologia molecolare, tecniche di ingegneria e trattati di politologia, l’aritmetica binaria di Leibniz, le canzoni di Bob Dylan e molto altro ancora. Senza contare tutte le guerre, i divorzi, le transazioni economiche che per millenni sono state decise così: consultando l’I Ching. L’oracolo più influente di tutti i tempi si presenta né più né meno che come un libro, e neanche troppo corposo: Libro dei Mutamenti, secondo la formula più ricorrente, o, secondo quanto il libro stesso ci dice di sé, «la cosa più spirituale del mondo&raq…
Quattromila anni fa alcuni indovini cinesi cominciarono a leggere il futuro nelle linee disegnate dal fuoco sui carapaci di tartaruga. Più tardi i disegni vennero codificati in simboli e da quei simboli prese forma, oltre alla scrittura cinese, un sistema di divinazione detto I Ching, sotto la cui influenza sono nate la filosofia e la medicina orientali, idee di algebra e biologia molecolare, tecniche di ingegneria e trattati di politologia, l’aritmetica binaria di Leibniz, le canzoni di Bob Dylan e molto altro ancora. Senza contare tutte le guerre, i divorzi, le transazioni economiche che per millenni sono state decise così: consultando l’I Ching. L’oracolo più influente di tutti i tempi si presenta né più né meno che come un libro, e neanche troppo corposo: Libro dei Mutamenti, secondo la formula più ricorrente, o, secondo quanto il libro stesso ci dice di sé, «la cosa più spirituale del mondo», che grazie alla propria saggezza «permette a ciascuno di sapere cosa dovrà avvenire», ma è anche «depositario di ciò che è avvenuto».
L’intero scibile del cosmo è racchiuso in sessantaquattro immagini create da una combinazione di sei linee, o esagrammi; a ciascun esagramma corrisponde un corollario di sentenze. Nel corso dei secoli il corpus originario si è arricchito di vari commentari, il più importante dei quali è attribuito a Confucio. La consultazione di per sé è piuttosto semplice: si pone all’I Ching una domanda, anche una domanda banale, si lanciano in aria tre monete (anticamente l’operazione avveniva con steli di achillea); il valore numerico che se ne ricava indica l’esagramma di riferimento: lì c’è la risposta, «se tu però non sarai l’uomo giusto, a te il significato non si svela». Gli studiosi hanno identificato centinaia di tradizioni interpretative dell’I Ching, solo per l’epoca imperiale. Il Novecento ha poi prodotto letture marxiste, femministe, psicoanalitiche, e un’infinità di studi sulle implicazioni scientifiche degli esagrammi, la cui struttura sembra contenere praticamente tutto, dalla logica binaria dei computer alla teoria quantistica dei campi. È dunque con un immenso sforzo di sintesi che il sinologo americano Richard J. Smith ha ripercorso tutta la storia culturale del testo e ne ha fatto un libricino di 200 pagine, ora pubblicato dal Mulino: I Ching. Una nuova lettura del Libro dei Mutamenti.
Non si tratta dell’ennesima interpretazione, ma di un tentativo di afferrare la natura del libro. Da una parte lo si potrebbe paragonare ai grandi testi di spiritualità, come la Bibbia o il Corano. Tuttavia, come fa notare Smith, il documento contiene scarsi riferimenti a esseri soprannaturali, e soprattutto non c’è narrazione. L’esagramma 44, per esempio, ovvero Kou, Il farsi incontro, recita: «La ragazza è potente. Non bisogna sposare una ragazza simile». Seguono chiarimenti che un lettore di passaggio non giudicherebbe chiarificatori: «Sotto il cielo vi è il vento: l’immagine del farsi incontro. Così fa il principe quando emana i suoi ordini e li proclama alle quattro regioni del cielo». Dopodiché, a seconda della combinazione creata dalle monete, l’I Ching potrebbe aggiungere che «Nella vasca vi è un pesce. Nessuna macchia», ma anche che «Nella vasca non vi è alcun pesce. Da ciò insorge sciagura». Soprattutto, potrebbe accadere che l’esagramma si trasformi in un altro esagramma ancora, per indicare la piega che prenderanno gli eventi. Il che fa dell’I Ching il primo librogame della storia. D’altronde, l’impressione di molti studiosi è che il testo sia “vivo” e che fornisca risposte pertinenti.
Si dice che Confucio abbia ricevuto una risposta inappropriata una sola volta: era l’esagramma 22, l’Avvenenza. Lo psicoanalista Carl Gustav Jung, dopo aver studiato l’I Ching per una vita, alla fine dei suoi anni dichiarò che ormai, quando lo interrogava, era sistematicamente in grado di prevedere la risposta. Irretiti da questo pozzo di mistero e conoscenza, a partire dal XVII secolo molti missionari cristiani arrivati in Cina per convertire anime erano tornati indietro invasati dall’I Ching, spesso sfiorando il rogo. Leggendo Smith diventa chiaro cosa fosse ad attrarli così fatalmente: non l’esoterismo, non la sapienza, non la matematica, con cui il cristianesimo aveva intimità, ma un’intuizione che la filosofia greca aveva rimosso dal pensiero occidentale, e cioè che l’intelletto, in quanto parte, non può da solo comprendere il tutto. Per comprendere l’I Ching è dunque necessario ricorrere alle «funzioni irrazionali della coscienza». Non è un caso che il Novecento, secolo spiritualmente avverso alla razionalità, abbia trovato in questo libro una delle sue massime fonti d’ispirazione.
Per Bob Dylan l’I Ching era «l’unica cosa che è meravigliosamente vera, punto», come dichiarò in un’intervista al Chicago Daily News del 1965. Il poeta Octavio Paz insegnava ai professori della Universidad Nacional Autónoma del Messico come consultarlo. È stato un testo chiave nella produzione di Allen Ginsberg, Hermann Hesse, Jorge Luís Borges, Raymond Queneau, del pittore Diego Rivera, del coreografo Merce Cunningham. John Cage lo consultava per decidere le partiture delle sue composizioni, determinando con il lancio delle monete «il numero di suoni per pagina», «le chiavi di basso e di violino» e persino le note. Philip K. Dick lo usò per costruire la trama del romanzo La svastica sul sole; che non ha un epilogo definito, perché l’I Ching non offrì un orientamento chiaro in merito. Ma in questo filone l’esperimento più noto forse resta quello di Carl Gustav Jung. Nella prefazione alla celebre edizione americana dei Mutamenti, uscita nel 1961, lo psicoanalista decise di spiegare ai lettori il metodo dell’I Ching descrivendo il dettaglio di una divinazione. Quindi chiese al libro stesso un giudizio «sulla sua situazione attuale», cioè sull’intenzione di Jung «di presentarlo alla coscienza occidentale». L’I Ching mostrò di prendere molto seriamente il proprio destino sul mercato librario anglosassone, prevedendo buona accoglienza, ma anche il rischio di un «abuso». Ma cosa aveva fatto esattamente Jung? Su che basi riteneva convincente un simile esperimento? Questioni di metodo. Mentre la scienza occidentale forza la natura a rispondere a una domanda escludendo ogni elemento perturbatore, l’I Ching funziona nel modo opposto: si pone il problema lasciando alla natura piena libertà, nella convinzione che la risposta non avrà nulla di casuale. In poche parole, chi ha inventato l’I Ching era convinto che l’esagramma che sarebbe uscito in un dato momento avrebbe coinciso con quel momento non solo nel tempo, ma nella qualità, cioè avrebbe svelato all’osservatore l’essenza intima del presente, mettendolo nelle condizioni di agire correttamente.
Si potrebbe obiettare che in realtà siamo noi a proiettare i nostri contenuti soggettivi nell’oscuro simbolismo degli esagrammi. Ma qui il saggio cinese risponderebbe con un sogghigno: chissà! Questa è l’atmosfera dell’I Ching: fluttuare nell’incertezza, senza sapere se ciò che si vede sia realtà o illusione.
(Sul Venerdì del 29 giugno 2018)
L’intero scibile del cosmo è racchiuso in sessantaquattro immagini create da una combinazione di sei linee, o esagrammi; a ciascun esagramma corrisponde un corollario di sentenze. Nel corso dei secoli il corpus originario si è arricchito di vari commentari, il più importante dei quali è attribuito a Confucio. La consultazione di per sé è piuttosto semplice: si pone all’I Ching una domanda, anche una domanda banale, si lanciano in aria tre monete (anticamente l’operazione avveniva con steli di achillea); il valore numerico che se ne ricava indica l’esagramma di riferimento: lì c’è la risposta, «se tu però non sarai l’uomo giusto, a te il significato non si svela». Gli studiosi hanno identificato centinaia di tradizioni interpretative dell’I Ching, solo per l’epoca imperiale. Il Novecento ha poi prodotto letture marxiste, femministe, psicoanalitiche, e un’infinità di studi sulle implicazioni scientifiche degli esagrammi, la cui struttura sembra contenere praticamente tutto, dalla logica binaria dei computer alla teoria quantistica dei campi. È dunque con un immenso sforzo di sintesi che il sinologo americano Richard J. Smith ha ripercorso tutta la storia culturale del testo e ne ha fatto un libricino di 200 pagine, ora pubblicato dal Mulino: I Ching. Una nuova lettura del Libro dei Mutamenti.
Non si tratta dell’ennesima interpretazione, ma di un tentativo di afferrare la natura del libro. Da una parte lo si potrebbe paragonare ai grandi testi di spiritualità, come la Bibbia o il Corano. Tuttavia, come fa notare Smith, il documento contiene scarsi riferimenti a esseri soprannaturali, e soprattutto non c’è narrazione. L’esagramma 44, per esempio, ovvero Kou, Il farsi incontro, recita: «La ragazza è potente. Non bisogna sposare una ragazza simile». Seguono chiarimenti che un lettore di passaggio non giudicherebbe chiarificatori: «Sotto il cielo vi è il vento: l’immagine del farsi incontro. Così fa il principe quando emana i suoi ordini e li proclama alle quattro regioni del cielo». Dopodiché, a seconda della combinazione creata dalle monete, l’I Ching potrebbe aggiungere che «Nella vasca vi è un pesce. Nessuna macchia», ma anche che «Nella vasca non vi è alcun pesce. Da ciò insorge sciagura». Soprattutto, potrebbe accadere che l’esagramma si trasformi in un altro esagramma ancora, per indicare la piega che prenderanno gli eventi. Il che fa dell’I Ching il primo librogame della storia. D’altronde, l’impressione di molti studiosi è che il testo sia “vivo” e che fornisca risposte pertinenti.
Si dice che Confucio abbia ricevuto una risposta inappropriata una sola volta: era l’esagramma 22, l’Avvenenza. Lo psicoanalista Carl Gustav Jung, dopo aver studiato l’I Ching per una vita, alla fine dei suoi anni dichiarò che ormai, quando lo interrogava, era sistematicamente in grado di prevedere la risposta. Irretiti da questo pozzo di mistero e conoscenza, a partire dal XVII secolo molti missionari cristiani arrivati in Cina per convertire anime erano tornati indietro invasati dall’I Ching, spesso sfiorando il rogo. Leggendo Smith diventa chiaro cosa fosse ad attrarli così fatalmente: non l’esoterismo, non la sapienza, non la matematica, con cui il cristianesimo aveva intimità, ma un’intuizione che la filosofia greca aveva rimosso dal pensiero occidentale, e cioè che l’intelletto, in quanto parte, non può da solo comprendere il tutto. Per comprendere l’I Ching è dunque necessario ricorrere alle «funzioni irrazionali della coscienza». Non è un caso che il Novecento, secolo spiritualmente avverso alla razionalità, abbia trovato in questo libro una delle sue massime fonti d’ispirazione.
Per Bob Dylan l’I Ching era «l’unica cosa che è meravigliosamente vera, punto», come dichiarò in un’intervista al Chicago Daily News del 1965. Il poeta Octavio Paz insegnava ai professori della Universidad Nacional Autónoma del Messico come consultarlo. È stato un testo chiave nella produzione di Allen Ginsberg, Hermann Hesse, Jorge Luís Borges, Raymond Queneau, del pittore Diego Rivera, del coreografo Merce Cunningham. John Cage lo consultava per decidere le partiture delle sue composizioni, determinando con il lancio delle monete «il numero di suoni per pagina», «le chiavi di basso e di violino» e persino le note. Philip K. Dick lo usò per costruire la trama del romanzo La svastica sul sole; che non ha un epilogo definito, perché l’I Ching non offrì un orientamento chiaro in merito. Ma in questo filone l’esperimento più noto forse resta quello di Carl Gustav Jung. Nella prefazione alla celebre edizione americana dei Mutamenti, uscita nel 1961, lo psicoanalista decise di spiegare ai lettori il metodo dell’I Ching descrivendo il dettaglio di una divinazione. Quindi chiese al libro stesso un giudizio «sulla sua situazione attuale», cioè sull’intenzione di Jung «di presentarlo alla coscienza occidentale». L’I Ching mostrò di prendere molto seriamente il proprio destino sul mercato librario anglosassone, prevedendo buona accoglienza, ma anche il rischio di un «abuso». Ma cosa aveva fatto esattamente Jung? Su che basi riteneva convincente un simile esperimento? Questioni di metodo. Mentre la scienza occidentale forza la natura a rispondere a una domanda escludendo ogni elemento perturbatore, l’I Ching funziona nel modo opposto: si pone il problema lasciando alla natura piena libertà, nella convinzione che la risposta non avrà nulla di casuale. In poche parole, chi ha inventato l’I Ching era convinto che l’esagramma che sarebbe uscito in un dato momento avrebbe coinciso con quel momento non solo nel tempo, ma nella qualità, cioè avrebbe svelato all’osservatore l’essenza intima del presente, mettendolo nelle condizioni di agire correttamente.
Si potrebbe obiettare che in realtà siamo noi a proiettare i nostri contenuti soggettivi nell’oscuro simbolismo degli esagrammi. Ma qui il saggio cinese risponderebbe con un sogghigno: chissà! Questa è l’atmosfera dell’I Ching: fluttuare nell’incertezza, senza sapere se ciò che si vede sia realtà o illusione.
(Sul Venerdì del 29 giugno 2018)