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Venere di Gino Boccasile (1944) 

Il ritorno di Boccasile, pubblicitario del razzismo

Ottant'anni fa il grande illustratore aderiva al Manifesto fascista della razza e metteva le proprie immagini al servizio di una propaganda xenofoba che credevamo estinta. Sbagliando
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In divisa da SS, con la pistola sul tavolo da disegno. Così lavorava ai suoi manifesti Gino Boccasile (1901-1952), "il più fascista" tra i pubblicitari italiani, l'unico ad aderire al Manifesto della razza. Soprattutto, l'autore di alcune tra le immagini più autenticamente razziste che il nostro Paese abbia mai prodotto, tuttora condivise sul web: gli invasori neri, gli ebrei complottisti, il nemico nell'ombra.

A ottant'anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia - il primo "regio decreto" è del settembre 1938 - quel suo immaginario inquieta ancora. Non solo per i contenuti. Anche per la tecnica, che fu sempre uguale, per promuovere i panettoni o l'antisemitismo. Boccasile fuse réclame e odio politico come nessuno aveva mai fatto. Li fece somigliare. Il suo manifesto del 1944, nel quale un nazista sorridente porgeva la mano alla popolazione occupata - titolo: "La Germania è veram…
In divisa da SS, con la pistola sul tavolo da disegno. Così lavorava ai suoi manifesti Gino Boccasile (1901-1952), "il più fascista" tra i pubblicitari italiani, l'unico ad aderire al Manifesto della razza. Soprattutto, l'autore di alcune tra le immagini più autenticamente razziste che il nostro Paese abbia mai prodotto, tuttora condivise sul web: gli invasori neri, gli ebrei complottisti, il nemico nell'ombra.

A ottant'anni esatti dalla promulgazione delle leggi razziali in Italia - il primo "regio decreto" è del settembre 1938 - quel suo immaginario inquieta ancora. Non solo per i contenuti. Anche per la tecnica, che fu sempre uguale, per promuovere i panettoni o l'antisemitismo. Boccasile fuse réclame e odio politico come nessuno aveva mai fatto. Li fece somigliare. Il suo manifesto del 1944, nel quale un nazista sorridente porgeva la mano alla popolazione occupata - titolo: "La Germania è veramente vostra amica" - era uguale a quello creato per l'Amaro Isolabella, che offriva al pubblico un bicchierino. Stessa posa, uguale fisicità. E lo slogan creato per i Concimi Montecatini, "Per tutti i terreni, per tutte le coltivazioni", aveva la stessa forma del truce "Ad ogni traditore, ad ogni sabotatore" scritto su un uomo fucilato.

Per lui era tutta propaganda. Un metodo che ne fa uno dei veri padri della comunicazione italiana odierna, un cattivo maestro i cui insegnamenti rivivono nell'allegria irreale degli spot tv come nelle campagne razziste sui social. Naturale che il regime fascista vedesse in lui l'artista ideale per imporsi all'Italia più profonda. E poi la sua matita era diventata celebre disegnando formose donnine sulle copertine della rivista Le grandi firme, un vero appuntamento pruriginoso per l'Italietta di allora. Altro che le astrattezze del futurismo.

Boccasile non deluse i gerarchi. Lavorò fino all'ultimo. Anzi, i suoi capolavori al contrario - autentiche visioni d'odio - arrivarono quando il fascismo ripiegò nella Repubblica di Salò, alla quale aveva aderito convintamente. In quei manifesti non dimenticò nessuno: l'ebreo dal naso adunco che, infagottato in un cappotto, minaccia gli italiani dal suo covo newyorchese; il simbolo nazionale inglese John Bull, trasformato in un obeso dai tratti porcini; il soldato sovietico, un ominide seduto su un letto di ossa umane.

Era nata la réclame del razzismo. Tra tutti, il nemico più sentito fu il soldato nero americano, l'esatto contrario del mito ariano, il vero incubo fascista. Non era scritto a chiare lettere sul Manifesto del 1938? "È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti". Disegnarli come scimmioni non bastava più. Era necessario alzare la posta, urlare che quegli uomini con la pelle di un altro colore mettevano in pericolo la civiltà occidentale.

In un manifesto del 1944, per esempio, un soldato abbracciava la bianchissima Venere di Milo, simbolo della nostra eredità classica, sulla quale osava anche scrivere un prezzo: due dollari. In un'altra affissione dello stesso periodo, il soldato nero ghignava in una chiesa semidistrutta, indifferente a un crocefisso pericolante. Tra le sue grosse mani - in Boccasile le mani dei nemici sono sempre abnormi - stringeva un bottino di oggetti sacri. E quanta differenza c'era, tra i corpi deformi dei suoi neri e quelli scolpiti della Venere e del Cristo.

Immagini "imperdonabili" - come le definisce Paola Pallottino nella sua Storia dell'Illustrazione Italiana (Usher, 2011) - che però si preparavano a bassa intensità già negli anni Trenta, quando l'Italia si proclamava impero e lui con la bonomia dei padroni aveva creato per i marchi più diversi una schiera di servitori neri, di portatori fedeli, di simpatici "negretti". Ramazzotti, Moretti, Assicurazioni Lloyd: una galleria di sottomissioni.

Amava dire "non lavoro per i posteri". Normale, per chi cerca il tutto e subito della propaganda. Però con i suoi contemporanei le cose non filarono sempre lisce. Come raccontò il pubblicitario Dino Villani, i manifesti di Salò "in buona parte venivano strappati" e sui muri duravano poco. Gli italiani stavano voltando le spalle al regime. E del resto chi poteva credere che il nazi fosse "veramente" un amico, mentre tutt'intorno infuriavano rastrellamenti e fucilazioni? A guerra finita, dopo una breve carcerazione e qualche anno difficile, Boccasile morì dimenticato.  

Con i posteri, invece, gli va un po' meglio. Come quando i Cinque Stelle riutilizzarono via web il celebre manifesto "Tacete! Il nemico vi ascolta" per trasformarlo in un ammonimento mediatico a tutti i militanti: "Il giornalista vi ascolta!". Per non dire dell'estrema destra, che continua tuttora a saccheggiare i suoi orrori come se il tempo non fosse passato. È soprattutto quel suo impasto di feroce propaganda e rassicuranti consigli per gli acquisti a non passare di moda. La battaglia per un immaginario nuovo è la più lunga.

Sul Venerdì del 10 agosto 2018