Guido Ceronetti, tra Orazio e gli Ufo
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESIL'ultima intevista del poeta al Venerdì di Repubblica: le Odi appena tradotte (dopo 70 anni di tentativi). La vecchiaia. La saggezza. Il sogno di incontrare Dostoevskij o gli alieni. O anche solo di andare al mare
CETONA (Siena). Il desiderio di tradurre Orazio accompagna Guido Ceronetti dal 1945: da quando, appena diciottenne, si cimentò con il "deserto fiorito" dei suoi versi. Il fiume degli eventi ha per un'epoca d'anni allontanato i due poeti. L'uno, il classico dei classici, lasciato alle cure di un mondo "delatinizzato"; l'altro, il filosofo ignoto (come ama definirsi), lo scrittore ebraizzante, il giornalista luciferino, intento a tener dietro alla propria prosa in ebollizione, a scavare nello gnosticismo e nel pensiero di Spinoza, ad allestire un teatro di marionette in giro per l'Italia, a tradurre Marziale, Giovenale, Catullo, la Bibbia, aspettando laicamente, ma non metaforicamente, quello che ora ha chiamato il Fuoco, ora il Messia, ora l'Anticristo. Insomma a fare tutto, tranne che tradurre Orazio. È oggi, alle soglie dei 91 anni, che Ceronetti congeda l'Horatius interruptus: la sua raccolta dalle Odi esce in questi gior…
CETONA (Siena). Il desiderio di tradurre Orazio accompagna Guido Ceronetti dal 1945: da quando, appena diciottenne, si cimentò con il "deserto fiorito" dei suoi versi. Il fiume degli eventi ha per un'epoca d'anni allontanato i due poeti. L'uno, il classico dei classici, lasciato alle cure di un mondo "delatinizzato"; l'altro, il filosofo ignoto (come ama definirsi), lo scrittore ebraizzante, il giornalista luciferino, intento a tener dietro alla propria prosa in ebollizione, a scavare nello gnosticismo e nel pensiero di Spinoza, ad allestire un teatro di marionette in giro per l'Italia, a tradurre Marziale, Giovenale, Catullo, la Bibbia, aspettando laicamente, ma non metaforicamente, quello che ora ha chiamato il Fuoco, ora il Messia, ora l'Anticristo. Insomma a fare tutto, tranne che tradurre Orazio. È oggi, alle soglie dei 91 anni, che Ceronetti congeda l'Horatius interruptus: la sua raccolta dalle Odi esce in questi giorni per Adelphi. Ventotto poesie scelte: le odi in tutto sono 103, composte, per la maggior parte, nella residenza dell'otium oraziano, una magnifica villa in Sabina, a poco più di un giorno di cavalcata da Roma, con un grande giardino porticato, una piscina e, nei pressi, una cascata amena che Orazio chiamava affettuosamente Bandusia, come la fonte della casa avita (a Venosa), di cui scrisse, nella traduzione di Ceronetti: "Basterà nel mio verso nominarti: e sarai tu dovunque celebrata; se dirò il cavo di roccia da cui sgorgano, ombreggiata da un leccio, le tue linfe cinguettanti".
I due uomini hanno qualcosa in comune. Non al primo sguardo: Orazio era un meridionale corpulento che amava eccessi e libagioni. Eppure il pallido torinese, che disdegna "l'imitazione romana delle voluttà greche" (l'asceta vampiro, lo chiamava Goffredo Parise), trova in Orazio la vera saggezza. Che cosa sia lo fa dire nella prefazione a Marguerite Yourcenar: "Siamo così abituati a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, che fatichiamo a riconoscere in lei la forma più dura, più condensata dell'Ardore, la particella aurea nata dal fuoco, e non la cenere". Tutto lascia supporre che la malinconia puerile di Ceronetti nasconda la stessa condizione dell'anima. Questo esprime, con un filo di voce, nel suo appartamento di Cetona, inchiodato a un corpo che detesta (come gli gnostici), ma che blandisce, per paura di ritorsioni.
Come sta?
"Male. È che le malattie mi fanno paura. Cerco di schivarle, ma è un po' difficile. Ho un medico che me lo predica come dottrina: alla tua età cosa vuoi? Devi sopportare! Mica mi dice che i farmaci mi aiuteranno. Ma va bene. Il tempo, alla mia età, è più che vissuto".
È un po' quello che direbbe Orazio. C'è un'ode che le è particolarmente cara?
"Sì. Credo sia 1, 11: Tu ne quaesieris... Sa, quando posso pronuncio il dittongo. 'Non scrutare la fine a me, a te, Leucònoe, decretata dagli Dei...'. L'ho tradotta cento volte".
Orazio parla molto della morte. A lei fa paura?
"No. Paura no. Se mi viene da razionalizzare quel momento lì, che è al di fuori della razionalità, allora lo accetto come un fatto che deve venire. Altrimenti... 'à présent je me révolte contre la mort' diceva Rimbaud sui vent'anni. Morì tra dolori atroci. Ormai aveva rinnegato tutto, tutto. In Africa divenne un altro: Rimbaud coi baffetti, un altro uomo. Ma era un genio, e i geni sono strani".
Lei lo ha mai conosciuto, un genio?
"Ho conosciuto gente molto intelligente. No, nessun genio".
Se avesse conosciuto Rimbaud, lo avrebbe saputo che era un genio?
"Eh. Forse sì. Un frisson mi sarebbe venuto. Avrei anche voluto conoscere Cechov e Dostoevskij. Se Dostoevskij entrasse adesso, al posto del mio accompagnatore, sarei molto contento. A quel punto non uscirei più".
Trova ancora interessante vivere, leggere, scrivere?
"A metà. Le visite però le amo molto. Ho una grande smania di andare al mare. Caspita. Voglio andare al mare e non ho soldi. Mi basterebbero quindici giorni a Finalmarina. Sono sempre andato in Liguria. Forse ad agosto... forse".
Perché il mare?
"Perché, come dice Messer Nicia nella Mandragola del sommo fiorentino (Machiavelli, ndr): "e vidi acqua, tanta acqua"".
Le piace vedere tanta acqua.
"Mi piace non vedere costruzioni umane. È un gran bene".
Da qui, solo colline.
"Ci vivo da 35 anni. Non amavo starci, ne partivo sempre. È la casa che comprò mia suocera, voluta da mia moglie. Ci siamo separati, e ci son venuto io. Non abbiamo mai divorziato".
Perché?
"Per il piacere di ricordarci di quando eravamo insieme".
Non avete avuto figli, vero?
"No. Non sopportavo l'idea che stessero male. Non la sopporto l'idea dei bambini sofferenti. Parlo della sofferenza di tutti, quella della vita. Però mi sono mancati, i bambini. Infatti poi abbiamo fatto due tentativi per adottarli. Ma andò male".
Cambiando argomento: nei suoi libri di tanto in tanto compare un riferimento agli Ufo.
"Sì, mi sono interessato agli Ufo. Ho letto il libro di Jung Le cose che si vedono in cielo. Che è estremamente appassionante. Un giorno ho visto un numero del tempo di guerra di La Stampa: durante l'oscuramento, su una zona della collina torinese, era apparsa una luce misteriosa. Io ci penso sempre agli Ufo. Perché sono una liberazione dal finito, in un certo senso. Ti liberano dal finito e ti proiettano altrove. A Torino gli Ufo abitano sul Musinè. Avevo un amico che viveva ai piedi del Musinè e mi diceva: là si annidano degli Ufo. Non so se li hanno rivisti".
Cosa sono gli Ufo?
"Dovrebbero essere gli alieni. Ma li abbiamo visti? Non so. È bello pensare che ci sia nell'infinito spazio qualcosa da cui partono, qualcosa da cui arrivano".
A proposito di visitatori: lei negli ultimi anni ha espresso posizioni di assoluta chiusura ai migranti.
"In effetti ho l'impressione di essere invaso. Perché questi stranieri sono degli ultraprolifici. E chi è ultraprolifico non ha inquietudine per i figli. Sono una bomba biologica. Una minaccia identitaria. Come la globalizzazione, abbattono quelle frontiere per le quali abbiamo penato tanto".
Da che si sono consorziati, gli uomini hanno avviato un processo apparentemente inarrestabile verso l'integrazione culturale e il rispetto dei diritti umani. Possibile che la sua avversione ai migranti sia una sorta di protesta contro l'ineluttabilità del progresso?
"Sì, è possibile. Però il passato non lo amo per niente. Una vecchia rilegatura mi è odiosa. Se ricevessi dieci lettere alla settimana, avrei ancora delle speranze. Ma non arrivano più. Solo bollette. Lettere, niente. Siamo una carrettata di migranti della vita, ci estinguiamo. Non che voglia trovare che la vita sia buona. So che in sé è cattiva. Quindi mi rassegno".
Lo dice come lo direbbe Leopardi, o come uno gnostico?
"Come uno gnostico. Perché Leopardi era troppo legato a se stesso. Una donna che gli sorridesse e subito si rianimava. Come la Fanny Targioni Tozzetti. La nipotina le chiese: "Ma nonna, non hai amato Leopardi?", e lei: "Figlia mia, puzzava". Allora, cercando, grazie a delle brave pulitrici, di non puzzare, uno si incammina per il viale del tramonto. Comunque, se ti salta di scrivermi, puoi scrivermi. Ma scrivi a mano".
Sul Venerdì del 6 luglio 2018
I due uomini hanno qualcosa in comune. Non al primo sguardo: Orazio era un meridionale corpulento che amava eccessi e libagioni. Eppure il pallido torinese, che disdegna "l'imitazione romana delle voluttà greche" (l'asceta vampiro, lo chiamava Goffredo Parise), trova in Orazio la vera saggezza. Che cosa sia lo fa dire nella prefazione a Marguerite Yourcenar: "Siamo così abituati a vedere nella saggezza un residuo delle passioni spente, che fatichiamo a riconoscere in lei la forma più dura, più condensata dell'Ardore, la particella aurea nata dal fuoco, e non la cenere". Tutto lascia supporre che la malinconia puerile di Ceronetti nasconda la stessa condizione dell'anima. Questo esprime, con un filo di voce, nel suo appartamento di Cetona, inchiodato a un corpo che detesta (come gli gnostici), ma che blandisce, per paura di ritorsioni.
Come sta?
"Male. È che le malattie mi fanno paura. Cerco di schivarle, ma è un po' difficile. Ho un medico che me lo predica come dottrina: alla tua età cosa vuoi? Devi sopportare! Mica mi dice che i farmaci mi aiuteranno. Ma va bene. Il tempo, alla mia età, è più che vissuto".
È un po' quello che direbbe Orazio. C'è un'ode che le è particolarmente cara?
"Sì. Credo sia 1, 11: Tu ne quaesieris... Sa, quando posso pronuncio il dittongo. 'Non scrutare la fine a me, a te, Leucònoe, decretata dagli Dei...'. L'ho tradotta cento volte".
Orazio parla molto della morte. A lei fa paura?
"No. Paura no. Se mi viene da razionalizzare quel momento lì, che è al di fuori della razionalità, allora lo accetto come un fatto che deve venire. Altrimenti... 'à présent je me révolte contre la mort' diceva Rimbaud sui vent'anni. Morì tra dolori atroci. Ormai aveva rinnegato tutto, tutto. In Africa divenne un altro: Rimbaud coi baffetti, un altro uomo. Ma era un genio, e i geni sono strani".
Lei lo ha mai conosciuto, un genio?
"Ho conosciuto gente molto intelligente. No, nessun genio".
Se avesse conosciuto Rimbaud, lo avrebbe saputo che era un genio?
"Eh. Forse sì. Un frisson mi sarebbe venuto. Avrei anche voluto conoscere Cechov e Dostoevskij. Se Dostoevskij entrasse adesso, al posto del mio accompagnatore, sarei molto contento. A quel punto non uscirei più".
Trova ancora interessante vivere, leggere, scrivere?
"A metà. Le visite però le amo molto. Ho una grande smania di andare al mare. Caspita. Voglio andare al mare e non ho soldi. Mi basterebbero quindici giorni a Finalmarina. Sono sempre andato in Liguria. Forse ad agosto... forse".
Perché il mare?
"Perché, come dice Messer Nicia nella Mandragola del sommo fiorentino (Machiavelli, ndr): "e vidi acqua, tanta acqua"".
Le piace vedere tanta acqua.
"Mi piace non vedere costruzioni umane. È un gran bene".
Da qui, solo colline.
"Ci vivo da 35 anni. Non amavo starci, ne partivo sempre. È la casa che comprò mia suocera, voluta da mia moglie. Ci siamo separati, e ci son venuto io. Non abbiamo mai divorziato".
Perché?
"Per il piacere di ricordarci di quando eravamo insieme".
Non avete avuto figli, vero?
"No. Non sopportavo l'idea che stessero male. Non la sopporto l'idea dei bambini sofferenti. Parlo della sofferenza di tutti, quella della vita. Però mi sono mancati, i bambini. Infatti poi abbiamo fatto due tentativi per adottarli. Ma andò male".
Cambiando argomento: nei suoi libri di tanto in tanto compare un riferimento agli Ufo.
"Sì, mi sono interessato agli Ufo. Ho letto il libro di Jung Le cose che si vedono in cielo. Che è estremamente appassionante. Un giorno ho visto un numero del tempo di guerra di La Stampa: durante l'oscuramento, su una zona della collina torinese, era apparsa una luce misteriosa. Io ci penso sempre agli Ufo. Perché sono una liberazione dal finito, in un certo senso. Ti liberano dal finito e ti proiettano altrove. A Torino gli Ufo abitano sul Musinè. Avevo un amico che viveva ai piedi del Musinè e mi diceva: là si annidano degli Ufo. Non so se li hanno rivisti".
Cosa sono gli Ufo?
"Dovrebbero essere gli alieni. Ma li abbiamo visti? Non so. È bello pensare che ci sia nell'infinito spazio qualcosa da cui partono, qualcosa da cui arrivano".
A proposito di visitatori: lei negli ultimi anni ha espresso posizioni di assoluta chiusura ai migranti.
"In effetti ho l'impressione di essere invaso. Perché questi stranieri sono degli ultraprolifici. E chi è ultraprolifico non ha inquietudine per i figli. Sono una bomba biologica. Una minaccia identitaria. Come la globalizzazione, abbattono quelle frontiere per le quali abbiamo penato tanto".
Da che si sono consorziati, gli uomini hanno avviato un processo apparentemente inarrestabile verso l'integrazione culturale e il rispetto dei diritti umani. Possibile che la sua avversione ai migranti sia una sorta di protesta contro l'ineluttabilità del progresso?
"Sì, è possibile. Però il passato non lo amo per niente. Una vecchia rilegatura mi è odiosa. Se ricevessi dieci lettere alla settimana, avrei ancora delle speranze. Ma non arrivano più. Solo bollette. Lettere, niente. Siamo una carrettata di migranti della vita, ci estinguiamo. Non che voglia trovare che la vita sia buona. So che in sé è cattiva. Quindi mi rassegno".
Lo dice come lo direbbe Leopardi, o come uno gnostico?
"Come uno gnostico. Perché Leopardi era troppo legato a se stesso. Una donna che gli sorridesse e subito si rianimava. Come la Fanny Targioni Tozzetti. La nipotina le chiese: "Ma nonna, non hai amato Leopardi?", e lei: "Figlia mia, puzzava". Allora, cercando, grazie a delle brave pulitrici, di non puzzare, uno si incammina per il viale del tramonto. Comunque, se ti salta di scrivermi, puoi scrivermi. Ma scrivi a mano".
Sul Venerdì del 6 luglio 2018