«Il mio film su Cucchi non vuole dare risposte ma fare domande»
Marco Romani , di MARCO ROMANIPrima della presentazione alla Mostra del cinema di Venezia il regista di Alessio Cremonini spiega come ha scritto Sulla mia pelle. "Abbiamo usato gli atti dei processi. Ma erano pieni di bugie e omissioni"
"Non avevo alcuna intenzione di rifare il processo. Il compito del cinema non è quello di dare risposte ma di fare domande. La prima per me è: dalla sera dell'arresto, il 15 giugno, alla morte del 22 giugno circa 140 persone sono venute a contatto con Stefano Cucchi. Possibile che nessuno si è accorto di quello che gli era successo? E, ancora: non è che, tra chi lavora a contatto con i detenuti c'è una certa abitudine a vedere cose simili?".
Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini sa bene che Sulla mia pelle non avrà un percorso facile. Su due fronti, quello politico e quello cinematografico, con gli esercenti che non accettano che il film sia disponibile dal 12 settembre nelle sale per Lucky Red e contemporaneamente su Netflix. "Poter raccontare alle persone di 190 Paesi il caso Cucchi per me è molto importante, come regista e come cittadino. Il fatto che un ragazzo entri vivo in un carcere e ne esca morto …
Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini sa bene che Sulla mia pelle non avrà un percorso facile. Su due fronti, quello politico e quello cinematografico, con gli esercenti che non accettano che il film sia disponibile dal 12 settembre nelle sale per Lucky Red e contemporaneamente su Netflix. "Poter raccontare alle persone di 190 Paesi il caso Cucchi per me è molto importante, come regista e come cittadino. Il fatto che un ragazzo entri vivo in un carcere e ne esca morto …
"Non avevo alcuna intenzione di rifare il processo. Il compito del cinema non è quello di dare risposte ma di fare domande. La prima per me è: dalla sera dell'arresto, il 15 giugno, alla morte del 22 giugno circa 140 persone sono venute a contatto con Stefano Cucchi. Possibile che nessuno si è accorto di quello che gli era successo? E, ancora: non è che, tra chi lavora a contatto con i detenuti c'è una certa abitudine a vedere cose simili?".
Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini sa bene che Sulla mia pelle non avrà un percorso facile. Su due fronti, quello politico e quello cinematografico, con gli esercenti che non accettano che il film sia disponibile dal 12 settembre nelle sale per Lucky Red e contemporaneamente su Netflix. "Poter raccontare alle persone di 190 Paesi il caso Cucchi per me è molto importante, come regista e come cittadino. Il fatto che un ragazzo entri vivo in un carcere e ne esca morto non credo che sia un fatto solo italiano. Sono certo che un francese o un americano possano capire bene il film".
Con un processo ancora in corso scrivere la sceneggiatura è stato un terreno minato. "Ci siamo letti oltre diecimila pagine di atti e in ogni battuta del film ho cercato di rimanere il più possibile attaccato alla realtà. Il problema è che in quelle carte molte ricostruzioni fatte dai testimoni sono piene di omissioni, di contraddizioni e di bugie. Il lavoro più difficile è stato vagliare ciò che sembrava più verosimile. L'altro scoglio è stato quello di rendere "umane" frasi scritte con il linguaggio burocratico di un verbale. A un certo punto del film, quando con i carabinieri Stefano arriva in piena notte a casa dei genitori per una perquisizione, il ragazzo abbraccia teneramente la madre prima di andare in carcere. Potrebbe sembrare una trovata melò, invece quello è stato davvero l'ultimo gesto d'affetto tra madre e figlio".
Ma come gli è venuto in mente di fare un film sul caso Cucchi? "Un giorno ascoltavo in radio un programma in cui intervenivano Ilaria e l'avvocato della famiglia. Ero certo, chissà perché, che qualcuno avesse fatto un film su questa storia. Sono andato subito su Google e niente. Ho pensato che dovevo girarlo. Oggi il cinema mi sembra molto meno curioso di un tempo. E anche meno coraggioso. Avere Alessandro Borghi come attore mi ha facilitato la vita: studia molto e mette dedizione in tutto quello che fa".
Torniamo all'inizio: se è vero che il cinema non deve dare risposte, lei, come cittadino, come si spiega che nessuno si sia accorto di cosa era veramente successo a Cucchi? "In realtà" conclude Cremonini "il dottore di Regina Coeli capì tutto e fece subito ricoverare Stefano in ospedale. Poco dopo quel medico fu mandato via".
Il regista e sceneggiatore Alessio Cremonini sa bene che Sulla mia pelle non avrà un percorso facile. Su due fronti, quello politico e quello cinematografico, con gli esercenti che non accettano che il film sia disponibile dal 12 settembre nelle sale per Lucky Red e contemporaneamente su Netflix. "Poter raccontare alle persone di 190 Paesi il caso Cucchi per me è molto importante, come regista e come cittadino. Il fatto che un ragazzo entri vivo in un carcere e ne esca morto non credo che sia un fatto solo italiano. Sono certo che un francese o un americano possano capire bene il film".
Con un processo ancora in corso scrivere la sceneggiatura è stato un terreno minato. "Ci siamo letti oltre diecimila pagine di atti e in ogni battuta del film ho cercato di rimanere il più possibile attaccato alla realtà. Il problema è che in quelle carte molte ricostruzioni fatte dai testimoni sono piene di omissioni, di contraddizioni e di bugie. Il lavoro più difficile è stato vagliare ciò che sembrava più verosimile. L'altro scoglio è stato quello di rendere "umane" frasi scritte con il linguaggio burocratico di un verbale. A un certo punto del film, quando con i carabinieri Stefano arriva in piena notte a casa dei genitori per una perquisizione, il ragazzo abbraccia teneramente la madre prima di andare in carcere. Potrebbe sembrare una trovata melò, invece quello è stato davvero l'ultimo gesto d'affetto tra madre e figlio".
Ma come gli è venuto in mente di fare un film sul caso Cucchi? "Un giorno ascoltavo in radio un programma in cui intervenivano Ilaria e l'avvocato della famiglia. Ero certo, chissà perché, che qualcuno avesse fatto un film su questa storia. Sono andato subito su Google e niente. Ho pensato che dovevo girarlo. Oggi il cinema mi sembra molto meno curioso di un tempo. E anche meno coraggioso. Avere Alessandro Borghi come attore mi ha facilitato la vita: studia molto e mette dedizione in tutto quello che fa".
Torniamo all'inizio: se è vero che il cinema non deve dare risposte, lei, come cittadino, come si spiega che nessuno si sia accorto di cosa era veramente successo a Cucchi? "In realtà" conclude Cremonini "il dottore di Regina Coeli capì tutto e fece subito ricoverare Stefano in ospedale. Poco dopo quel medico fu mandato via".