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Luna Rossa, il vento in coppa è cambiato

Dopo le liti e il ritiro del 2017, nella base di Cagliari si prepara la sfida italiana all’America’s Cup del 2021. Con barche volanti, nuove regole e un’arma segreta. Reportage
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CAGLIARI. Chi, in questi giorni assolati di luglio, s’avventurasse a piedi lungo il molo Ichnusa, al centro esatto del porto di Cagliari, arrivato davanti alle trame d’acciaio e vetro del terminal crociere abbandonato, potrebbe pensare di trovarsi di fronte a una cattedrale nel deserto, uno dei tanti monumenti allo spreco costruiti in Italia negli ultimi anni. Ma si sbaglierebbe. Perché lì dentro, da qualche settimana a questa parte, sta germogliando il seme di una delle scommesse più appassionanti dello sport mondiale: la sfida italiana alla prossima Coppa America, il più antico trofeo sportivo del mondo.

Forse nemmeno l’armatore Patrizio Bertelli, mr. Prada, e il suo skipper ormai storico, Max Sirena, all’inizio di questa loro nuova avventura, si erano resi conto di quanto fosse simbolica la scelta di costruire la base di Luna Rossa proprio lì, in quel posto ormai sinonimo per i cagliaritani di spreco e cattiva amministrazi…
CAGLIARI. Chi, in questi giorni assolati di luglio, s’avventurasse a piedi lungo il molo Ichnusa, al centro esatto del porto di Cagliari, arrivato davanti alle trame d’acciaio e vetro del terminal crociere abbandonato, potrebbe pensare di trovarsi di fronte a una cattedrale nel deserto, uno dei tanti monumenti allo spreco costruiti in Italia negli ultimi anni. Ma si sbaglierebbe. Perché lì dentro, da qualche settimana a questa parte, sta germogliando il seme di una delle scommesse più appassionanti dello sport mondiale: la sfida italiana alla prossima Coppa America, il più antico trofeo sportivo del mondo.

Forse nemmeno l’armatore Patrizio Bertelli, mr. Prada, e il suo skipper ormai storico, Max Sirena, all’inizio di questa loro nuova avventura, si erano resi conto di quanto fosse simbolica la scelta di costruire la base di Luna Rossa proprio lì, in quel posto ormai sinonimo per i cagliaritani di spreco e cattiva amministrazione. Il progetto venne varato nel 2005. Furono stanziati cinque milioni di euro per costruire, su un’area di tremila metri quadrati, un terminal nuovo di zecca destinato ad accogliere le migliaia di crocieristi che ogni anno attraccano in città. I lavori furono portati a termine nel giro di tre anni. Solo che il giorno del varo ci si rese conto che i progettisti si erano “dimenticati” di misurare il fondale. Le navi da crociera hanno bisogno di almeno dieci metri di pescaggio; e lì davanti ce n’erano a malapena sei. Una cosa da niente, che il successivo, inevitabile, rosario di ricorsi, controricorsi, denunce e polemiche ha solo reso più pittoresca.

Nel frattempo, sotto il cocente sole sardo, il nuovo terminal è lentamente scolorito diventando, per i cagliaritani, un vecchio problema, se non addirittura, per i più pessimisti, il simbolo di una città che non ce la può fare. «Quando l’abbiamo visto ci siamo detti da subito che questo posto era l’ideale, per quello che dobbiamo fare noi»,  racconta oggi Sirena mentre scandaglia con lo sguardo la splendida apertura della baia. «Qui c’è sempre vento, la città è accogliente e questo posto è decisamente comodo».  

La “base”, al momento, è solamente una dozzina di container con il brand in bella vista, tre grandi sale riunioni per i progettisti e i designer e una palestra ricavata in un’ala del terminal, con le finestre che danno verso l’orizzonte. «Allenarsi qui è uno spettacolo, capita spesso di vedere i branchi di delfini che entrano nel porto in cerca di cibo». Nelle prossime settimane la nuova casa di Luna Rossa assumerà un aspetto più compiuto e convenzionale, con un centro accoglienza, una sala stampa, e gli uffici per tutti e novanta i membri del team.

Questo è il momento cruciale, per la sfida italiana. Perché, anche se non sembra, il calendario è serrato. Team New Zealand ha messo in palio il trofeo per il 2021. Di qui a un anno dovrà essere progettata, costruita e varata la nuova barca, un monoscafo volante di quasi 23 metri, laddove per “monoscafo volante” si intende un’imbarcazione capace di navigare facendo il cosiddetto “foiling totale”, che sia in grado cioè di alzarsi in volo rimanendo in contatto con la superficie marina solo attraverso dei piccoli baffi, un po’ come un aliscafo. Un progetto molto ambizioso che verrà ulteriormente complicato dalla nuova invelatura. L’America’s cup ha deciso infatti di dire addio all’ala rigida (simile a quella degli aerei, per intendersi), difficilmente gestibile dal punto di vista logistico, in favore di un nuovo concetto, rivoluzionario: l’“ala morbida”. Un dispositivo costituito da due rande tradizionali issate su un albero con due canalette, coordinate da alcuni “bracci di controllo”. Una specie di panino. Spiega Sirena: «È abbastanza facile prevedere che a fare la differenza, alla fine, sarà proprio la gestione di questa nuova ala». Che però al momento ancora nessuno dei concorrenti ha realizzato, né sa come funzioni. «Per il momento quello che possiamo fare è allenarci con le barche “normali” nelle regate del circuito TP52 e lavorare come dei matti al simulatore».

Il simulatore, al momento, è il cuore di tutto. Si tratta di un apparecchio infernale, custodito dentro una stanzetta, davanti al quale Jimmy Spithill (il Cristiano Ronaldo della vela, passato da Oracle a Luna Rossa subito dopo la scorsa edizione), l’olimpionico Pietro Sibello, il timoniere Francesco Bruni, il tattico Vasco Vascotto e lo stesso Sirena passano le ore provando e riprovando manovre, derive, e timoni.

Come è fatto un simulatore di Formula 1, più o meno, lo sanno tutti. Come è fatta la sua versione per l’America’s Cup è un po’ meno scontato. Quello di Luna Rossa è composto da tre monitor, disposti uno a fianco all’altro e un volante per i videogame. «L’obiettivo è quello di far volare l’avatar della barca nel modo più stabile e veloce possibile, anche in manovra», spiega Sirena. A dispetto dell’hardware un po’ naif, la parte più importante del simulatore, il software, è decisamente più sofisticato. L’hanno scritto i tre cervelloni che - dopo aver costruito il simulatore della McLaren - hanno collaborato con New Zealand nell’ultima vittoriosa sfida contro gli americani di Oracle (i cui sistemi di volo erano stati perfezionati dalla Boeing). Il software viene scritto ogni giorno e ogni giorno vengono inseriti nuovi dati per rendere la simulazione sempre più fedele. Un lavoro mostruoso, che si basa su una continua raccolta di dati, sia fuori che dentro l’acqua. Un’attività in cui Luna Rossa era all’avanguardia già alla vigilia della scorsa edizione dell’America’s cup, tanto che Russell Coutts, il velista più vincente nella storia del trofeo nonché king maker di Oracle, decise di stravolgere il regolamento per tagliare fuori dai giochi i pericolosi italiani. La vendetta della Luna fu tremenda: Bertelli mandò Sirena e i suoi uomini migliori a supportare la sfida neozelandese, con la tacita promessa da parte dei kiwi che, a missione compiuta, gli italiani sarebbero stati i challenger of record e che insieme i due team avrebbero riscritto le regole per una America’s cup più umana, di nuovo per velisti (e non più acrobati), e - cosa fondamentale - con il vincolo di nazionalità: l’equipaggio deve essere composto principalmente da atleti provenienti dal Paese che lancia la sfida (Spithill è l’unico straniero tra italiani).

La sfida neozelandese, così lanciata, al momento è stata raccolta da tre big team, gli inglesi di Ineos (con la leggenda della vela Ben Ainslie al timone e un super budget da 153 milioni), gli americani di American Magic (nome della prima imbarcazione a vincere la coppa, nel 1870 e budget illimitato) e Luna Rossa.  «Il nostro budget (dovrebbe aggirarsi intorno agli 80 milioni, ndr) è sicuramente meno importante»,  ammette Sirena. «Però questo non ha nulla a che vedere con la competitività, come hanno insegnato proprio i neozelandesi l’ultima volta». Alle Bermuda, i kiwi avevano il team meno costoso di tutti, eppure hanno schiantato gli americani, dimostrando che in nessuna competizione come nell’America’s cup a contare sono mille fattori, a partire dalla determinazione, dalla capacità di programmare, di guardare oltre. I neozelandesi hanno vinto partendo dall’idea di mettere una biciclette a bordo di un catamarano per produrre energia; Luna Rossa proverà a farlo partendo da una base navale costruita dentro un monumento allo spreco. «L’Italia ha bisogno di tornare a sognare, e vincere. E noi ci proveremo a tutti i costi».

Sul Venerdì del 20 luglio 2018