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Arcangela e Anna Maria Luciani a San Marco in Lamis, dove il 9 agosto 2017 vennero uccisi i loro mariti
  

Gargano, la mafia non esiste

In tre anni 50 omicidi, l'ultima strage il 9 agosto di un anno fa. Eppure tanti non ne vogliono sentir parlare. Per non disturbare il turismo. E il traffico di "vietnamita" dall'Albania
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FOGGIA. L'appuntamento è alla vecchia stazione di San Marco in Lamis, dove non passa un treno da dieci anni. Nel 1990 fu il set di un film diretto da Sergio Rubini, l'attrice era una giovane Margherita Buy che recitava la fine violenta di una storia d'amore. È questo il luogo scelto da Arcangela e Anna Maria, un  posto isolato, nel cuore del Gargano. Alla stazione si arriva scendendo dodici chilometri di tornanti dal paese. Uno spiazzo di sassi ed erba tra i binari e la Statale 272, non c'è mai gente né ombra, il sole picchia come quella mattina del 9 agosto di un anno fa. Una strage con quattro morti, due gli innocenti uccisi per errore. Erano i loro mariti. Luigi e Aurelio Luciani, fratelli di 43 e 47 anni, due agricoltori che si trovavano lì per caso ma vennero scambiati dal commando per i guardaspalle del boss Mario Luciano Romito e del cognato Matteo De Palma venuti da Manfredonia per incontrare qualcuno in questa zona deser…
FOGGIA. L'appuntamento è alla vecchia stazione di San Marco in Lamis, dove non passa un treno da dieci anni. Nel 1990 fu il set di un film diretto da Sergio Rubini, l'attrice era una giovane Margherita Buy che recitava la fine violenta di una storia d'amore. È questo il luogo scelto da Arcangela e Anna Maria, un  posto isolato, nel cuore del Gargano. Alla stazione si arriva scendendo dodici chilometri di tornanti dal paese. Uno spiazzo di sassi ed erba tra i binari e la Statale 272, non c'è mai gente né ombra, il sole picchia come quella mattina del 9 agosto di un anno fa. Una strage con quattro morti, due gli innocenti uccisi per errore. Erano i loro mariti. Luigi e Aurelio Luciani, fratelli di 43 e 47 anni, due agricoltori che si trovavano lì per caso ma vennero scambiati dal commando per i guardaspalle del boss Mario Luciano Romito e del cognato Matteo De Palma venuti da Manfredonia per incontrare qualcuno in questa zona deserta, senza telecamere, dove non c'è neanche campo per i telefonini. "Abbiamo preferito parlare qui, dove sono morti due padri di famiglia onesti.  Con la loro morte, l'Italia ha scoperto che in questa zona c'è gente feroce che uccide innocenti disarmati. Tra poco sarà un anno e noi non restiamo in silenzio, perché il silenzio aiuta gli assassini".

Sullo spiazzo davanti alla vecchia stazione c'è una stele di marmo bianco di Apricena. Lo stesso usato da Renzo Piano per la nuova basilica dedicata a Padre Pio. San Giovanni Rotondo è a mezz'ora d'auto ed è proprio da lì che, quel giorno, partì il capitano dei carabinieri Antonio De Gabriele, il primo ufficiale ad arrivare dopo la strage. È lui l'uomo che vigila sulla sicurezza di due milioni di persone che ogni anno visitano il Santuario e dei cittadini che abitano nei paesi vicini, afflitti dalla mafia più feroce tra le quattro organizzazioni criminali  che spadroneggiano nella provincia di Foggia. È la più estesa d'Italia, dopo Sassari e Bolzano, con settemila chilometri quadrati e sessantuno comuni. Ci vollero quattro ore di attesa per l'arrivo del pm dalla procura Antimafia di Bari. Le distanze rendono più difficili anche le inchieste. "Ho chiesto un'auto in prestito" rivelò a Repubblica il giorno della strage,  il procuratore di Bari, Giuseppe Volpe, perché quella in dotazione al suo ufficio aveva ancora le gomme da neve: mancavano 350 euro per cambiarle.

L'emergenza in questo angolo di Puglia è evidente. Nel Foggiano, solo negli ultimi tre anni, la criminalità organizzata ha compiuto quasi cinquanta omicidi,  trecento dagli anni Settanta. Tutti irrisolti. Il 6 gennaio scorso è stata distrutta l'auto del vicensindaco di San Marco in Lamis, a giugno è toccato al sindaco e ad un consigliere comunale di Monte Sant'Angelo: entrambi si sono ritrovati con la macchina  incendiata. "Qui c'è una guerra, ma non lo sa nessuno" dice chiaramente Volpe e il suo pensiero coincide con le denunce del collega Domenico Seccia autore di un libro, dal titolo eloquente, La mafia innominabile (edizioni La Meridiana). Raccontano le vedove Arcangela e Anna Maria Luciani, la prima docente precaria di filosofia al liceo, l'altra casalinga e madre di tre figli.

"La più piccola è nata un mese dopo la morte del padre" ricorda Anna Maria "tutti i giorni le faccio dare un bacio alla foto del papà. Troverò le parole per dirle la verità". Arcangela la interrompe: "Difficile però credere quanto possa essere cattiva certa gente, anche qui. Un tipo, che lavora in quel casolare laggiù, dice che la morte dei nostri mariti l'ha rovinato. Perché? Non può fare i suoi sporchi affari". Il capitano De Gabriele spiega che è un pregiudicato. "Non sopporto nemmeno chi ci dice "siete giovani, dovete rifarvi una vita"" continua Arcangela "ma il mio bambino ha due anni. A scuola andrò io sola a prenderlo e lui mi chiederà perché non ha un padre. Questa tragedia ci ha distrutto. Piango, ma non mi arrendo. Non vedo l'ora che i responsabili della morte di mio marito e mio cognato siano arrestati. Per guardarli in faccia e dire alle mogli che i loro mariti, quando portano soldi e regali, hanno le mani sporche di sangue".

Nelle famiglie di mafia del  Gargano, le donne si comportano come in Campania, Sicilia e Calabria, spiegano gli inquirenti esperti di criminalità organizzata in Puglia. "Prendono le redini della cosca quando i mariti sono in carcere, evitano che qualcuno possa tradire, istigano alla vendetta". Così il controllo è capillare. Nessun affiliato si è pentito dal 2007. E da quando nella sentenza del processo Medio Evo non è stata riconosciuta l'aggravante mafiosa (l'articolo 7), anche le denunce sono rare. "Qui nessuno vuole sentire parlare di mafia, preferiscono chiamarle "faide"" è il sarcasmo, non rassegnato, di Vittoria Vescera, avvocata e imprenditrice, leader del Fronte Antiracket di Vieste. L'ha fondato nel 2009, dopo minacce e attentati, ora conta cinquanta iscritti. "Un cane sgozzato e legato al cancello dell'albergo o del camping è il primo avviso".

Vieste registra due milioni di presenze l'anno, 45 mila posti letto, qualche struttura di lusso. "Cerchiamo di non trasmettere la paura ai nostri ospiti" confida Giuseppe Moccia che invece di paura ne ebbe tanta nel 2009. Prima gli fecero trovare il cane morto, poi gettarono benzina nella piscina, quindi spinsero un furgone in fiamme nel villaggio turistico Santa Maria. Ora è presidente di turno del Fronte Antiracket. Ne fa parte anche Giuseppe Nobiletti, sindaco di Vieste dal 2016. "Sono il sindaco degli ultimi otto morti ammazzati. Ho appena scritto al ministro dell'Interno per rivolgergli una domanda. Voglio sapere perché non c'è stato un solo assassino condannato. Nessun rilievo alle forze dell'ordine, sia chiaro".

Tra i carabinieri nel Gargano ci sono i migliori ufficiali. Il comandante provinciale di Foggia, Marco Aquilio, è un esperto investigatore, lo affianca il veneto Pierpaolo Mason, che ha indagato per anni nella Locride, il generale Vittorio Tomasone li segue da Napoli. Confermato l'impiego della squadra carabinieri Cacciatori che battono con i raggi infrarossi la Foresta Umbra dove si scoprono latitanti, resti di lupare bianche, depositi di armi. Qui dominano le cosche, come sul Parco Nazionale: dieci chilometri di alberi sradicati. La mafia del Gargano vende legno sottobanco, cede suoli per interrare rifiuti, controlla le baie per traffici clandestini. Prima sono sbarcate le sigarette, poi dall'Albania i carichi di cocaina e marijuana, perché il vero business ora è la droga leggera: in codice "la vietnamita". "Gli albanesi la raccolgono quattro volte l'anno" spiegano i carabinieri. Gli aerei di Frontex segnalano le rotte agli inquirenti, la Guardia di Finanza ha sequestrato un'intera nave. In calo anche la pesca perché, per paura, qualcuno cambia zona. In porto però si racconta di qualche pescatore che aiuta nel trasbordo fino alle insenature segrete, come lo "Sfinalicchio" o la "Grotta dei contrabbandieri".

Il sindaco di Vieste, nella lettera al ministro Salvini insinua un dubbio: non è eccessiva la distanza tra il Gargano e i magistrati di Bari? A Foggia si è insediato il procuratore Ludovico Vaccaro e spiega: "Ho trovato una situazione difficile. Sono state chiuse sette sedi distaccate e ora converge tutto in questo tribunale. Ci sono magistrati motivati e ottimo personale, ma mancano le aule per le udienze. Ho rafforzato l'intesa con il prefetto, questore, carabinieri e Finanza. L'ho chiamata Squadra Stato. Ma c'è un'altra novità. Essendo il pool Antimafia a Bari, sui delitti di mafia commessi in Gargano ora interviene un pm da Foggia  che poi affiancherà il collega di Bari". "Ma perché Foggia non è considerata a rischio mafia come Caserta e Reggio Calabria?" si domanda ancora il sindaco di Vieste. Nelle due città ha diretto le grandi inchieste Federico Cafiero de Raho, il procuratore nazionale Antimafia: "Sono stato a Foggia il Giorno della Memoria e ho visto magistrati con tanta voglia di operare. La polizia giudiziaria batte palmo a palmo quell'area. Non è vero che il Gargano è un pezzo d'Italia ceduto alla mafia". Anche se è proprio quello che la gente pensa.

Sul Venerdì del 3 agosto 2018