L'uomo che inventa i rebus
Michele Gravino , di MICHELE GRAVINOMassimo Cabelassi, in arte McAbel, è tra i rebussisti italiani più creativi. Ex ferroviere, sforna chiavi da mezzo secolo. Qui ci spiega come fa. Tra are, avi, pie e molta genialità
ROMA. Il genio della porta accanto vive in un palazzo popolare nella prima periferia di Roma, non troppo lontano dai binari del treno, come si conviene a un ex ferroviere. Ma per gran parte della sua vita ha abitato anche un mondo parallelo - un "antimondo asettico e sospeso" lo definisce lui in una poesia - punteggiato di altari romani (are) e statue di dei, popolato da re e nani, donne anziane (ave) o ammanettate (ree) o preganti (pie), da tori, raganelle (ile) e puledri (redi), tutti segnati da gigantesche lettere maiuscole...
Massimo Cabelassi, in arte McAbel, 74 anni, faccia e voce che più romane non si può, è un autore di rebus. In quasi cinquant'anni ne ha ideati e pubblicati un migliaio, tra cui, dicono gli esperti, alcuni dei più creativi e geniali. A testimoniarlo, i premi esposti - con molta discrezione - nel tinello di casa sua, dove tra la credenza di legno spesso, la pendola che segna le mezze ore e la piccola collezione di radi…
Massimo Cabelassi, in arte McAbel, 74 anni, faccia e voce che più romane non si può, è un autore di rebus. In quasi cinquant'anni ne ha ideati e pubblicati un migliaio, tra cui, dicono gli esperti, alcuni dei più creativi e geniali. A testimoniarlo, i premi esposti - con molta discrezione - nel tinello di casa sua, dove tra la credenza di legno spesso, la pendola che segna le mezze ore e la piccola collezione di radi…
ROMA. Il genio della porta accanto vive in un palazzo popolare nella prima periferia di Roma, non troppo lontano dai binari del treno, come si conviene a un ex ferroviere. Ma per gran parte della sua vita ha abitato anche un mondo parallelo - un "antimondo asettico e sospeso" lo definisce lui in una poesia - punteggiato di altari romani (are) e statue di dei, popolato da re e nani, donne anziane (ave) o ammanettate (ree) o preganti (pie), da tori, raganelle (ile) e puledri (redi), tutti segnati da gigantesche lettere maiuscole...
Massimo Cabelassi, in arte McAbel, 74 anni, faccia e voce che più romane non si può, è un autore di rebus. In quasi cinquant'anni ne ha ideati e pubblicati un migliaio, tra cui, dicono gli esperti, alcuni dei più creativi e geniali. A testimoniarlo, i premi esposti - con molta discrezione - nel tinello di casa sua, dove tra la credenza di legno spesso, la pendola che segna le mezze ore e la piccola collezione di radio d'epoca si affaccia una mensola piena di coppe e una bacheca con le medaglie - "ma quelle del concorso annuale della Settimana enigmistica le ho messe via, sono d'oro vero e mi hanno rubato quattro volte in casa" dice lui. "A un certo punto ho cominciato a nascondere targhe e coppe sotto il letto, questa stanza cominciava a somigliare alla sede di una società sportiva".
Chiariamo subito: un rebussista non è mai, o quasi mai, un disegnatore. Quei paesaggi stilizzati, vagamente inquietanti, quei personaggi così caratterizzati ma anche irreali, come cristallizzati in un'altra dimensione - "a me ricordano il realismo magico di Donghi, o anche la pittura metafisica di De Chirico" - sono opera di pochi illustratori professionisti. Ma allora che fanno Cabelassi e quelli come lui? "Giochiamo con le parole. Le smontiamo e ricombiniamo. C'è chi le parole le immagina rimescolate, e allora diventa anagrammista. Altri le vedono spezzettate, e sono i rebussisti".
E come si diventa rebussisti?
"Si comincia da appassionati, da solutori. A me era sempre piaciuto giocare con l'enigmistica, ma da ragazzo incappai nel Sessantotto, l'epoca dell'impegno, Marx, Marcuse e Mao Tse-tung: certi passatempi erano da reietto, da insensibile. E poi non riuscivo a laurearmi, i miei erano preoccupati, insomma mi sentivo in colpa. Finché non ho cominciato a lavorare a Milano, e lì un collega mi ha incoraggiato a mandare qualche proposta a Domenica Quiz, all'epoca la rivale più agguerrita della Settimana. Sono passati 46 anni, sto ancora aspettando una risposta".
Però non si è perso d'animo e ha bussato proprio alla Settimana enigmistica, la Bibbia del settore.
"E con mia grande sorpresa Giancarlo Brighenti, storico redattore e padre del rebus moderno, mi ha risposto subito: "I giochi che hai proposto sono tutti già stati fatti, ma la stoffa c'è". Mi ha incoraggiato a continuare".
Si ricorda il suo primo rebus pubblicato?
""Far peccato mortale": F arpe, CC atomo R tale (un altro atomo). Lo mandai nel gennaio 1973, lo pubblicarono a settembre. E mi è andata anche bene, c'è chi aspetta anche tre anni per trovarsi sul giornale. E non ti avvertono mica! Devi sfogliarlo tutte le settimane per vedere se ci sei".
E i compensi?
"Mah, più che soldi i collaboratori abituali ricevono dei regali. Un tempo erano anche cospicui: una borsa in vera pelle, un televisore quando i televisori costavano mezzo stipendio... Poi si è passati al panettone a Natale, o alle confezioni di prodotti alimentari".
Come lavora un rebussista, come gli viene l'idea?
"C'è chi parte dalla soluzione, che dev'essere una frase proverbiale o comunque riconoscibile, per certi versi codificata. Ma questo espone a forzature e a doppioni. Tra l'altro le frasi più celebri sono tutte già state utilizzate. Quando mi viene un'idea vado sempre a vedere se prima l'ha avuta qualcun altro: qui (mostra una raccolta di libroni, ndr) sono catalogate centinaia di migliaia di soluzioni, e arrivano solo al 1994! Ora c'è il repertorio della B.E.I., la Biblioteca enigmistica italiana, consultabile online".
E quindi?
"Bisogna cercare una soluzione che sia originale ma non del tutto arbitraria. Io preferisco partire dalla chiave, dalle parole da spezzettare e ricomporre. Per esempio: "teneramente" ne contiene già tre. Quando ci ho pensato mi sono detto: cos'è che si può tener a mente? Un detto, una poesia... una massima! Che già contiene la parola ama, quindi "teneramente UN ama SSI..." restava il "ma" da completare. Come può essere una massima? Latina! E "malatina" è una parola bell'e fatta! E certo che si può amare una malatina!".
E quindi "teneramente UN ama SSI malatina" diventa "tener a mente una massima latina". Ma poi come renderla visivamente? È l'autore che detta l'illustrazione?
"Si dà qualche indicazione sommaria, ma di solito l'illustratore ne sa più di te. A me capita di trovare i miei giochi resi in un modo a cui non avevo neanche pensato, tanto che non riesco più a risolverli! Maria Ghezzi poi, l'artista che per decenni ha impresso il suo stile a tutti i rebus della Settimana enigmistica - moglie di Brighenti, tra l'altro - era formidabile. In quel caso disegnò una donna che trattava un bambino un po' bruscamente, mentre un'altra - quella contrassegnata dalle lettere - teneva con delicatezza una bimba con il termometro in bocca. Era il modo di mostrare che la piccola era malata, e amata teneramente".
A volte si procede al contrario, si parte da un'immagine per arrivare alla frase...
"Può essere anche un'opera d'arte. Sono molto fiero del mio rebus ispirato a Golconde, quel quadro di Magritte in cui si vedono tanti omini in bombetta che cadono dal cielo. Ci ho aggiunto una G, la chiave è "Piove G gente". Soluzione: "Pio veggente". Un altro esempio è il rebus fotografico che ho ideato per il Venerdì. L'avevo in mente da tempo, cercavo una foto di Fini che rideva in compagnia, ed ecco che l'ho trovata su una Repubblica di pochi giorni fa!".
Ma cos'è che rende un rebus riuscito, elegante?
"In primo luogo la cesura, il "taglio" delle parole. Facile rendere la frase "opera nuova" aggiungendo O a una pera e N a delle uova, ma è banale, non è interessante. Poi a me non piacciono quelle sfilze di oggetti incongrui; un libro di odi, una mappa con la città da indovinare, il busto di un dio col nome cancellato... Cerco sempre di dare una certa coerenza, diciamo pure verosimiglianza, all'immagine. Per esempio: dei terreni allagati da un fiume. Chiave: "Campi ON inonda Po CO". Soluzione: "Campioni non da poco". Semplice, coerente, senza forzature. Il capolavoro del genere è un rebus di Brighenti. Si vede la cacciata dall'Eden, e la soluzione è: "melodia d'amore medioevale". C'è tutto: il melo, Adamo, Dio, Eva".
Le capita di pensare a rebus che poi si rivelano insolubili?
"Sì, ma in quel caso sono rebus sbagliati. O virtuosismi tra addetti ai lavori. Ne ricordo uno, non mio: c'era solo il ritratto di un personaggio, uno scrittore francese del Seicento credo, e le lettere AL. Come lo risolvi? AL scrittore? AL francese? No, dovevi sapere che era morto di tubercolosi. AL tisico morì = "Alti sicomori". Chiaro che un rebus così è solo un divertissement".
Una delle cose affascinanti, o magari snervanti, dell'enigmistica, è che sembra ferma nel tempo. Parole antiquate, scene che sarebbero state plausibili 50, 100 anni fa...
"Alla Settimana è tassativo evitare cenni all'attualità che possano far sorgere polemiche. In un periodo di lotte sindacali fu pubblicato un rebus che aveva per soluzione "Operai inetti". Apriti cielo, arrivarono decine di lettere di protesta, "a quando Padroni ladri?"".
Per non parlare delle allusioni sessuali...
"Ah, una volta ci ho provato a spingermi un po' oltre. Era un rebus ispirato al mito di Endimione: si vedeva questo bel giovane e la dea che, colpita dalla freccia di Cupido, si adagiava in posizione lasciva. Chiave: "Sentì Eros; cosce SO Diana C aprì". Soluzione: "Sentiero scosceso di Anacapri". L'ho proposto: mi hanno fulminato".
E però si dice che esista un intero filone di rebus pornografici.
"Sono giochi che si facevano ai convegni: si ritagliava un'immagine esplicita dai fumetti hard che circolavano negli anni 70 o 80 e ci si sfidava a ricavarne una frase neutra, innocente... Io ne ho fatto uno che mi sembra abbastanza definitivo. La chiave è immaginabile, dico solo la soluzione: "Inefficace cazzotto"".
Sul Venerdì del 3 agosto 2018
Massimo Cabelassi, in arte McAbel, 74 anni, faccia e voce che più romane non si può, è un autore di rebus. In quasi cinquant'anni ne ha ideati e pubblicati un migliaio, tra cui, dicono gli esperti, alcuni dei più creativi e geniali. A testimoniarlo, i premi esposti - con molta discrezione - nel tinello di casa sua, dove tra la credenza di legno spesso, la pendola che segna le mezze ore e la piccola collezione di radio d'epoca si affaccia una mensola piena di coppe e una bacheca con le medaglie - "ma quelle del concorso annuale della Settimana enigmistica le ho messe via, sono d'oro vero e mi hanno rubato quattro volte in casa" dice lui. "A un certo punto ho cominciato a nascondere targhe e coppe sotto il letto, questa stanza cominciava a somigliare alla sede di una società sportiva".
Chiariamo subito: un rebussista non è mai, o quasi mai, un disegnatore. Quei paesaggi stilizzati, vagamente inquietanti, quei personaggi così caratterizzati ma anche irreali, come cristallizzati in un'altra dimensione - "a me ricordano il realismo magico di Donghi, o anche la pittura metafisica di De Chirico" - sono opera di pochi illustratori professionisti. Ma allora che fanno Cabelassi e quelli come lui? "Giochiamo con le parole. Le smontiamo e ricombiniamo. C'è chi le parole le immagina rimescolate, e allora diventa anagrammista. Altri le vedono spezzettate, e sono i rebussisti".
E come si diventa rebussisti?
"Si comincia da appassionati, da solutori. A me era sempre piaciuto giocare con l'enigmistica, ma da ragazzo incappai nel Sessantotto, l'epoca dell'impegno, Marx, Marcuse e Mao Tse-tung: certi passatempi erano da reietto, da insensibile. E poi non riuscivo a laurearmi, i miei erano preoccupati, insomma mi sentivo in colpa. Finché non ho cominciato a lavorare a Milano, e lì un collega mi ha incoraggiato a mandare qualche proposta a Domenica Quiz, all'epoca la rivale più agguerrita della Settimana. Sono passati 46 anni, sto ancora aspettando una risposta".
Però non si è perso d'animo e ha bussato proprio alla Settimana enigmistica, la Bibbia del settore.
"E con mia grande sorpresa Giancarlo Brighenti, storico redattore e padre del rebus moderno, mi ha risposto subito: "I giochi che hai proposto sono tutti già stati fatti, ma la stoffa c'è". Mi ha incoraggiato a continuare".
Si ricorda il suo primo rebus pubblicato?
""Far peccato mortale": F arpe, CC atomo R tale (un altro atomo). Lo mandai nel gennaio 1973, lo pubblicarono a settembre. E mi è andata anche bene, c'è chi aspetta anche tre anni per trovarsi sul giornale. E non ti avvertono mica! Devi sfogliarlo tutte le settimane per vedere se ci sei".
E i compensi?
"Mah, più che soldi i collaboratori abituali ricevono dei regali. Un tempo erano anche cospicui: una borsa in vera pelle, un televisore quando i televisori costavano mezzo stipendio... Poi si è passati al panettone a Natale, o alle confezioni di prodotti alimentari".
Come lavora un rebussista, come gli viene l'idea?
"C'è chi parte dalla soluzione, che dev'essere una frase proverbiale o comunque riconoscibile, per certi versi codificata. Ma questo espone a forzature e a doppioni. Tra l'altro le frasi più celebri sono tutte già state utilizzate. Quando mi viene un'idea vado sempre a vedere se prima l'ha avuta qualcun altro: qui (mostra una raccolta di libroni, ndr) sono catalogate centinaia di migliaia di soluzioni, e arrivano solo al 1994! Ora c'è il repertorio della B.E.I., la Biblioteca enigmistica italiana, consultabile online".
E quindi?
"Bisogna cercare una soluzione che sia originale ma non del tutto arbitraria. Io preferisco partire dalla chiave, dalle parole da spezzettare e ricomporre. Per esempio: "teneramente" ne contiene già tre. Quando ci ho pensato mi sono detto: cos'è che si può tener a mente? Un detto, una poesia... una massima! Che già contiene la parola ama, quindi "teneramente UN ama SSI..." restava il "ma" da completare. Come può essere una massima? Latina! E "malatina" è una parola bell'e fatta! E certo che si può amare una malatina!".
E quindi "teneramente UN ama SSI malatina" diventa "tener a mente una massima latina". Ma poi come renderla visivamente? È l'autore che detta l'illustrazione?
"Si dà qualche indicazione sommaria, ma di solito l'illustratore ne sa più di te. A me capita di trovare i miei giochi resi in un modo a cui non avevo neanche pensato, tanto che non riesco più a risolverli! Maria Ghezzi poi, l'artista che per decenni ha impresso il suo stile a tutti i rebus della Settimana enigmistica - moglie di Brighenti, tra l'altro - era formidabile. In quel caso disegnò una donna che trattava un bambino un po' bruscamente, mentre un'altra - quella contrassegnata dalle lettere - teneva con delicatezza una bimba con il termometro in bocca. Era il modo di mostrare che la piccola era malata, e amata teneramente".
A volte si procede al contrario, si parte da un'immagine per arrivare alla frase...
"Può essere anche un'opera d'arte. Sono molto fiero del mio rebus ispirato a Golconde, quel quadro di Magritte in cui si vedono tanti omini in bombetta che cadono dal cielo. Ci ho aggiunto una G, la chiave è "Piove G gente". Soluzione: "Pio veggente". Un altro esempio è il rebus fotografico che ho ideato per il Venerdì. L'avevo in mente da tempo, cercavo una foto di Fini che rideva in compagnia, ed ecco che l'ho trovata su una Repubblica di pochi giorni fa!".
Ma cos'è che rende un rebus riuscito, elegante?
"In primo luogo la cesura, il "taglio" delle parole. Facile rendere la frase "opera nuova" aggiungendo O a una pera e N a delle uova, ma è banale, non è interessante. Poi a me non piacciono quelle sfilze di oggetti incongrui; un libro di odi, una mappa con la città da indovinare, il busto di un dio col nome cancellato... Cerco sempre di dare una certa coerenza, diciamo pure verosimiglianza, all'immagine. Per esempio: dei terreni allagati da un fiume. Chiave: "Campi ON inonda Po CO". Soluzione: "Campioni non da poco". Semplice, coerente, senza forzature. Il capolavoro del genere è un rebus di Brighenti. Si vede la cacciata dall'Eden, e la soluzione è: "melodia d'amore medioevale". C'è tutto: il melo, Adamo, Dio, Eva".
Le capita di pensare a rebus che poi si rivelano insolubili?
"Sì, ma in quel caso sono rebus sbagliati. O virtuosismi tra addetti ai lavori. Ne ricordo uno, non mio: c'era solo il ritratto di un personaggio, uno scrittore francese del Seicento credo, e le lettere AL. Come lo risolvi? AL scrittore? AL francese? No, dovevi sapere che era morto di tubercolosi. AL tisico morì = "Alti sicomori". Chiaro che un rebus così è solo un divertissement".
Una delle cose affascinanti, o magari snervanti, dell'enigmistica, è che sembra ferma nel tempo. Parole antiquate, scene che sarebbero state plausibili 50, 100 anni fa...
"Alla Settimana è tassativo evitare cenni all'attualità che possano far sorgere polemiche. In un periodo di lotte sindacali fu pubblicato un rebus che aveva per soluzione "Operai inetti". Apriti cielo, arrivarono decine di lettere di protesta, "a quando Padroni ladri?"".
Per non parlare delle allusioni sessuali...
"Ah, una volta ci ho provato a spingermi un po' oltre. Era un rebus ispirato al mito di Endimione: si vedeva questo bel giovane e la dea che, colpita dalla freccia di Cupido, si adagiava in posizione lasciva. Chiave: "Sentì Eros; cosce SO Diana C aprì". Soluzione: "Sentiero scosceso di Anacapri". L'ho proposto: mi hanno fulminato".
E però si dice che esista un intero filone di rebus pornografici.
"Sono giochi che si facevano ai convegni: si ritagliava un'immagine esplicita dai fumetti hard che circolavano negli anni 70 o 80 e ci si sfidava a ricavarne una frase neutra, innocente... Io ne ho fatto uno che mi sembra abbastanza definitivo. La chiave è immaginabile, dico solo la soluzione: "Inefficace cazzotto"".
Sul Venerdì del 3 agosto 2018