Estate, tempo di rebus. Che ci fa il re su un bus?
Stefano Bartezzaghi , di STEFANO BARTEZZAGHILettere e disegni per comporre frasi non sono solo un passatempo dell’estate. Per secoli hanno rappresentato un linguaggio criptato accessibile solo ai più arguti. Ne facevano uso già gli egizi, e più tardi pittori e sommi poeti. Poi, con l’arrivo dell’enigmistica, tutto è diventato più complicato. Al limite del rompicapo. Un po’ come i sogni...
"Ah, che rebus!", cantava Paolo Conte, sornione come sempre. Essendo il grande astigiano - oltre che un avvocato, un jazzista, un cantautore, un pittore, un poeta - anche un enigmista patentato, è possibile che nel cantare "Ah, che rebus!" avesse in mente un rebus vero e proprio. Uno di quei giochi enigmistici, cioè, in cui una vignetta che comprende figure e qualche lettera alfabetica cela una frase misteriosa, da ricostruire con perizia, arguzia e anche fortuna, conoscendo le convenzioni che ne presiedono cifratura e conseguente decriptazione. Ma in sé il ritornello della piccola e deliziosa perla del repertorio contiano ci ricorda che "rebus" è uno di quei nomi che partendo dall'enigmistica possono significare genericamente "rompicapo" o "testo enigmatico da risolvere". Sono nomi come "enigma", "indovinello", "sciarada", l'arcaico e desueto "logogrifo": ognu…
"Ah, che rebus!", cantava Paolo Conte, sornione come sempre. Essendo il grande astigiano - oltre che un avvocato, un jazzista, un cantautore, un pittore, un poeta - anche un enigmista patentato, è possibile che nel cantare "Ah, che rebus!" avesse in mente un rebus vero e proprio. Uno di quei giochi enigmistici, cioè, in cui una vignetta che comprende figure e qualche lettera alfabetica cela una frase misteriosa, da ricostruire con perizia, arguzia e anche fortuna, conoscendo le convenzioni che ne presiedono cifratura e conseguente decriptazione. Ma in sé il ritornello della piccola e deliziosa perla del repertorio contiano ci ricorda che "rebus" è uno di quei nomi che partendo dall'enigmistica possono significare genericamente "rompicapo" o "testo enigmatico da risolvere". Sono nomi come "enigma", "indovinello", "sciarada", l'arcaico e desueto "logogrifo": ognuno a rappresentare un modo diverso di fare del linguaggio un medium per nascondere più che per comunicare. Non solo il linguaggio verbale, naturalmente. Quando si dice che la normativa fiscale o che la viabilità di un piazzale cittadino è un "rebus" non si intende letteralmente che si tratti di indovinelli figurati: solo che si tratta di questioni difficili da districare. Difficili, appunto come rebus.
Che poi, i rebus, difficili o meglio complessi, lo sono diventati nel tempo. Il loro principio originario era abbastanza semplice: mostrando prima la figura di un "re" e poi quella di un "bus" non c'è bisogno di chissà quale salto logico per radunare i due nomi in un "rebus". La cosa era già avvenuta in un'epoca che sarebbe eufemistico definire antica. Più di cinquemila anni fa, come dire nel trentunesimo secolo avanti Cristo, veniva infatti prodotta la cosiddetta "tavoletta di Narmer": aveva probabilmente finalità cerimoniali ed è considerata il primo esemplare di documento storico. Raffigura il faraone Narmer e lo nomina anche, tramite la figura di un pesce (Nar) e quella di uno scalpello (Mer). Nar + Mer = Narmer; così come Re + Bus = Rebus.
Apparentemente la struttura del gioco è dunque molto semplice. Si regge su uno dei princìpi sui cui si ritiene sia nata la scrittura: ancora oggi ne troviamo tracce recenti, per esempio nei modi in cui Prince trascriveva i titoli di certe sue canzoni, rappresentando il pronome "io", "I", con il disegno di un occhio ("eye", che si pronuncia come "I"). Complicato sì da spiegare, mentre nella pratica lo maneggiavano con disinvoltura non solo gli antichi Egizi ma anche le giovanissime amiche di Lewis Carroll (lo scrittore di Alice nel Paese delle Meraviglie, che a volte mandava a loro lettere scritte in questo modo), i seguaci di Prince e, insomma, come si dice, pure i bambini.
A trasformare il semplice principio in un vero rompicapo è stata l'enigmistica. L'enigmistica è ciò che è accaduto quando certi procedimenti, tutti antichissimi come il rebus o quasi, sono diventati giochi. Finché erano curiosità, trucchetti, nascondimenti, avevano strutture molto semplici: la "CI" scritta nella "Luna" per alludere al nome di "Lucina" in un ritratto di Lorenzo Lotto; "l'aura" che era "Laura" per Francesco Petrarca; "le onora" che stava per "Leonora" in un verso di Torquato Tasso; una e una sola serpe nello stemma della famiglia Anguissola (= anguis sola). Cose non puerili ma comunque facili anche perché isolate in contesti dati: una volta imparate non c'era da pensarci più.
Ma quando oggi un enigmista tra i più ferrati, come il Massimo Cabelassi (McAbel) intervistato in queste pagine, mette una fila di monaci contrassegnati dalla A in preghiera e deambulanti a circolo in un chiostro, lì un antico egizio non potrebbe che arrendersi. Siamo noi che possiamo capire che si tratta di "Agir a nome di tanti"; cioè di: "A girano, meditanti". La sequenza di lettere è la stessa, ma è divisa diversamente, come accade nella sciarada o nel nome del comune frusinate di Pescosolido, che si può dividere in un "pesco solido" o in un "pescoso lido". Insomma il rebus funziona un poco come quelle illustrazioni in cui si può vedere una papera o un coniglio, una giovane moglie o una suocera arpia. Solo che in queste la figura inganna e la didascalia spiega, nel rebus la figura è chiarissima, univoca, tutt'altro che ambigua e a ingannare è la formula linguistica che la descrive.
Fra la trovata pittografica di Narmer e di Re/Bus e quella crittografica di "Agir a nome di tanti", la vicenda pentamillenaria del rebus ha offerto circostanze che possono farci girare, meditanti, ingranaggi mentali fra i più remoti. Fra tutte, la più affascinante è la circostanza che mette in rapporto il rebus con la dimensione del sogno. Già trattati di antichi oniromanti (analisti, e quindi solutori di rebus) prevedevano sogni da decifrare più per la via dei nomi che per quella delle "cose" (a cui pure la parola "rebus" rimanda). Famoso è il sogno di Alessandro Magno, durante l'assedio di Tiro: un satiro che danzava sullo scudo dell'imperatore. Consultato l'analista (che come sempre era al suo seguito), il sogno rivelò un carattere profetico: "sa Tyros", Tiro è tua. Alessandro attaccò e conquistò la città. Favola o no, a dare credito metodologico alla criptoanalisi del satiro fu proprio Sigmund Freud, che nella sua Interpretazione dei sogni non trascurò dettagli apparentemente frivoli o causali, come quelli su cui gioca l'enigmistica. Errori, lapsus, giochi di parole: l'inconscio ci parla per il loro tramite. Il sogno, in particolare, viene definito da Freud come un "indovinello figurato".
Il filosofo Jean-François Lyotard ha indagato e trovato l'esatto gioco che Freud aveva in mente. Era un rompicapo umoristico che veniva pubblicato da un giornale viennese: una sorta di rebus che reinterpretava frasi epigrafiche latine come se fossero tedesche. Freud insomma non stava dicendo che il sogno è "un mistero senza fine, bello" (come la donna per Guido Gozzano o, per Gianni Brera, il gioco del calcio). Stava dicendo che il sogno funziona proprio come il rebus: ha un "contenuto manifesto" e un "contenuto latente" e le due cose non hanno relazione diretta fra di loro. Ogni soggetto vi è presente per il suo nome, che a volte va scomposto per ottenere una decifrazione.
Forse è proprio la pista onirica quella che va percorsa per giungere alla sorgente della fascinazione che il rebus ha sempre vantato, e in misura superiore ad altre magie verbali. Gli altri giochi enigmistici sono, al confronto, astratti, alfabetici, diagrammatici. Nel rebus non ci sono magari le "cose" a cui rimanda l'etimo (peraltro non precisabile) del nome: però ci sono le figure del mondo, che funzionano come parole, ma alla rovescia. Normalmente di una parola sappiamo la pronuncia e poi impariamo il significato. Le figure di un rebus, come il pesce siluro di Narmer o i monaci deambulanti di McAbel, invece vanno capite, e solo allora si saprà come "pronunciarle", cioè che ruolo dar loro nella soluzione. Per questo sono odiosi i rebus in cui compaiono specie animali o vegetali rare e incognite ai più: il solutore lo capisce dall'accuratezza con cui il disegnatore le ha riprodotte. Quando il diavolo di animale o fiore deve essere nominato nella soluzione allora il tasso di precisione passa dall'abituale livello di grande acribia a quello di estremismo pressoché paranoide. Ma se il solutore non conosce l'"avocetta" (uccello di palude, il più recente avvistamento ornitologico in una vignetta di rebus) potrà solo sperare che Apollo, il dio degli oracoli e delle interpretazioni, gli invii un'ispirazione provvidenziale.
La risoluzione del rebus non sarebbe però un'arte così affascinante se la sua difficoltà fosse quella di riconoscere la figura. Diventerebbe un Trivial Pursuit, un quiz. La cosa appassionante è invece capire quale pertinenza dare ai soggetti raffigurati, alle loro azioni e mutue relazioni, per poi tradurre la propria interpretazione in parole che contengono altre parole. Uno può riconoscere l'uccellaccio dell'"avocetta" perché è un birdwatcher, oppure perché è un enigmista e capisce che nella soluzione ci sarà una "vocetta". Così come può risolvere un rebus in cui un signor "M", "anch'esso! spese" (= "Manches sospese") perché in un emporio affollato hanno fatto acquisti moltissimi clienti, fra cui uno allampanato e vestito con il kilt. Kilt sta per scozzese, scozzese sta per avaro, quindi si può dire che spese "anche lui", cioè che lo fece persino lui. È così che il kilt diventa il correlativo oggettivo dell'avarizia. Del resto nel Rinascimento il liuto era considerato emblema della concordia e dell'arte di governo (che dovrebbe far suonare in armonia corde diverse): l'immaginazione umana ha sempre tratto profitto dal rapporto fra parole e figure, traducendo le une nelle altre, dando corpo visibile ai concetti e nome alle figure. Il rebus gioca sugli scarti e sugli equivoci del rapporto fra lingua e mondo per poi chiederci: hai capito? Hai trovato la soluzione? Hai visto un "re" ? "Sì, ho visto un "re" ed era in un "rebus"": chi risponde così, ha indovinato.
Sul Venerdì del 3 agosto 2018
Che poi, i rebus, difficili o meglio complessi, lo sono diventati nel tempo. Il loro principio originario era abbastanza semplice: mostrando prima la figura di un "re" e poi quella di un "bus" non c'è bisogno di chissà quale salto logico per radunare i due nomi in un "rebus". La cosa era già avvenuta in un'epoca che sarebbe eufemistico definire antica. Più di cinquemila anni fa, come dire nel trentunesimo secolo avanti Cristo, veniva infatti prodotta la cosiddetta "tavoletta di Narmer": aveva probabilmente finalità cerimoniali ed è considerata il primo esemplare di documento storico. Raffigura il faraone Narmer e lo nomina anche, tramite la figura di un pesce (Nar) e quella di uno scalpello (Mer). Nar + Mer = Narmer; così come Re + Bus = Rebus.
Apparentemente la struttura del gioco è dunque molto semplice. Si regge su uno dei princìpi sui cui si ritiene sia nata la scrittura: ancora oggi ne troviamo tracce recenti, per esempio nei modi in cui Prince trascriveva i titoli di certe sue canzoni, rappresentando il pronome "io", "I", con il disegno di un occhio ("eye", che si pronuncia come "I"). Complicato sì da spiegare, mentre nella pratica lo maneggiavano con disinvoltura non solo gli antichi Egizi ma anche le giovanissime amiche di Lewis Carroll (lo scrittore di Alice nel Paese delle Meraviglie, che a volte mandava a loro lettere scritte in questo modo), i seguaci di Prince e, insomma, come si dice, pure i bambini.
A trasformare il semplice principio in un vero rompicapo è stata l'enigmistica. L'enigmistica è ciò che è accaduto quando certi procedimenti, tutti antichissimi come il rebus o quasi, sono diventati giochi. Finché erano curiosità, trucchetti, nascondimenti, avevano strutture molto semplici: la "CI" scritta nella "Luna" per alludere al nome di "Lucina" in un ritratto di Lorenzo Lotto; "l'aura" che era "Laura" per Francesco Petrarca; "le onora" che stava per "Leonora" in un verso di Torquato Tasso; una e una sola serpe nello stemma della famiglia Anguissola (= anguis sola). Cose non puerili ma comunque facili anche perché isolate in contesti dati: una volta imparate non c'era da pensarci più.
Ma quando oggi un enigmista tra i più ferrati, come il Massimo Cabelassi (McAbel) intervistato in queste pagine, mette una fila di monaci contrassegnati dalla A in preghiera e deambulanti a circolo in un chiostro, lì un antico egizio non potrebbe che arrendersi. Siamo noi che possiamo capire che si tratta di "Agir a nome di tanti"; cioè di: "A girano, meditanti". La sequenza di lettere è la stessa, ma è divisa diversamente, come accade nella sciarada o nel nome del comune frusinate di Pescosolido, che si può dividere in un "pesco solido" o in un "pescoso lido". Insomma il rebus funziona un poco come quelle illustrazioni in cui si può vedere una papera o un coniglio, una giovane moglie o una suocera arpia. Solo che in queste la figura inganna e la didascalia spiega, nel rebus la figura è chiarissima, univoca, tutt'altro che ambigua e a ingannare è la formula linguistica che la descrive.
Fra la trovata pittografica di Narmer e di Re/Bus e quella crittografica di "Agir a nome di tanti", la vicenda pentamillenaria del rebus ha offerto circostanze che possono farci girare, meditanti, ingranaggi mentali fra i più remoti. Fra tutte, la più affascinante è la circostanza che mette in rapporto il rebus con la dimensione del sogno. Già trattati di antichi oniromanti (analisti, e quindi solutori di rebus) prevedevano sogni da decifrare più per la via dei nomi che per quella delle "cose" (a cui pure la parola "rebus" rimanda). Famoso è il sogno di Alessandro Magno, durante l'assedio di Tiro: un satiro che danzava sullo scudo dell'imperatore. Consultato l'analista (che come sempre era al suo seguito), il sogno rivelò un carattere profetico: "sa Tyros", Tiro è tua. Alessandro attaccò e conquistò la città. Favola o no, a dare credito metodologico alla criptoanalisi del satiro fu proprio Sigmund Freud, che nella sua Interpretazione dei sogni non trascurò dettagli apparentemente frivoli o causali, come quelli su cui gioca l'enigmistica. Errori, lapsus, giochi di parole: l'inconscio ci parla per il loro tramite. Il sogno, in particolare, viene definito da Freud come un "indovinello figurato".
Il filosofo Jean-François Lyotard ha indagato e trovato l'esatto gioco che Freud aveva in mente. Era un rompicapo umoristico che veniva pubblicato da un giornale viennese: una sorta di rebus che reinterpretava frasi epigrafiche latine come se fossero tedesche. Freud insomma non stava dicendo che il sogno è "un mistero senza fine, bello" (come la donna per Guido Gozzano o, per Gianni Brera, il gioco del calcio). Stava dicendo che il sogno funziona proprio come il rebus: ha un "contenuto manifesto" e un "contenuto latente" e le due cose non hanno relazione diretta fra di loro. Ogni soggetto vi è presente per il suo nome, che a volte va scomposto per ottenere una decifrazione.
Forse è proprio la pista onirica quella che va percorsa per giungere alla sorgente della fascinazione che il rebus ha sempre vantato, e in misura superiore ad altre magie verbali. Gli altri giochi enigmistici sono, al confronto, astratti, alfabetici, diagrammatici. Nel rebus non ci sono magari le "cose" a cui rimanda l'etimo (peraltro non precisabile) del nome: però ci sono le figure del mondo, che funzionano come parole, ma alla rovescia. Normalmente di una parola sappiamo la pronuncia e poi impariamo il significato. Le figure di un rebus, come il pesce siluro di Narmer o i monaci deambulanti di McAbel, invece vanno capite, e solo allora si saprà come "pronunciarle", cioè che ruolo dar loro nella soluzione. Per questo sono odiosi i rebus in cui compaiono specie animali o vegetali rare e incognite ai più: il solutore lo capisce dall'accuratezza con cui il disegnatore le ha riprodotte. Quando il diavolo di animale o fiore deve essere nominato nella soluzione allora il tasso di precisione passa dall'abituale livello di grande acribia a quello di estremismo pressoché paranoide. Ma se il solutore non conosce l'"avocetta" (uccello di palude, il più recente avvistamento ornitologico in una vignetta di rebus) potrà solo sperare che Apollo, il dio degli oracoli e delle interpretazioni, gli invii un'ispirazione provvidenziale.
La risoluzione del rebus non sarebbe però un'arte così affascinante se la sua difficoltà fosse quella di riconoscere la figura. Diventerebbe un Trivial Pursuit, un quiz. La cosa appassionante è invece capire quale pertinenza dare ai soggetti raffigurati, alle loro azioni e mutue relazioni, per poi tradurre la propria interpretazione in parole che contengono altre parole. Uno può riconoscere l'uccellaccio dell'"avocetta" perché è un birdwatcher, oppure perché è un enigmista e capisce che nella soluzione ci sarà una "vocetta". Così come può risolvere un rebus in cui un signor "M", "anch'esso! spese" (= "Manches sospese") perché in un emporio affollato hanno fatto acquisti moltissimi clienti, fra cui uno allampanato e vestito con il kilt. Kilt sta per scozzese, scozzese sta per avaro, quindi si può dire che spese "anche lui", cioè che lo fece persino lui. È così che il kilt diventa il correlativo oggettivo dell'avarizia. Del resto nel Rinascimento il liuto era considerato emblema della concordia e dell'arte di governo (che dovrebbe far suonare in armonia corde diverse): l'immaginazione umana ha sempre tratto profitto dal rapporto fra parole e figure, traducendo le une nelle altre, dando corpo visibile ai concetti e nome alle figure. Il rebus gioca sugli scarti e sugli equivoci del rapporto fra lingua e mondo per poi chiederci: hai capito? Hai trovato la soluzione? Hai visto un "re" ? "Sì, ho visto un "re" ed era in un "rebus"": chi risponde così, ha indovinato.
Sul Venerdì del 3 agosto 2018