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Marlon Brando è Marco Antonio in una scena della versione cinematografica del Giulio Cesare (1953) Getty Images 

Shakespeare in Rome, la tragedia eterna

Un saggio fa luce sull’importanza avuta dalla città e dalla sua storia nella produzione del Bardo. Che qui ambientò cinque opere, da Giulio Cesare ad Antonio e Cleopatra
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Nel quarto centenario dalla morte di Shakespeare, ovvero nel 2016, la città di Roma, nella persona delle tre università della capitale, Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, ha voluto offrire al drammaturgo e poeta inglese uno speciale tributo di convegni, incontri, eventi teatrali, a cui hanno partecipato studiosi e registi e attori italiani, europei, americani. Alcuni di questi contributi sono ora raccolti nel volume Rome in Shakespeare’s World (Edizioni di Storia e letteratura, pp. 294, euro 35), a cura di Maria Del Sapio Garbero, illustre accademica di Roma Tre, che al tema della memoria di Roma in Shakespeare si è dedicata negli anni. Il volume è prezioso: da Greenblatt a Gillies a Bigliazzi a Plescia, Hadfield, Hopkins, Sacerdoti, Tosi, Calvi, Corti, Pennacchia, Minier e Pfister, ogni studioso si presta con passione a illuminare il particolare significato che Roma ha nel mondo teatrale di Shakespeare.

Del resto, se la città di Roma ha voluto…
Nel quarto centenario dalla morte di Shakespeare, ovvero nel 2016, la città di Roma, nella persona delle tre università della capitale, Sapienza, Roma Tre e Tor Vergata, ha voluto offrire al drammaturgo e poeta inglese uno speciale tributo di convegni, incontri, eventi teatrali, a cui hanno partecipato studiosi e registi e attori italiani, europei, americani. Alcuni di questi contributi sono ora raccolti nel volume Rome in Shakespeare’s World (Edizioni di Storia e letteratura, pp. 294, euro 35), a cura di Maria Del Sapio Garbero, illustre accademica di Roma Tre, che al tema della memoria di Roma in Shakespeare si è dedicata negli anni. Il volume è prezioso: da Greenblatt a Gillies a Bigliazzi a Plescia, Hadfield, Hopkins, Sacerdoti, Tosi, Calvi, Corti, Pennacchia, Minier e Pfister, ogni studioso si presta con passione a illuminare il particolare significato che Roma ha nel mondo teatrale di Shakespeare.

Del resto, se la città di Roma ha voluto ricordare Shakespeare è anche per gratitudine: perché Roma ama Shakespeare che la celebra nel suo teatro. Facendone l’unità di luogo di cinque drammi: Giulio Cesare, Antonio e Cleopatra, Coriolano, i più famosi, incorniciati all’inizio della carriera dal Tito Andronico, il più cruento, e alla fine della carriera dal Cimbelino, il più romanzesco. Sempre a Roma ambienta il poema narrativo dedicato allo stupro di Lucrezia. Tanto che c’è chi si è chiesto: e se nei famosi “lost years”, dal 1589 al 1592, quando non si sa dove sia finito, Shakespeare fosse venuto a Roma?

Potremmo rispondere: ma credete ancora che sia necessario viaggiare per “conoscere” una città? Nel caso siate ancora così ingenui, sarà bene curarvi dall’illusione: no, non ci sono prove che  Shakespeare sia mai venuto in Italia. Ma l’Italia, e in particolare Roma e Venezia sono città se non descritte, senz’altro nominate nel suo teatro. Con quale proposito? Quello di costruire il setting dell’azione teatrale. Delle tre unità necessarie a costruire lo spettacolo, quella di luogo è particolarmente importante, perché dà sfondo all’azione. Il che significa che lo spazio si fa “mentale”. E la città un’esperienza, appunto, della mente.
È Vico a parlare di “geografia poetica”. Il termine si addice a descrivere quello che accade nel teatro di Shakespeare. Dove Venezia, ovvero Venice, si confonde con Venus, e dunque con Venere; sì che, grazie al suggestivo effetto sonoro, nella città si incarna lo splendore erotico. Nell’effetto trompe-l’œil del nome si confondono la realtà e la fantasia. Così accade con Roma. Sulla scia di Plutarco, nel nome Roma Shakespeare coglie l’eco del termine greco rômê, che allude alla potenza e identifica la città col principio marziale. Roma è prestanza nelle armi: la vera essenza di Roma è il culto del potere. Roma, il “grosso animale” – dirà Simone Weil.

C’è, Shakespeare insegna, una vita della mente, che all’esperienza mancante supplisce con la fantasia, e immagina, inventa, reinventa la realtà. Sì che non si rende affatto necessario andare di persona, vedere coi propri occhi una città, per conoscerla. Istruiscono Shakespeare su Roma i testi di scrittori latini che sono centrali nel curriculum dello studente della grammar school di Stratford; Virgilio, Cicerone e Livio ne sono i pilastri. Insieme a Plutarco. È così che Shakespeare “conosce” Roma. Roma per lui è Ovidio, è Seneca. Non certo i templi, le strade, le piazze. Dove non è mai stato, che non ha mai visto.

Però Shakespeare è curioso. Frequenta le bancarelle intorno alla cattedrale di St. Paul, non molto lontano dalla zona dei teatri, dove si trova di tutto, il pamphlet sull’ultimo fatto di cronaca, il resoconto dell’ultimo viaggio nel vasto mondo. C’è all’epoca un grande interesse alla cronaca e ai viaggi, soprattutto quelli narrati, che espongono a rischi minori. Perché viaggiare ai tempi non era così easy. Tra gli altri libri, circola una Storia dell’Italia scritta da William Thomas, il quale era venuto a Roma negli anni 40 del Cinquecento. In anticipo su Roma Città Aperta Thomas ci trasporta in una terra desolata, sfigurata dalla corruzione e dal vizio: che l’atmosfera sia tanto tetra, senz’altro c’entra col fatto che è un sostenitore del regime protestante di Edoardo VI. E Roma papista per lui è l’esempio esecrando di un città prostituita al crimine. Che il libro risenta di una paranoia acuta che falsifica la realtà, è evidente. Tuttavia, così una certa idea di Roma si diffonde, influenzando il modo di pensare dell’uomo medio inglese del tempo. Ripeto, senza bisogno di visitare la città, si solidifica una immagine, in cui i fantasmi del passato si intrecciano agli incubi del presente in una straziante miscela di nostalgia e slancio mitopoietico. Che non vi sia oggettività, non è una critica; è un dato di realtà inevitabile.

Per la medesima ragione non vale certo la pena perdere il tempo a criticare la “Roma di Shakespeare”, accusandolo di darci una versione immaginaria di un mondo che non conosce di persona. Al di là  del gusto di enumerare gli anacronismi e le sgrammaticature storiche e geografiche di cui è capace, che senso avrebbe leggere Shakespeare con il proposito di smascherare gli errori? Anche se denunciassimo  Shakespeare perché usa la storia romana con lo scopo di specchiarvi la “sua” Inghilterra, non  è forse giusto usare il passato per comprendere il presente? Anzi, direi che è uno dei pochi modi in cui il passato ci aiuta a vivere. E Shakespeare questo fa: usa il passato per  illuminare il presente. Pronto anche a correre il rischio di scoprire che il “Grande  Meccanismo” della storia, come lo chiama Kott, è un ciclo cieco: la storia tragicamente si ripete. Lo fa dire a Bruto: c’è una “corrente”cieca “negli affari umani”, che sfugge al controllo dei suoi protagonisti e delle sue vittime.  

È vero: Shakespeare non si preoccupa di mettere a distanza il suo materiale. Prendete il Giulio Cesare: Cesare e Bruto sono tipi umani che troveremmo del tutto a loro agio nei regni di Riccardo II o di Enrico IV. Ma sono anche portatori di identità simboliche che nell’immaginazione popolare assurgono a vere e proprie icone, vuoi del principio monarchico e imperiale, vuoi dell’ideale repubblicano. In Amleto si parla di Cesare come del “potente Giulio” e di Roma all’epoca come del “più alto e più felice Stato”. Per il pubblico elisabettiano la morte di Cesare è senz’altro un crimine “epocale”; riguardo al quale le opinioni sono controverse. C’è chi, intonandosi all’apoteosi medievale di Cesare con Bruto nell’Inferno di Dante, ha simpatia per lui, e non concorda affatto con la tesi che Cesare sia il tiranno e Bruto il patriota. Del resto, non è così nemmeno in Plutarco, né tantomeno in Shakespeare.

Ma quei Romani che descrive Shakespeare sono davvero Romani? I Romani di Shakespeare sono tali in quanto individui guidati dalla pulsione al potere e alla gloria? Anzi, più che individui, membri di differenti clan, discendenti schiavi dei loro antenati, la cui identità dipende dal nome che portano, eredità pesante, perché li obbliga a costruire la propria identità virile in termini di impegno nell’azione e nel successo, soprattutto militare? Ma se Roma era questo, Londra non è più Roma. Se nel mondo romano la salvezza era collettiva e politica, e la città impegnava il suo eroe in un’azione politica volta a definire il carattere e il valore della persona stessa, non è più così qui e ora, a Londra, nel “momento shakespeariano”. Tutto è cambiato. Qui e ora, a Londra, la società s’è fatta ormai da tempo cristiana e il valore supremo è la salvezza individuale.  E il tema della libertà interiore trionfa sull’ideale romano della libertà politica della città. È di questo che fa teatro Shakespeare: della libertà interiore e della coscienza individuale.

Sul Venerdì del 27 luglio 2018