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Denzel Washington e Ashton Sanders in The Equalizer 2. Senza perdono che sarà presentato al Festival di Locarno il 4 agosto e sarà nelle sale italiane dal 13 settembre. 

Il senso di Denzel per la giustizia

Di certo non ne aveva bisogno. Se Washington ha deciso di recitare in "The Equalizer 2. Senza Perdono" è perché «c’è gente che strappa i figli agli immigrati e la passa liscia». Intervista
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LOS ANGELES. «“Gli uomini ti premiano, Dio ti ricompensa. Mai montarsi la testa, mai esaltarsi”. Così mi diceva sempre mia madre e io da allora seguo il suo consiglio». Denzel Hayes Washington Jr. è attore, regista, amante del teatro, filantropo, e un’icona del black entertainment e nella sua lunga carriera si è portato a casa due Oscar (Glory e Training Day), tre Golden Globe (di cui uno alla carriera), un Tony e due Orsi d’Oro. Nonostante un patrimonio stimato da Forbes di circa 300 milioni di dollari, continua a essere uno degli attori più impegnati e creativi di Hollywood.

«Non si vanterà mai del proprio successo» ci racconta Antoine Fuqua, con cui collabora dai tempi di Training Day, e regista del suo ultimo film The Equalizer 2. Senza Perdono che sarà presentato al Festival di Locarno il prossimo 4 agosto (Piazza Grande) e sarà nelle sale italiane dal 13 settembre. «Denzel &eg…
LOS ANGELES. «“Gli uomini ti premiano, Dio ti ricompensa. Mai montarsi la testa, mai esaltarsi”. Così mi diceva sempre mia madre e io da allora seguo il suo consiglio». Denzel Hayes Washington Jr. è attore, regista, amante del teatro, filantropo, e un’icona del black entertainment e nella sua lunga carriera si è portato a casa due Oscar (Glory e Training Day), tre Golden Globe (di cui uno alla carriera), un Tony e due Orsi d’Oro. Nonostante un patrimonio stimato da Forbes di circa 300 milioni di dollari, continua a essere uno degli attori più impegnati e creativi di Hollywood.

«Non si vanterà mai del proprio successo» ci racconta Antoine Fuqua, con cui collabora dai tempi di Training Day, e regista del suo ultimo film The Equalizer 2. Senza Perdono che sarà presentato al Festival di Locarno il prossimo 4 agosto (Piazza Grande) e sarà nelle sale italiane dal 13 settembre. «Denzel è un uomo molto riservato, spirituale e di grande generosità. Ha donato milioni in beneficenza, per pagare le rette universitarie a decine di ragazzi e dare loro un’opportunità di successo. È la persona più integra che conosca, un leader».

Mr. Washington...
«Mi chiami Denzel per favore».

Ok. Denzel, possiamo definire i due The Equalizer, dei film sulla giustizia?
«Secondo me sì. La giustizia è molto importante per me, soprattutto in un periodo politico duro come questo, quando migliaia di bambini vengono separati dai genitori solo perché hanno attraversato un confine in cerca di aiuto. Ci sono molte persone là fuori che commettono atti orrendi e purtroppo la fanno franca».

Nel film c’è parecchia violenza. Un male necessario?
«So che fa parte della realtà. Sarebbe meglio evitarla ma ci sono situazioni in cui è necessaria per risolvere i conflitti. La storia ci insegna che gli Stati Uniti non esisterebbero senza la violenza. Fa parte di noi, forse per sempre».

Lei pratica boxe da più di trent’anni, per questo film cos’altro ha dovuto imparare?
«A usare l’app per il car sharing, e per fortuna non c’è voluto molto. Fare boxe invece mi aiuta a rimanere fisicamente in forma e anche a fare un ottimo esercizio mentale: il cervello va stimolato».

The Equalizer 2 è il primo sequel della sua carriera. Ce n’era proprio bisogno?
«Mi è piaciuta subito la sceneggiatura, era ben scritta. L’unica condizione che ho posto era di lavorare ancora con Fuqua.La produzione aveva scelto un altro regista, ma con Antoine ho un rapporto di fiducia e di rispetto».

L’interpreatazione in Malcolm X resta tra le sue grandi prove cinematografiche. Prima di fare l’attore ha mai pensato di seguire l’esempio di suo padre, che era un predicatore?
«Prima di intraprendere questa carriera ero istruttore alla Boys & Girls Clubs of America, dove ho trascorso gran parte della mia infanzia perché mia madre non voleva che passassi i pomeriggi in strada finendo nei guai, come è successo a tanti miei amici. Mai avrei pensato di diventare un attore. Negli anni 70 recitare significava andare a New York e fare teatro. Molto più tardi ho scoperto che dirigere un film assomiglia parecchio al lavoro dell’insegnante quindi è come se fossi tornato al mio vecchio lavoro».

In che senso?
«Dirigere è una passione, come la musica o lo sport. Mi piace lavorare con un team, collaborare creativamente con gente di etnie, culture ed estrazioni sociali diverse. Mi piacciono tutti gli aspetti della produzione, costumi e scenografia compresi. Nelson Mandela diceva che un leader è come un pastore che lascia libero il proprio gregge e lo conduce da dietro, chiudendo il gruppo».

E l’amore per il cinema quando è nato?
«Mio padre non apprezzava i film, secondo lui per imparare bisognava solo leggere la Bibbia. Non ci portava mai al cinema, stavamo sempre in chiesa. Durante gli anni dell’università ho iniziato a fare teatro e ho cominciato a vedere uno dopo l’altro tutti i film di Dustin Hoffman, Al Pacino, Robert De Niro. Hollywood era lontanissima e rimane tutt’ora ai margini della mia vita, mentre la Bibbia la leggo ancora tutti i giorni. Ogni mattina mi inginocchio, prego e ringrazio Dio per quello che mi ha dato. Non devi appartenere per forza a un gruppo religioso, basta connettere corpo e mente».

Che padre è Denzel con i suoi figli?
«Io non sono come mio padre, lui era all’antica, per lui mostrare affetto era un segno di debolezza. Io sono molto orgoglioso dei miei figli, come John David che ama recitare e che adesso vedrete in BlacKkKlansman di Spike Lee. Olivia recita anche lei, Katia produce e Malcolm lavora come assistente alla regia proprio con Spike».

Per un attore nero oggi è più facile trovare lavoro rispetto a quando ha cominciato lei?
«Sì, ma siamo sempre una minoranza. Per molte donne afroamericane è ancora dura, soprattutto dopo una certa età. Come regista cerco di facilitare bravi attori, anche se spesso le parti richiedono un determinato colore di pelle: quando Steven Spielberg cercava il cast per Schindler’s List deve aver scelto Ralph Fiennes e non me perché non c’erano nazisti neri. In ogni caso più raccontiamo le nostre storie più ci saranno opportunità per attori afroamericani...».

Tra i registi con cui ha lavorato da chi ha imparato i trucchi del mestiere?
«Cerchi di rubare un po’ da tutti. Ho imparato molto da Tony Scott con cui ho girato cinque film: pensava fuori dagli schemi e aveva sempre nuove idee su dove piazzare la telecamera. A volte ci volevano ore per preparare il set, ma poi riusciva a coordinare tre camere in posti strategici. Oltretutto Tony era mio amico. Se devi rubare da qualcuno, meglio rubare dai migliori. Spielberg ha sempre ammesso di rubare da Akira Kurosawa».

E Antoine Fuqua?
«Con Antoine ho vinto un Oscar e fatto diversi film, mi piace come uomo e regista. Abbiamo imparato a rispettare i nostri spazi. Spesso quando sono coinvolto in una scena o sto improvvisando continua a girare, sa che prima o poi, anche se non seguo i suoi dialoghi, uscirà qualcosa di buono. Io d’altro canto ascolto molto i suoi consigli».

Leggendaria è la sua passione per la musica. Cosa le piace?
«Il jazz, ho un’ottima collezione di vinili. Tra i grandi metto il sassofonista Pharoah Sanders, il suo album Elevation era il mio preferito quando avevo 20 anni. Mi piacciono Angela Bofill, Patti LaBelle e Minnie Riperton, che purtroppo non ho mai incontrato. Ma ho avuto la fortuna di avere Michael Jackson ospite a cena: aveva un’anima davvero gentile».

La canzone che le ha cambiato la vita?
«What’s Going On di Marvin Gaye e non solo per musica e testo. Era la prima volta che vedevo un afroamericano vestito in maniera molto cool, Gaye è stato il primo a indossare una camicia di jeans sopra una maglietta».

Sul Venerdì del 3 luglio 2018