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Il sindaco emilio del bono (con la chitarra) a una festa cittadina in aprile e, in basso, insieme all’ex premier Paolo Gentiloni. (Christian Penocchio) 

Brescia, votare Pd e vincere felici e contenti

Gli immigrati sfiorano il venti per cento, ma nelle urne la paura non ha sfondato. La ricetta? Un mix di buon governo e zero cedimenti al populismo. Esportabile? Siamo andati a vedere
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BRESCIA. L’unico errore che ha fatto il Pd bresciano riguarda le sedie. Ne servivano almeno il doppio per far accomodare i cinquecento venuti ad assistere all’incontro notturno al Parco Gallo tra Paolo Gentiloni ed Emilio Del Bono, sindaco piddino al secondo mandato, confermato il 10 giugno al primo turno con quasi il 54 per cento. Adesso che tutto è andato per il verso giusto anche i big nazionali, tenuti tassativamente a distanza durante la campagna, possono farsi vedere. Per imparare come si vince. Nonostante l’immigrazione, tra le più alte d’Italia, che sfiora il 20 per cento in città. Quando a Pisa è bastato il 13 per mandare in orbita il candidato leghista che martellava ossessivo su una sicurezza sinceramente mai stata in pericolo.

«Se sottovalutiamo ciò che è successo corriamo dei rischi» dice l’ex premier Gentiloni, come se la catastrofe non fosse già avvenuta. Ricorda che quello popul…
BRESCIA. L’unico errore che ha fatto il Pd bresciano riguarda le sedie. Ne servivano almeno il doppio per far accomodare i cinquecento venuti ad assistere all’incontro notturno al Parco Gallo tra Paolo Gentiloni ed Emilio Del Bono, sindaco piddino al secondo mandato, confermato il 10 giugno al primo turno con quasi il 54 per cento. Adesso che tutto è andato per il verso giusto anche i big nazionali, tenuti tassativamente a distanza durante la campagna, possono farsi vedere. Per imparare come si vince. Nonostante l’immigrazione, tra le più alte d’Italia, che sfiora il 20 per cento in città. Quando a Pisa è bastato il 13 per mandare in orbita il candidato leghista che martellava ossessivo su una sicurezza sinceramente mai stata in pericolo.

«Se sottovalutiamo ciò che è successo corriamo dei rischi» dice l’ex premier Gentiloni, come se la catastrofe non fosse già avvenuta. Ricorda che quello populista è «un vento internazionale» e si ripromette di «capire le ragioni del successo altrui». L’ex Dc Del Bono ascolta, sorride («Sei il Gianni Morandi della politica, non odiabile!»), ma poi dice «ok il vento populista, ma ne esiste anche un altro» basta avere «proposte alternative». Dice anche che la sinistra futura dovrebbe rispecchiare «più operai, meno Marchionne» e smettere di «disintermediare a colpi di tweet». Dice tutto questo dribblando, come fa il suo ospite romano, qualsiasi riferimento esplicito a nomi e cognomi. Ma solo un marziano, paracadutato qui come certi candidati nelle liste, faticherebbe a cogliere il riferimento. Esiste dunque una ricetta bresciana? Se sì, quale? E soprattutto: è esportabile?

L’indomani si tiene il primo consiglio della giunta rinnovata. Palazzo della Loggia, che nella sontuosa Sala vanvitelliana mostra fiero le cannonate dell’assedio austriaco, è nel pieno del suo splendore. C’è da sbrigare un po’ di formalità democratiche. Paola Vilardi, la candidata sconfitta del centrodestra, prova a rintuzzare gli entusiasmi: «Vittoria frutto dell’astensione». Più memorabile Gianfranco Acri, di Fratelli d’Italia, che ricorda che «l’italianità è la prima regola, piaccia o non piaccia, e non cose colorate in giro». Le «cose», a dissipare l’illusione di un eden di solidarietà, sarebbero un bresciano su cinque. Però, nonostante che un quarto degli elettori abbia votato Lega, il raglio xenofobo qui esce attutito.

 «Da un sondaggio Ipsos prima del voto» mi spiega Davide Bacca del Giornale di Brescia, «immigrazione e criminalità venivano più in basso della media italiana delle preoccupazioni (15 contro 17 e 14 contro 20 per cento) mentre qui urgono la manutenzione delle strade (29 a 12), smaltimento (7 a 2) e raccolta rifiuti (5 a 1)». Che poi strade e aiuole siano immacolate come in Svizzera è un altro discorso. L’ultimo dato rilevante riguarda il lavoro: chiodo fisso del 63 per cento degli italiani contro il 21 dei bresciani. Fuoco, fuochino. Ci avviciniamo a un pezzo di spiegazione. Me lo dicono in coro, davanti a un piatto di casoncelli, l’ex capo della Camera del lavoro Damiano Galletti e la sua successora Silvia Spera: «Senza lavoro salta la coesione sociale». E qui c’è, ci sono entrambi.

«Anche tra i nostri iscritti c’è chi vota Lega» ammette Spera, «ma quando la giunta di destra provò a limitare i bonus bebé solo agli italiani e a espellere i sinti dai campi, facemmo ricorso per discriminazione. Rischiammo la spaccatura interna, ma non si vince senza rischiare». Qui è sport diffuso. Come il vescovo che poche settimane fa è andato in visita alla moschea. O l’Associazione industriali che ha ribadito che «gli immigrati servono». O, per dirla con le parole di Franco Marelli, l’esemplare amministratore delegato di una fonderia nella vicina Lumezzane, «senza di loro non avrei trovato nessuno per i turni notturni del fine settimana». Già. L’ovvietà che spesso viene usata come un randello contro la sinistra radical chic che in genere la pronuncia da una distanza di sicurezza qui è patrimonio comune. Fonderie, edilizia, badanti: senza immigrati, Brescia sarebbe al tracollo.

Torniamo alla Loggia, dove le ultime commemorazioni della strage del 28 maggio sono state aperte dal commovente discorso di Raisa Labaran, una mediatrice sociale afro-bresciana. Del Bono mi mostra un quadro della battaglia di Solferino, correva l’anno 1859, quando la città divenne un ospedale a cielo aperto, dando più tardi i natali alla Croce Rossa. Vale a dire: «I feriti sono tutti uguali». I 163 mila bresciani bianchi come i 37 mila residenti con la pelle più scura. L’opposizione l’ha accusato di essersi allevato un elettorato favorevole concedendo quattromila nuove cittadinanze di cui i due terzi, però, sono minorenni e non votano. A differenza dei suoi colleghi di partito, lui ha vinto meglio nelle periferie. Nella natìa Badia, uno dei cosiddetti villaggi Marcolini dal prete che si inventò quell’edilizia popolare tanto diffusa qui, ha preso il 64 per cento. Non è successo per caso: «Dovevamo scegliere su cosa puntare i pochi soldi che i vincoli di bilancio  ci concedono di spendere e abbiamo scelto chi aveva più bisogno». E quelli, che sono tanti, si sono sdebitati alle urne. Sinistra for dummies.

Ripete che non ha niente da insegnare a nessuno, però infila vari concetti cristallini. Sull’immigrazione: «Abbiamo sbagliato, soprattutto Alfano, ad autorizzare confusione tra migranti economici e rifugiati. Per i primi bisogna riaprire i flussi, perché invecchiamo come ricorda Tito Boeri, ma invece che con la Bossi-Fini consentendo agli immigrati già qui di fare da sponsor ad altri che verranno con un visto da un anno per trovare lavoro». Sulla sinistra: «Deve “farsi prossima”, e oltre a occuparsi delle minoranze altamente simboliche, tipo unioni civili, non deve dimenticare le moltitudini che faticano, che sono di più». E poi deve «tornare a emozionare» e, invece di inseguire gli avversari sul loro terreno, stabilire in autonomia «la propria agenda» perché «non è vero che tutti gli spazi sono stati occupati da Salvini».

L’altra parola chiave che potrebbe venire utile su scala nazionale è «ascolto». La pronuncia, forte della sua formazione di cattolicesimo sociale, Del Bono. La ripete il professor Paolo Corsini,  che è stato primo cittadino per dodici anni («Per un cattocomunista come me il Pd era un sogno avverato, ma poi ha perso la strada»), invitando a una «auscultazione profonda del mondo cattolico», includendo Curia, volontariato e gli altri «mondi vitali» di cui parlava il sociologo Achille Ardigò. Ci insiste anche Marco Fenaroli, ex comunista, ex sindacalista, già assessore alla casa e oggi al Welfare, che da solo assorbe quasi la metà del bilancio comunale. È lui che ha difeso il fianco sinistro della coalizione Del Bono riuscendo nel miracolo di non perdere per strada neppure Leu né Sinistra italiana. Non è marketing politico, il suo, ma prassi quotidiana: «Tre anni e mezzo fa ci siamo inventati, per rimediare all’abolizione delle circoscrizioni, i consigli di quartiere per far partecipare sul serio la popolazione alla gestione della cosa pubblica».

Trentatré consigli che hanno generato migliaia di incontri su viabilità, edilizia, eccetera. E dove – colpo di scena – anche gli immigrati potevano sia votare che essere eletti, a partire dai 16 anni in su. Una faticaccia immane che però ha pagato nel responsabilizzare i residenti. E legare bianchi e neri. È successo a Sanpolino, dove una delle due torri che sembravano enclave extraterritoriali è stata chiusa e gli ex condomini ridistribuiti in casette di fabbricazione svedese sparpagliate nel verde della prima periferia. Succede in via Milano dove l’inquinamento dei terreni da parte della fallita azienda chimica Caffaro ha fatto prima precipitare il valore degli immobili e poi segnare un nuovo record di residenti immigrati (54 per cento). Mi ci porta in motorino Laura Castelletti, vicesindaca e vulcanica assessora alla Cultura. Mi mostra il teatro che hanno già montato tra le rovine industriali, mi racconta dei sei parchi su dodici bonificati («Qui una generazione di studenti non ha avuto diritto alla ricreazione per i veleni nel suolo»), degli eventi culturali («Ma pop, per tutti!») cresciuti del 50-60 per cento sotto la loro amministrazione.

È orgogliosa soprattutto del progetto di riqualificazione “Oltre la strada”, che punta a cambiare i lineamenti a quello che, con difetto di proporzioni cosmopolite, i bresciani chiamavano il Bronx. Un progetto che ha raccolto 50 milioni di euro, venti dai fondi periferie del governo scorso, dieci dal Comune e venti dai privati che sono stati convinti a investire. Tra loro, il pioniere Alessandro Lanzani, quarantaquattrenne ristoratore tornato da New York con un’intuizione che sulle prime sembrava un colpo di testa. «Immagino i primi locali che, vent’anni fa, hanno aperto a Williamsburg: avranno dato dei matti anche a loro. Ma oggi il loro valore è moltiplicato» dice, sperando nella profezia che si autoavvera. Così ha preso un mutuo, comprato mille metri quadrati di una zona commerciale dismessa, chiamato un architetto bravo e di mondo e inaugurato l’estate scorsa Laboratorio Lanzani dove servono dalle ostriche al pane fatto in casa, che non sfigurerebbe a Manhattan. Poi sono arrivati il negozio di abbigliamento inglese, quello per tennisti di lusso e via gentrificando. Qui vicino, rilancia Castelletti, sorgerà anche il Musil, il «primo museo italiano dell’industria e del lavoro», che è tanto prodotto tipico di qui quanto a Mantova la sbrisolona.

E quindi, riassumendo, quanto la sinistra italiana si può ispirare al modello Brescia? È tutto un complesso di cose, sembra dire Del Bono. Una cultura civica altamente innervata di cattolicesimo. Chiedo anche a Luca Trentini, segretario di Sinistra Italiana, soddisfatto della vittoria collettiva ma mortificato dal dimezzamento dei suoi consiglieri: «No, non credo sia esportabile. Noi abbiamo partecipato ai tavoli, contribuito a scrivere il programma. Sulle cose concrete si può, sul Jobs act o le pensioni la vedrei dura». Un terzo dei Cinque stelle, assicurano gli studiosi dei flussi, ha votato Del Bono. Alla faccia della sapienziale strategia di tifare per l’autocombustione gialloverde mangiando popcorn. A Brescia sono sul pezzo, sempre. I problemi si affrontano, dicono, non si nascondono sotto al tappeto. Scriveva Guido Piovene nel Viaggio in Italia: «La  civetteria di un bresciano è di definire “prosaici” i suoi concittadini, e naturalmente se stesso; grandi lavoratori, ma tirchi, caparbi, e tradizionalisti nelle idee amministrative» contrapponendo la città all’affarismo, modernismo, avvenirismo di Milano.  Dove però oggi il Pd vince solo nei quartieri bene. Forse non sanno verbalizzarlo, ma di certo il loro segreto lo sanno mettere in pratica. Riaprire le Frattocchie sulle sponde del Mella potrebbe non essere una cattiva idea.

Sul Venerdì del 20 luglio 2018