Un'estate al mare, voglia di capire
Corrado Augias , di CORRADO AUGIASGialli e romanzi d’evasione, certo. Ma anche saggi per leggere meglio il presente che ci tocca vivere. Ecco qualche libro da mettere in valigia secondo Corrado Augias
Se toccasse a me mettere qualche libro in valigia per leggerlo in vacanza, comincerei da alcuni saggi sull’attualità politica. Ma come, si dirà, anche in vacanza? Per i lettori del Venerdì che immagino osservatori non distratti di quanto succede (e succede di tutto) vacanza non vuol dire vacatio, cioè dispensa, esonero, vuoto – quindi qualche buon saggio ben scelto in valigia può aiutare. Anche perché, confesso, ho l’impressione che proprio certi saggi siano stati i titoli più coinvolgenti dei primi sei mesi di questo anno 2018, in particolare quelli che analizzano, interpretano, il momento politico che non solo in Italia stiamo vivendo. Darò anche qualche buon suggerimento di lettura distensiva, gradevole, fatta di buona scrittura e di un sottile filo di humour – quella che preferisco – ma al lettore che s’appresta a preparare la famosa valigia (o zaino) per le vacanze consiglierei subito due …
Se toccasse a me mettere qualche libro in valigia per leggerlo in vacanza, comincerei da alcuni saggi sull’attualità politica. Ma come, si dirà, anche in vacanza? Per i lettori del Venerdì che immagino osservatori non distratti di quanto succede (e succede di tutto) vacanza non vuol dire vacatio, cioè dispensa, esonero, vuoto – quindi qualche buon saggio ben scelto in valigia può aiutare. Anche perché, confesso, ho l’impressione che proprio certi saggi siano stati i titoli più coinvolgenti dei primi sei mesi di questo anno 2018, in particolare quelli che analizzano, interpretano, il momento politico che non solo in Italia stiamo vivendo. Darò anche qualche buon suggerimento di lettura distensiva, gradevole, fatta di buona scrittura e di un sottile filo di humour – quella che preferisco – ma al lettore che s’appresta a preparare la famosa valigia (o zaino) per le vacanze consiglierei subito due o tre titoli che aiutano a capire l’innegabile crisi nel mondo occidentale (Europa, Stati Uniti), ovvero l’evidente declino del modello democratico nato alla fine del Settecento.
Lo studioso americano Jason Brennan ha addirittura scritto un saggio dal titolo Contro la democrazia (Luiss University Press), titolo che ha di certo una componente provocatoria ma che va comunque preso sul serio. La sua idea è che troppe persone votino senza sapere bene le ragioni della loro scelta, che votino cioè in preda ad emozioni e paure, senza più la guida di un’ideologia né l’assistenza di un progetto. Si spiega così, scrive Brennan, l’irresponsabile voto inglese al referendum sull’Europa e quello americano che ha mandato alla Casa Bianca un individuo come Donald Trump. Allo stesso filone possiamo annettere Popolo vs Democrazia di Yascha Mounk (Feltrinelli). Le due componenti essenziali della democrazia liberale – i diritti degli individui e la volontà popolare – sono entrate in conflitto, scrive lo studioso di Harvard; c’è un modo di riallinearle? Il saggio comprende anche qualche indicazione terapeutica ma la parte più convincente – e impressionante – è quella dell’analisi dove si arrivano a ipotizzare possibili sistemi di «diritti senza democrazia».
Troppi diritti dunque? Anche a scapito della coesione generale? È l’ipotesi che s’affaccia in un altro saggio, scritto da Giovanni Orsina: La democrazia del narcisismo (Marsilio). Fino a poco tempo fa – si legge – la tendenza prevalente era di attribuire l’ascesa, non solo in Italia, dei movimenti populisti, la crescita di diffusi sentimenti di rabbia a frustrazione, alla terribile crisi economica scoppiata in America nel 2008. La crisi però è passata, l’economia è tornata a crescere, nonostante questo i partiti detti “del risentimento” continuano a diffondersi. Come mai? Anche Orsina, come la maggior parte di chi interviene sull’argomento, ritiene che qualcosa si sia spezzato nel meccanismo della democrazia rappresentativa. Mi pare anzi che questo sia dato per accertato da tutti gli studiosi che ho avuto modo di leggere; se davvero fosse così potremmo anche arguirne, malinconicamente, che potrebbe anche andare peggio. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, Orsina fa risalire l’origine dell’attuale crisi ai giorni di Tangentopoli, quando il sistema dei partiti che avevano accompagnato la rinascita democratica del paese e un’intera classe di governo vennero tolti di mezzo quasi da un giorno all’altro.
Un’ultima segnalazione: Troppi diritti di Alessandro Barbano (Mondadori). La sua tesi è che l’Italia è stata tradita da un eccesso di diritti. Obiezione: ma non si è trattato di una conquista? Per la quale tutti i movimenti democratici, per decenni, si sono battuti? Risponde Barbano (ex direttore del quotidiano Il Mattino): sì, certo, ma quando quei diritti sono diventati i principi guida delle società è emerso anche il loro lato oscuro che per di più oggi è potenziato dalla fulminea velocità delle comunicazioni e dalla diffusione delle notizie – compreso il veleno di quelle false. Da qui, scrive l’autore, l’avvento di ciò che si chiama populismo ovvero la crisi della delega, la rinuncia o lo svilimento delle mediazioni, il disprezzo delle competenze. In pratica ha assunto consistenza sociale il vecchio slogan sessantottesco “Vogliamo tutto” che pareva dover restare il futile grido di un’esasperata utopia.
Passo a un diverso modo di guardare alla politica, più mediato e centrato su una prospettiva individuale, cioè le biografie. A parte qualche sporadica eccezione, le biografie riguardano uomini e donne esaminati e narrati dalla pacata prospettiva della storia. Ne segnalo due dedicate a protagonisti che parrebbero lontani e diversi mentre in effetti hanno più di un punto in comune: Lenin e Robespierre. Su quest’ultimo, sicuramente il personaggio più affascinante della rivoluzione del 1789, è in libreria il recentissimo Robespierre di Jean-Clément Martin (Salerno editrice). C’è un doppio motivo d’interesse nella prospettiva impiegata dall’autore. Il primo è che tende a mettere in evidenza i due enigmi che hanno caratterizzato la sua vita la rapidità dell’ascesa – lui piccolo avvocato arrivato dalla provincia (piccolo borghese, potremmo dire) – e l’altrettanto rapida caduta; un uomo che pareva stringere in pugno l’intero potere rivoluzionario si trovò sul patibolo, già orribilmente ferito da un colpo di pistola, quasi nel giro di poche ore. Lettura appassionante dalla quale si ricava anche qualche buon motivo di riflessione sugli immutabili e implacabili meccanismi della politica – ghigliottina a parte. L’altra biografia, quella di Lenin, la dobbiamo alla penna sulfurea di Curzio Malaparte: Il buonuomo Lenin (Adelphi). La biografia è un genere storico, fondato, di solito, su ricerche e dati di fatto. Con Malaparte non si è mai certi che sia così; anche in questo caso, come in altri saggi, ad eventi accertati l’autore mescola il portato della fantasia. Il che nulla toglie alla piacevolezza quasi romanzesca della ricostruzione; al contrario la accresce fino a giustificare il titolo un po’ derisorio. Buonuomo? Lenin? L’idea dell’autore è che Vladimir Ilic Ulianov non fosse una specie di Gengis Khan sbucato dalle profondità dell’Asia; lo descrive (e qui riappare Robespierre) come un piccolo borghese, uno zelante «funzionario del disordine», interessato agli intrighi di corrente più che alle azioni militari e alle insurrezioni operaie. Una lettura, confesso, spiazzante ma nello stesso tempo irresistibile tale è la maestria stilistica e inventiva dell’autore.
Resto nel genere narrativo sospeso per un motivo o per un altro tra storia e invenzione per segnalare uno dei saggi più divertenti dell’anno: E Marx tacque nel giardino di Darwin di Ilona Jerger (Neri Pozza). Attenzione, non è un libro con il quale si rida a crepapelle: lo definisco “divertente” per chi è capace di cogliere l’ironia sopraffina di far incontrare a cena (evento mai avvenuto) due dei massimi geni del XIX secolo, l’uomo dell’evoluzione e l’uomo della rivoluzione, facendoli parlare delle rispettive scoperte con tutti gli equivoci, le diffidenze, la sotterranea ammirazione reciproca che le circostanze offrono e che l’autrice abilmente sfrutta.
Proseguo con un romanzo poliziesco di grande piacevolezza, che appartiene al genere delle invenzioni al quadrato (che elaborano cioè un’invenzione altrui), molto adatto a chi ama lo humour raffinato e allusivo: Al vento dell’Oceano di Hans Tuzzi (Bollati Boringhieri). Primavera del 1926: il transatlantico Pamphilia solca l’Atlantico, prua su New York. In prima classe qualche miliardario americano con ambizioni politiche, qualche dandy di esausta eleganza, qualche immancabile cocotte. E poi lui: Neron Vukcic, ex agente segreto montenegrino che va in America per cominciare una nuova professione: l’investigatore privato. Avrà modo di mettersi subito alla prova perché a bordo si verifica un assassinio che il signor Vukcic brillantemente risolve prima dell’attracco a Manhattan. Chi conosce i romanzi di Rex Stout e il loro protagonista, il geniale ciccione Nero Wolfe, non faticherà a riconoscere nel giovane montenegrino il futuro abilissimo investigatore che coltiva orchidee nell’attico della sua casa di arenaria.
Per chiudere metterei in valigia un bel romanzo di Leonardo Colombati. Protagonista un quarantenne, sposato con figlia, che deve ricominciare da capo la vita dopo che un incendio ha distrutto una parte dell’albergo di cui è proprietario. Colombati è capace di raccontare anche le sventure senza perdere il sorriso. Titolo particolarmente intonato alla stagione: Estate (Mondadori).
Lo studioso americano Jason Brennan ha addirittura scritto un saggio dal titolo Contro la democrazia (Luiss University Press), titolo che ha di certo una componente provocatoria ma che va comunque preso sul serio. La sua idea è che troppe persone votino senza sapere bene le ragioni della loro scelta, che votino cioè in preda ad emozioni e paure, senza più la guida di un’ideologia né l’assistenza di un progetto. Si spiega così, scrive Brennan, l’irresponsabile voto inglese al referendum sull’Europa e quello americano che ha mandato alla Casa Bianca un individuo come Donald Trump. Allo stesso filone possiamo annettere Popolo vs Democrazia di Yascha Mounk (Feltrinelli). Le due componenti essenziali della democrazia liberale – i diritti degli individui e la volontà popolare – sono entrate in conflitto, scrive lo studioso di Harvard; c’è un modo di riallinearle? Il saggio comprende anche qualche indicazione terapeutica ma la parte più convincente – e impressionante – è quella dell’analisi dove si arrivano a ipotizzare possibili sistemi di «diritti senza democrazia».
Troppi diritti dunque? Anche a scapito della coesione generale? È l’ipotesi che s’affaccia in un altro saggio, scritto da Giovanni Orsina: La democrazia del narcisismo (Marsilio). Fino a poco tempo fa – si legge – la tendenza prevalente era di attribuire l’ascesa, non solo in Italia, dei movimenti populisti, la crescita di diffusi sentimenti di rabbia a frustrazione, alla terribile crisi economica scoppiata in America nel 2008. La crisi però è passata, l’economia è tornata a crescere, nonostante questo i partiti detti “del risentimento” continuano a diffondersi. Come mai? Anche Orsina, come la maggior parte di chi interviene sull’argomento, ritiene che qualcosa si sia spezzato nel meccanismo della democrazia rappresentativa. Mi pare anzi che questo sia dato per accertato da tutti gli studiosi che ho avuto modo di leggere; se davvero fosse così potremmo anche arguirne, malinconicamente, che potrebbe anche andare peggio. Per quanto riguarda in particolare l’Italia, Orsina fa risalire l’origine dell’attuale crisi ai giorni di Tangentopoli, quando il sistema dei partiti che avevano accompagnato la rinascita democratica del paese e un’intera classe di governo vennero tolti di mezzo quasi da un giorno all’altro.
Un’ultima segnalazione: Troppi diritti di Alessandro Barbano (Mondadori). La sua tesi è che l’Italia è stata tradita da un eccesso di diritti. Obiezione: ma non si è trattato di una conquista? Per la quale tutti i movimenti democratici, per decenni, si sono battuti? Risponde Barbano (ex direttore del quotidiano Il Mattino): sì, certo, ma quando quei diritti sono diventati i principi guida delle società è emerso anche il loro lato oscuro che per di più oggi è potenziato dalla fulminea velocità delle comunicazioni e dalla diffusione delle notizie – compreso il veleno di quelle false. Da qui, scrive l’autore, l’avvento di ciò che si chiama populismo ovvero la crisi della delega, la rinuncia o lo svilimento delle mediazioni, il disprezzo delle competenze. In pratica ha assunto consistenza sociale il vecchio slogan sessantottesco “Vogliamo tutto” che pareva dover restare il futile grido di un’esasperata utopia.
Passo a un diverso modo di guardare alla politica, più mediato e centrato su una prospettiva individuale, cioè le biografie. A parte qualche sporadica eccezione, le biografie riguardano uomini e donne esaminati e narrati dalla pacata prospettiva della storia. Ne segnalo due dedicate a protagonisti che parrebbero lontani e diversi mentre in effetti hanno più di un punto in comune: Lenin e Robespierre. Su quest’ultimo, sicuramente il personaggio più affascinante della rivoluzione del 1789, è in libreria il recentissimo Robespierre di Jean-Clément Martin (Salerno editrice). C’è un doppio motivo d’interesse nella prospettiva impiegata dall’autore. Il primo è che tende a mettere in evidenza i due enigmi che hanno caratterizzato la sua vita la rapidità dell’ascesa – lui piccolo avvocato arrivato dalla provincia (piccolo borghese, potremmo dire) – e l’altrettanto rapida caduta; un uomo che pareva stringere in pugno l’intero potere rivoluzionario si trovò sul patibolo, già orribilmente ferito da un colpo di pistola, quasi nel giro di poche ore. Lettura appassionante dalla quale si ricava anche qualche buon motivo di riflessione sugli immutabili e implacabili meccanismi della politica – ghigliottina a parte. L’altra biografia, quella di Lenin, la dobbiamo alla penna sulfurea di Curzio Malaparte: Il buonuomo Lenin (Adelphi). La biografia è un genere storico, fondato, di solito, su ricerche e dati di fatto. Con Malaparte non si è mai certi che sia così; anche in questo caso, come in altri saggi, ad eventi accertati l’autore mescola il portato della fantasia. Il che nulla toglie alla piacevolezza quasi romanzesca della ricostruzione; al contrario la accresce fino a giustificare il titolo un po’ derisorio. Buonuomo? Lenin? L’idea dell’autore è che Vladimir Ilic Ulianov non fosse una specie di Gengis Khan sbucato dalle profondità dell’Asia; lo descrive (e qui riappare Robespierre) come un piccolo borghese, uno zelante «funzionario del disordine», interessato agli intrighi di corrente più che alle azioni militari e alle insurrezioni operaie. Una lettura, confesso, spiazzante ma nello stesso tempo irresistibile tale è la maestria stilistica e inventiva dell’autore.
Resto nel genere narrativo sospeso per un motivo o per un altro tra storia e invenzione per segnalare uno dei saggi più divertenti dell’anno: E Marx tacque nel giardino di Darwin di Ilona Jerger (Neri Pozza). Attenzione, non è un libro con il quale si rida a crepapelle: lo definisco “divertente” per chi è capace di cogliere l’ironia sopraffina di far incontrare a cena (evento mai avvenuto) due dei massimi geni del XIX secolo, l’uomo dell’evoluzione e l’uomo della rivoluzione, facendoli parlare delle rispettive scoperte con tutti gli equivoci, le diffidenze, la sotterranea ammirazione reciproca che le circostanze offrono e che l’autrice abilmente sfrutta.
Proseguo con un romanzo poliziesco di grande piacevolezza, che appartiene al genere delle invenzioni al quadrato (che elaborano cioè un’invenzione altrui), molto adatto a chi ama lo humour raffinato e allusivo: Al vento dell’Oceano di Hans Tuzzi (Bollati Boringhieri). Primavera del 1926: il transatlantico Pamphilia solca l’Atlantico, prua su New York. In prima classe qualche miliardario americano con ambizioni politiche, qualche dandy di esausta eleganza, qualche immancabile cocotte. E poi lui: Neron Vukcic, ex agente segreto montenegrino che va in America per cominciare una nuova professione: l’investigatore privato. Avrà modo di mettersi subito alla prova perché a bordo si verifica un assassinio che il signor Vukcic brillantemente risolve prima dell’attracco a Manhattan. Chi conosce i romanzi di Rex Stout e il loro protagonista, il geniale ciccione Nero Wolfe, non faticherà a riconoscere nel giovane montenegrino il futuro abilissimo investigatore che coltiva orchidee nell’attico della sua casa di arenaria.
Per chiudere metterei in valigia un bel romanzo di Leonardo Colombati. Protagonista un quarantenne, sposato con figlia, che deve ricominciare da capo la vita dopo che un incendio ha distrutto una parte dell’albergo di cui è proprietario. Colombati è capace di raccontare anche le sventure senza perdere il sorriso. Titolo particolarmente intonato alla stagione: Estate (Mondadori).