I gemelli che ricostruiscono i nostri antenati ad arte
Giulia Villoresi , di GIULIA VILLORESIAdrie e Alfons Kennis sono i paleoartisti più quotati del mondo. Nel loro atelier di Arnhem modellano Neanderthal e altri ominidi. Che incantano, stupiscono e a volte spaventano...
Circa 150 mila anni fa, quando nell'entroterra barese vivevano rinoceronti, elefanti e ippopotami, un uomo di Neanderthal precipitò in un pozzo naturale nei pressi della città di Altamura. Sopravvisse alla caduta e per qualche tempo vagò in un dedalo di cunicoli alla ricerca di una via d'uscita. Alla fine, sconfitto, si accasciò contro una parete rocciosa e, lentamente, morì. Il suo corpo è stato scoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga, dove si trova ancora, incastonato nelle concrezioni calcaree, in attesa di essere rimosso.
Eppure dal 2017 è possibile incontrare questo ominide: è alto un metro e sessanta, ha il corpo tozzo, la pelle butterata, e vi guarda attraverso due occhietti sepolti da palpebre mongoliche. I visitatori del Museo nazionale di Altamura restano a fissarlo a lungo, dimenticandosi del tempo che scorre. Anche di quello geologico. Il merito è dei fratelli Adrie e Alfons Kennis: realizzano scul…
Eppure dal 2017 è possibile incontrare questo ominide: è alto un metro e sessanta, ha il corpo tozzo, la pelle butterata, e vi guarda attraverso due occhietti sepolti da palpebre mongoliche. I visitatori del Museo nazionale di Altamura restano a fissarlo a lungo, dimenticandosi del tempo che scorre. Anche di quello geologico. Il merito è dei fratelli Adrie e Alfons Kennis: realizzano scul…
Circa 150 mila anni fa, quando nell'entroterra barese vivevano rinoceronti, elefanti e ippopotami, un uomo di Neanderthal precipitò in un pozzo naturale nei pressi della città di Altamura. Sopravvisse alla caduta e per qualche tempo vagò in un dedalo di cunicoli alla ricerca di una via d'uscita. Alla fine, sconfitto, si accasciò contro una parete rocciosa e, lentamente, morì. Il suo corpo è stato scoperto nel 1993 nella grotta di Lamalunga, dove si trova ancora, incastonato nelle concrezioni calcaree, in attesa di essere rimosso.
Eppure dal 2017 è possibile incontrare questo ominide: è alto un metro e sessanta, ha il corpo tozzo, la pelle butterata, e vi guarda attraverso due occhietti sepolti da palpebre mongoliche. I visitatori del Museo nazionale di Altamura restano a fissarlo a lungo, dimenticandosi del tempo che scorre. Anche di quello geologico. Il merito è dei fratelli Adrie e Alfons Kennis: realizzano sculture iperrealistiche degli uomini primitivi mettendo insieme dati scientifici e conoscenze etnografiche, colmando inevitabili lacune con il loro intuito di artisti. Gemelli identici, lavorano insieme da sempre, nel loro atelier di Arnhem, la città olandese dove sono nati 51 anni fa. A scuola amavano solo due cose: il disegno e l'evoluzione umana. "Nient'altro", sottolineano. "Non leggevamo un libro. Però guardavamo le figure".
Oggi sono i paleoartisti più quotati al mondo. La loro ultima opera - su cui non trapelano indiscrezioni - è stata appena consegnata al Museo di Storia di St Fagans, nel Galles, e già si sono rimessi a lavoro per conto del Museo di storia naturale di Leida: affiancati da un team internazionale di scienziati stanno ricostruendo l'Uomo di Giava, uno dei più antichi esempi di Homo erectus, scoperto in Indonesia alla fine dell'Ottocento. Le loro sculture possono suscitare reazioni forti: "Quando finiamo un lavoro", racconta Adrie "capita che i direttori dei musei restino scioccati. Trovano questi ominidi troppo estremi". Forse per l'estraneità dei loro tratti, addolciti da espressioni così familiari; forse per la verità di certi corpi, completamente nudi, adornati, quando la situazione lo richiede, da tatuaggi tribali che ci si aspetterebbe di vedere su esemplari più contemporanei.
Nel Regno Unito, dopo l'inaugurazione del loro ultimo lavoro, è addirittura scoppiato un piccolo dibattito politico. Il nome del casus belli è l'Uomo di Cheddar, antenato dei britannici vissuto nelle praterie inglesi circa diecimila anni fa; aveva i capelli ricci, gli occhi azzurri e - secondo una recente analisi del dna - la pelle scura come quella degli africani. Il suo volto ha suscitato scalpore: un conto è scoprire che i primi inglesi erano neri, un conto è vederlo attraverso una ricostruzione dei Kennis.
Uno dei segreti della loro arte, così vivida, è nel metodo di lavoro. Spiega Adrie: "Oggi la maggior parte dei paleoartisti si serve di joystick e penne digitali, noi usiamo ancora le mani e l'argilla, perché quando lavori in tre dimensioni è importante sentire e toccare ciò che fai". Per realizzare una figura intera servono da sei mesi a un anno: "Riceviamo una scansione dello scheletro, ne stampiamo un plastico in 3D e poi cominciamo a modellare un calco. Usiamo una cera argillosa per fare i muscoli, fili sottili per le arterie, diversi strati di argilla per l'epidermide. Poi realizziamo un calco negativo di questa ricostruzione, in cui versiamo gomma siliconica, ottenendo un calco positivo. E su questo modello ricomincia il lavoro: per fare la pelle stendiamo cinque strati sottili di colore (perché la vera pelle è traslucida); peli e capelli vengono inseriti uno a uno". Fino ai ritocchi più personali. Infatti, come dice Adrie: "Gli scienziati portano la conoscenza, noi creiamo il personaggio". Il lavoro di documentazione riguarda tutto ciò che influisce sull'aspetto fisico: dieta, habitat, stile di vita del soggetto. "Ma a dare veramente carattere a un individuo" spiega Adrie "sono i dettagli che non si possono conoscere: la pienezza delle labbra, lo spessore delle narici, lo sguardo".
In questo senso, una delle creazioni di cui i Kennis sono più fieri è Ötzi, l'Uomo del Similaun, morto cinquemila anni fa tra i ghiacci della Val Senales, in Alto Adige, e scoperto casualmente nel 1991. La sua ricostruzione si trova al Museo Archeologico di Bolzano. Come racconta Adrie, "Ötzi è l'esempio di ciò che intendiamo con "trovare il personaggio giusto". Con lui siamo riusciti a catturare un carattere. Nell'atteggiamento del corpo, nello sguardo che osserva lontano. Ed è anche una ricostruzione molto verosimile: il suo profilo era quello. Forse, vedendolo da lontano, chi lo ha conosciuto lo riconoscerebbe". La fedeltà all'originale, nel suo caso, è stata favorita dall'ottimo stato di conservazione del corpo.
Tutt'altro paio di maniche il lavoro sul Neanderthal di Altamura, il cui scheletro, intrappolato nelle concrezioni calcaree della grotta di Lamalunga, ha richiesto un lavoro particolarmente complesso. Un team diretto dal paleoantropologo della Sapienza Giorgio Manzi, in collaborazione con l'Università di Firenze, ha effettuato con un laser scanner un rilievo della grotta e dei resti scheletrici, per poi realizzarne un modello in resina con una stampante 3d. La parte del cranio, però, in alcuni punti risultava coperta dalle concrezioni calcaree, che non potendo essere rimosse dall'originale sono state riprodotte anche nella copia. "Noi poi abbiamo tolto manualmente le concrezioni e rimodellato il cranio" spiega Adrie. "Le parti mancanti sono state ricostruite grazie a un software che ha utilizzato tutti i dati disponibili sui crani di Neanderthal e ha fatto una sorta di media geometrica sulle misure del cranio di Altamura. Per barba e capelli ci siamo fatti mandare dal Canada del pelo di bue muschiato. Resta però il fatto che, per via delle concrezioni, non possiamo essere del tutto certi della morfologia dell'Uomo di Altamura e neanche del suo carattere".
Pochi millimetri possono fare la differenza, specie quando parliamo di Neanderthal, che non a caso è il soggetto preferito dei Kennis: "Aveva il cervello delle stesse dimensioni di quello di Homo sapiens, eppure era totalmente diverso da lui. È un enigma. E su di noi, sempre alla ricerca di personaggi interessanti, l'enigma ha un forte richiamo".
Sul Venerdì del 3 agosto 2018
Eppure dal 2017 è possibile incontrare questo ominide: è alto un metro e sessanta, ha il corpo tozzo, la pelle butterata, e vi guarda attraverso due occhietti sepolti da palpebre mongoliche. I visitatori del Museo nazionale di Altamura restano a fissarlo a lungo, dimenticandosi del tempo che scorre. Anche di quello geologico. Il merito è dei fratelli Adrie e Alfons Kennis: realizzano sculture iperrealistiche degli uomini primitivi mettendo insieme dati scientifici e conoscenze etnografiche, colmando inevitabili lacune con il loro intuito di artisti. Gemelli identici, lavorano insieme da sempre, nel loro atelier di Arnhem, la città olandese dove sono nati 51 anni fa. A scuola amavano solo due cose: il disegno e l'evoluzione umana. "Nient'altro", sottolineano. "Non leggevamo un libro. Però guardavamo le figure".
Oggi sono i paleoartisti più quotati al mondo. La loro ultima opera - su cui non trapelano indiscrezioni - è stata appena consegnata al Museo di Storia di St Fagans, nel Galles, e già si sono rimessi a lavoro per conto del Museo di storia naturale di Leida: affiancati da un team internazionale di scienziati stanno ricostruendo l'Uomo di Giava, uno dei più antichi esempi di Homo erectus, scoperto in Indonesia alla fine dell'Ottocento. Le loro sculture possono suscitare reazioni forti: "Quando finiamo un lavoro", racconta Adrie "capita che i direttori dei musei restino scioccati. Trovano questi ominidi troppo estremi". Forse per l'estraneità dei loro tratti, addolciti da espressioni così familiari; forse per la verità di certi corpi, completamente nudi, adornati, quando la situazione lo richiede, da tatuaggi tribali che ci si aspetterebbe di vedere su esemplari più contemporanei.
Nel Regno Unito, dopo l'inaugurazione del loro ultimo lavoro, è addirittura scoppiato un piccolo dibattito politico. Il nome del casus belli è l'Uomo di Cheddar, antenato dei britannici vissuto nelle praterie inglesi circa diecimila anni fa; aveva i capelli ricci, gli occhi azzurri e - secondo una recente analisi del dna - la pelle scura come quella degli africani. Il suo volto ha suscitato scalpore: un conto è scoprire che i primi inglesi erano neri, un conto è vederlo attraverso una ricostruzione dei Kennis.
Uno dei segreti della loro arte, così vivida, è nel metodo di lavoro. Spiega Adrie: "Oggi la maggior parte dei paleoartisti si serve di joystick e penne digitali, noi usiamo ancora le mani e l'argilla, perché quando lavori in tre dimensioni è importante sentire e toccare ciò che fai". Per realizzare una figura intera servono da sei mesi a un anno: "Riceviamo una scansione dello scheletro, ne stampiamo un plastico in 3D e poi cominciamo a modellare un calco. Usiamo una cera argillosa per fare i muscoli, fili sottili per le arterie, diversi strati di argilla per l'epidermide. Poi realizziamo un calco negativo di questa ricostruzione, in cui versiamo gomma siliconica, ottenendo un calco positivo. E su questo modello ricomincia il lavoro: per fare la pelle stendiamo cinque strati sottili di colore (perché la vera pelle è traslucida); peli e capelli vengono inseriti uno a uno". Fino ai ritocchi più personali. Infatti, come dice Adrie: "Gli scienziati portano la conoscenza, noi creiamo il personaggio". Il lavoro di documentazione riguarda tutto ciò che influisce sull'aspetto fisico: dieta, habitat, stile di vita del soggetto. "Ma a dare veramente carattere a un individuo" spiega Adrie "sono i dettagli che non si possono conoscere: la pienezza delle labbra, lo spessore delle narici, lo sguardo".
In questo senso, una delle creazioni di cui i Kennis sono più fieri è Ötzi, l'Uomo del Similaun, morto cinquemila anni fa tra i ghiacci della Val Senales, in Alto Adige, e scoperto casualmente nel 1991. La sua ricostruzione si trova al Museo Archeologico di Bolzano. Come racconta Adrie, "Ötzi è l'esempio di ciò che intendiamo con "trovare il personaggio giusto". Con lui siamo riusciti a catturare un carattere. Nell'atteggiamento del corpo, nello sguardo che osserva lontano. Ed è anche una ricostruzione molto verosimile: il suo profilo era quello. Forse, vedendolo da lontano, chi lo ha conosciuto lo riconoscerebbe". La fedeltà all'originale, nel suo caso, è stata favorita dall'ottimo stato di conservazione del corpo.
Tutt'altro paio di maniche il lavoro sul Neanderthal di Altamura, il cui scheletro, intrappolato nelle concrezioni calcaree della grotta di Lamalunga, ha richiesto un lavoro particolarmente complesso. Un team diretto dal paleoantropologo della Sapienza Giorgio Manzi, in collaborazione con l'Università di Firenze, ha effettuato con un laser scanner un rilievo della grotta e dei resti scheletrici, per poi realizzarne un modello in resina con una stampante 3d. La parte del cranio, però, in alcuni punti risultava coperta dalle concrezioni calcaree, che non potendo essere rimosse dall'originale sono state riprodotte anche nella copia. "Noi poi abbiamo tolto manualmente le concrezioni e rimodellato il cranio" spiega Adrie. "Le parti mancanti sono state ricostruite grazie a un software che ha utilizzato tutti i dati disponibili sui crani di Neanderthal e ha fatto una sorta di media geometrica sulle misure del cranio di Altamura. Per barba e capelli ci siamo fatti mandare dal Canada del pelo di bue muschiato. Resta però il fatto che, per via delle concrezioni, non possiamo essere del tutto certi della morfologia dell'Uomo di Altamura e neanche del suo carattere".
Pochi millimetri possono fare la differenza, specie quando parliamo di Neanderthal, che non a caso è il soggetto preferito dei Kennis: "Aveva il cervello delle stesse dimensioni di quello di Homo sapiens, eppure era totalmente diverso da lui. È un enigma. E su di noi, sempre alla ricerca di personaggi interessanti, l'enigma ha un forte richiamo".
Sul Venerdì del 3 agosto 2018