Respingimenti all’italiana, c’è un giudice a Strasburgo?
Luigi Irdi , di LUIGI IRDIDue ragazzi del Gambia chiedono all’Europa di processare i governi Gentiloni e Conte per le atrocità subite in Libia. Mentre c’è chi vuole rivolgersi alla Corte penale internazionale dell'Aja
La faccenda si fa seria perché nessuno aveva pensato a A.C., disoccupato trentunenne, e a T. O., che invece di anni ne ha solo 26. I due ragazzi abitano a Serekunda, cittadina alla foce del fiume Gambia, sulla costa occidentale dell’Africa e potrebbero diventare il classico granello di sabbia nei furori anti immigrazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini. A. C. e T. O. (vogliono rimanere anonimi, per il momento) sbarcano il lunario come possono a Serekunda, soprattutto dopo che hanno investito (e perso) i loro risparmi in un avventuroso e fallimentare viaggio verso l’Europa, attraversando il Sahara come mille altri migranti, per essere infine intercettati dalla Guardia costiera libica, catturati, reclusi in un campo di detenzione, e infine rispediti in Gambia.
La loro sorte non è diversa da migliaia di compatrioti, tranne che per un dettaglio. A. C. e T. O. hanno firmato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (la…
La loro sorte non è diversa da migliaia di compatrioti, tranne che per un dettaglio. A. C. e T. O. hanno firmato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (la…
La faccenda si fa seria perché nessuno aveva pensato a A.C., disoccupato trentunenne, e a T. O., che invece di anni ne ha solo 26. I due ragazzi abitano a Serekunda, cittadina alla foce del fiume Gambia, sulla costa occidentale dell’Africa e potrebbero diventare il classico granello di sabbia nei furori anti immigrazione del ministro dell’Interno Matteo Salvini. A. C. e T. O. (vogliono rimanere anonimi, per il momento) sbarcano il lunario come possono a Serekunda, soprattutto dopo che hanno investito (e perso) i loro risparmi in un avventuroso e fallimentare viaggio verso l’Europa, attraversando il Sahara come mille altri migranti, per essere infine intercettati dalla Guardia costiera libica, catturati, reclusi in un campo di detenzione, e infine rispediti in Gambia.
La loro sorte non è diversa da migliaia di compatrioti, tranne che per un dettaglio. A. C. e T. O. hanno firmato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (la stessa che nel 2012 condannò all’unanimità l’Italia e la sua politica dei respingimenti collettivi) contro il governo italiano e chiedono che venga riconosciuto come, anche in questa occasione, Roma stia facendo il gioco delle tre carte. Affida cioè a mani libiche la cattura e il respingimento dei migranti, ma ne cura la regìa dall’inizio alla fine, pagando la Libia, e fornendo alla Guardia costiera di Tripoli le motovedette, i mezzi, i soldi e il personale per bloccare i barconi in fuga. Insomma, la solita politica dei respingimenti, solo un po’ mascherata dalla complicità libica.
«Ci vorrà un po’ di tempo, ma la Corte dovrà pronunciarsi», è ottimista l’avvocato Luca Masera, professore associato di diritto penale dell’Università di Brescia che insieme con altri colleghi riuniti nell’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Dario Belluccio e Giulia Crescini), ha scovato in Gambia i due ragazzi disposti a firmare il ricorso (molti si rifiutano di farlo per paura di guai). Ma una procedura tira l’altra e così anche altri organismi internazionali stanno osservando con crescente attenzione gli eventi libici, come la Corte penale internazionale dell’Aja. Non tanto per ciò che accade sul mare, quando motovedette o navi delle Ong si contendono gli interventi di salvataggio dei naufraghi, quanto per ciò che accade nei centri di detenzione controllati dai libici, dove vengono ammassati in condizioni disumane migliaia di migranti, chi in cerca di una via di fuga verso l’Europa e chi, catturato in mare, viene nuovamente rinchiuso. Ormai sono numerose le testimonianze delle atrocità consumate nei centri di detenzione e questo, oltre i fatti in sé, pone un problema giuridico di tipo penale.
La domanda è: se il governo italiano è al corrente dei crimini e nonostante questo incoraggia la Libia a catturare i migranti in fuga, fornendole mezzi, addestramento e personale, non è forse tecnicamente complice? E come sa uno studente di giurisprudenza al primo anno di corso, “la responsabilità penale è personale”, quindi, in caso di complicità nei reati commessi da cittadini libici che agiscono nel contesto di un accordo con il governo italiano, si dovrebbe cominciare a pensare a nomi e cognomi. Come, per esempio, quello dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e quello dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che hanno firmato nel febbraio 2017 il Memorandum di Intesa con la Libia per il contrasto all’immigrazione irregolare, o quello dell’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, o dell’attuale presidente del consiglio Giuseppe Conte, persone cioè che concretamente rendono operativo l’accordo Italia-Libia.
Secondo alcuni giuristi, tutto questo è pane per i denti della Corte Penale Internazionale dell’Aja, dove la giudice Fatou Bensouda, anche lei di nazionalità gambiana, è il capo della Procura e solo due mesi fa ha pubblicato un rapporto di grande severità nei confronti della Libia. Nel mondo dei giuristi italiani è stata invece una giovanissima studiosa, Flavia Pacella, a mettere in fila, in un articolo per la rivista Penale Contemporaneo i reati di cui teoricamente alcuni governanti italiani potrebbero essere considerati attivi nel concorso. Tanto per gradire: omicidio, stupro e altre forme di violenza sessuale, tortura e lavoro forzato, tratta di esseri umani. Nota Flavia Pacella: «Nel rapporto del Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’8 Novembre 2017 si legge: “...alcuni crimini presumibilmente commessi contro i migranti in Libia potrebbero rientrare nella competenza della Corte”».
Il caso è delicato perché qui non si tratterebbe di processare il solito dittatorello della repubblica delle banane con vocazioni alla macelleria messicana, bensì alcuni ministri di un Paese della Nato e dell’Unione europea. Eppure, a mettere in fila le carte, un procedimento penale di questa natura sembra del tutto plausibile. Nessun governante italiano direttamente coinvolto nell’esecuzione dei protocolli di intesa con il governo di Fayez al-Sarraj può sostenere di ignorare ciò che accade nei campi di prigionia in Libia. Non fosse altro che per le sentenze della magistratura italiana pronunciate contro alcuni scafisti e trafficanti di esseri umani arrestati in Italia.
Il testo fondamentale che esclude ogni ignoranza delle autorità italiane è la sentenza di ergastolo emessa dalla Corte d’Assise di Milano nell’ottobre dello scorso contro Osman Matammud, un giovane somalo (appena 24 anni) riconosciuto come appartenente a una banda di trafficanti di uomini e responsabile del campo di prigionia libico di Bani Walid. Arrestato a Milano nei dintorni del centro di accoglienza per migranti di via Sammartini per puro caso, Matammud è stato poi riconosciuto da numerosi testimoni come il capo degli aguzzini del campo di Bani Walid. La lettura delle testimonianze di chi ha subìto le sue torture è terribile: sequestri, bastonate, sacchetti di plastica sciolti con gli accendini affinché la plastica rovente gocciolasse sulla schiena dei prigionieri, stupri, violenze nei confronti di donne infibulate, scariche elettriche e frustate, persone immobilizzate per ore sotto il sole, omicidi.
Ora, per quanto ancora non si veda all’orizzonte, una iniziativa della Corte Penale Internazionale dell’Aja sarebbe giustificata. Scrive Flavia Pacella: «... lo Statuto di Roma istitutivo della Corte prevede la responsabilità penale di chiunque, in vista di facilitare la commissione di un crimine di competenza della Corte, aiuti, partecipi o assista nella perpetrazione o nel tentativo di perpetrazione di tale crimine». Secondo le convenzioni internazionali, a cui anche l’Italia ha aderito, la Corte dell’Aja può intervenire se si dimostra che la magistratura italiana non ha la volontà o la capacità di farlo autonomamente. Per i reati che vengono commessi nei campi di prigionia libici la magistratura italiana potrebbe anche procedere d’ufficio e aprire una indagine. Lo farà?
Sul Venerdì del 10 agosto 2018
La loro sorte non è diversa da migliaia di compatrioti, tranne che per un dettaglio. A. C. e T. O. hanno firmato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo (la stessa che nel 2012 condannò all’unanimità l’Italia e la sua politica dei respingimenti collettivi) contro il governo italiano e chiedono che venga riconosciuto come, anche in questa occasione, Roma stia facendo il gioco delle tre carte. Affida cioè a mani libiche la cattura e il respingimento dei migranti, ma ne cura la regìa dall’inizio alla fine, pagando la Libia, e fornendo alla Guardia costiera di Tripoli le motovedette, i mezzi, i soldi e il personale per bloccare i barconi in fuga. Insomma, la solita politica dei respingimenti, solo un po’ mascherata dalla complicità libica.
«Ci vorrà un po’ di tempo, ma la Corte dovrà pronunciarsi», è ottimista l’avvocato Luca Masera, professore associato di diritto penale dell’Università di Brescia che insieme con altri colleghi riuniti nell’Asgi, Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Dario Belluccio e Giulia Crescini), ha scovato in Gambia i due ragazzi disposti a firmare il ricorso (molti si rifiutano di farlo per paura di guai). Ma una procedura tira l’altra e così anche altri organismi internazionali stanno osservando con crescente attenzione gli eventi libici, come la Corte penale internazionale dell’Aja. Non tanto per ciò che accade sul mare, quando motovedette o navi delle Ong si contendono gli interventi di salvataggio dei naufraghi, quanto per ciò che accade nei centri di detenzione controllati dai libici, dove vengono ammassati in condizioni disumane migliaia di migranti, chi in cerca di una via di fuga verso l’Europa e chi, catturato in mare, viene nuovamente rinchiuso. Ormai sono numerose le testimonianze delle atrocità consumate nei centri di detenzione e questo, oltre i fatti in sé, pone un problema giuridico di tipo penale.
La domanda è: se il governo italiano è al corrente dei crimini e nonostante questo incoraggia la Libia a catturare i migranti in fuga, fornendole mezzi, addestramento e personale, non è forse tecnicamente complice? E come sa uno studente di giurisprudenza al primo anno di corso, “la responsabilità penale è personale”, quindi, in caso di complicità nei reati commessi da cittadini libici che agiscono nel contesto di un accordo con il governo italiano, si dovrebbe cominciare a pensare a nomi e cognomi. Come, per esempio, quello dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti e quello dell’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, che hanno firmato nel febbraio 2017 il Memorandum di Intesa con la Libia per il contrasto all’immigrazione irregolare, o quello dell’attuale ministro dell’Interno Matteo Salvini, o dell’attuale presidente del consiglio Giuseppe Conte, persone cioè che concretamente rendono operativo l’accordo Italia-Libia.
Secondo alcuni giuristi, tutto questo è pane per i denti della Corte Penale Internazionale dell’Aja, dove la giudice Fatou Bensouda, anche lei di nazionalità gambiana, è il capo della Procura e solo due mesi fa ha pubblicato un rapporto di grande severità nei confronti della Libia. Nel mondo dei giuristi italiani è stata invece una giovanissima studiosa, Flavia Pacella, a mettere in fila, in un articolo per la rivista Penale Contemporaneo i reati di cui teoricamente alcuni governanti italiani potrebbero essere considerati attivi nel concorso. Tanto per gradire: omicidio, stupro e altre forme di violenza sessuale, tortura e lavoro forzato, tratta di esseri umani. Nota Flavia Pacella: «Nel rapporto del Procuratore della Corte Penale Internazionale dell’8 Novembre 2017 si legge: “...alcuni crimini presumibilmente commessi contro i migranti in Libia potrebbero rientrare nella competenza della Corte”».
Il caso è delicato perché qui non si tratterebbe di processare il solito dittatorello della repubblica delle banane con vocazioni alla macelleria messicana, bensì alcuni ministri di un Paese della Nato e dell’Unione europea. Eppure, a mettere in fila le carte, un procedimento penale di questa natura sembra del tutto plausibile. Nessun governante italiano direttamente coinvolto nell’esecuzione dei protocolli di intesa con il governo di Fayez al-Sarraj può sostenere di ignorare ciò che accade nei campi di prigionia in Libia. Non fosse altro che per le sentenze della magistratura italiana pronunciate contro alcuni scafisti e trafficanti di esseri umani arrestati in Italia.
Il testo fondamentale che esclude ogni ignoranza delle autorità italiane è la sentenza di ergastolo emessa dalla Corte d’Assise di Milano nell’ottobre dello scorso contro Osman Matammud, un giovane somalo (appena 24 anni) riconosciuto come appartenente a una banda di trafficanti di uomini e responsabile del campo di prigionia libico di Bani Walid. Arrestato a Milano nei dintorni del centro di accoglienza per migranti di via Sammartini per puro caso, Matammud è stato poi riconosciuto da numerosi testimoni come il capo degli aguzzini del campo di Bani Walid. La lettura delle testimonianze di chi ha subìto le sue torture è terribile: sequestri, bastonate, sacchetti di plastica sciolti con gli accendini affinché la plastica rovente gocciolasse sulla schiena dei prigionieri, stupri, violenze nei confronti di donne infibulate, scariche elettriche e frustate, persone immobilizzate per ore sotto il sole, omicidi.
Ora, per quanto ancora non si veda all’orizzonte, una iniziativa della Corte Penale Internazionale dell’Aja sarebbe giustificata. Scrive Flavia Pacella: «... lo Statuto di Roma istitutivo della Corte prevede la responsabilità penale di chiunque, in vista di facilitare la commissione di un crimine di competenza della Corte, aiuti, partecipi o assista nella perpetrazione o nel tentativo di perpetrazione di tale crimine». Secondo le convenzioni internazionali, a cui anche l’Italia ha aderito, la Corte dell’Aja può intervenire se si dimostra che la magistratura italiana non ha la volontà o la capacità di farlo autonomamente. Per i reati che vengono commessi nei campi di prigionia libici la magistratura italiana potrebbe anche procedere d’ufficio e aprire una indagine. Lo farà?
Sul Venerdì del 10 agosto 2018