Quaranta estati fa, l'ultimo concerto di Mina
Marco Cicala , di Marco CicalaSiamo tornati nell’Italia dell’agosto 1978. C’erano il terrorismo, un nuovo presidente della Repubblica, un nuovo Papa. Impazzavano Renato Zero, Amanda Lear, le Sorelle Bandiera. Ma come andò davvero la sera in cui la cantante disse addio alle scene? Abbiamo indagato
ROMA. Tenera è la notte quel 24 giugno 1978, un sabato, a Lido di Camaiore. Venti gradi. Il global warming è ancora di là da venire, un fantascenario da romanzi Urania. «Le condizioni del tempo in questo primissimo periodo dell’estate astronomica dovrebbero presentarsi nel complesso buone, almeno per quanto riguarda le regioni centrali e meridionali» assicura il colonnello dell’aeronautica Edmondo Bernacca, volto totemico del meteo in tv. Accanto al palco di Bussoladomani, il palatenda inventato due anni prima dal promoter Sergio Bernardini, staziona una roulotte con dentro un grande specchio, tavolini, divani, più un frigo imbottito di whisky e champagne. È il camerino di Mina, che però quand’è in servizio beve soltanto acqua minerale: l’alcol è per gli amici. Prima del concerto fuma angosciata. Ha 38 anni, canta da venti, è una leggenda, ma le esibizioni dal vivo non riesce ancora a di…
ROMA. Tenera è la notte quel 24 giugno 1978, un sabato, a Lido di Camaiore. Venti gradi. Il global warming è ancora di là da venire, un fantascenario da romanzi Urania. «Le condizioni del tempo in questo primissimo periodo dell’estate astronomica dovrebbero presentarsi nel complesso buone, almeno per quanto riguarda le regioni centrali e meridionali» assicura il colonnello dell’aeronautica Edmondo Bernacca, volto totemico del meteo in tv. Accanto al palco di Bussoladomani, il palatenda inventato due anni prima dal promoter Sergio Bernardini, staziona una roulotte con dentro un grande specchio, tavolini, divani, più un frigo imbottito di whisky e champagne. È il camerino di Mina, che però quand’è in servizio beve soltanto acqua minerale: l’alcol è per gli amici. Prima del concerto fuma angosciata. Ha 38 anni, canta da venti, è una leggenda, ma le esibizioni dal vivo non riesce ancora a digerirle. La massa assiepata lì davanti nel buio la getta nel panico. «Non mi sono mai abituata a cantare in pubblico» confessa a Natalia Aspesi. «Ho paura di tutto, di dimenticare le parole, inciampare e cadere come un sacco». Ha paura che dalla platea qualcuno si alzi e le spari, «come in Nashville», il film di Robert Altman, che è anche una cruda riflessione su cosa sta diventando, nei ruggenti Seventies, il mondo dello spettacolo in generale e quello della musica in particolare: una maionese impazzita di cubitali interessi, idolatrie, moltitudini deliranti, smisurate pulsioni e proiezioni collettive. Distopia? Mica tanto. Solo due anni dopo John Lennon verrà ammazzato a revolverate da un fan.
LEGGI ANCHE: RITORNO IN VERSILIA PER RITROVARE LA BUSSOLA
Ma Mina è in apprensione anche perché non affronta un live da sei anni. A convincerla a tornare è stato l’amico Bernardini: in programma quindici concerti spalmati su tutta l’estate, da fine giugno a metà settembre. In primavera, appena diffusa la notizia della rentrée, la prevendita ha svalvolato: sono piovuti vaglia telegrafici, assegni in bianco, prenotazioni da Egitto, Jugoslavia, Francia... Un biglietto in prima fila costa 15 mila lire, in seconda 12.500, in gradinata settemila. Il cachet di Mina è di 20 milioni a serata, tanti, ma bisogna pagarci tutto l’ambaradan: musicisti, tecnici, addetti stampa, hotel, viaggi... Tra uno spettacolo e l’altro, se le date non sono troppo ravvicinate, lei se ne torna con l’autista nella “sua” Lugano.
La band è una formazione di 14 elementi, «molto pop-rock, senza fiati... Non volevamo rifare l’orchestra in smoking del ‘72: in scena portavamo vestiti “casual”, anche se griffati...» ricorda oggi Pino Presti, che dirigeva quell’ensemble e di Mina è stato storico arrangiatore e bassista. In scaletta una ventina di pezzi: cavalli di battaglia, ma anche cose “minori”, e poi Lacreme Napulitane o El porompompero, più cover di Battisti, Cocciante e audaci incursioni nella pop-dance... «Evitammo in blocco il repertorio degli anni Sessanta, che oggi rivanno di moda, ma allora erano considerati vecchiume» spiega Presti. D’altronde Anna Maria “Mina” Mazzini è sempre stata allergica alla nostalgia: «È una malattia che non conosco» disse, «detesto le canzoni nostalgiche. E i revivals sono remortuals». Perciò largo a Bee Gees e The Queen, Stayin’ Alive e We Are the Champions.
Lo show comincia intorno alle 22.30. Lo introducono le spiritosaggini di comici in ascesa (Beppe Grillo, La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli) o consumati entertainer (Walter Chiari, Paolo Panelli, Gino Bramieri). Quindi all’improvviso piomba giù il buio e su una versione registrata di Stasera io qui entra in scena lei. Disegnato da Pia Rame, il vestito di Mina rimarrà lo stesso per tutti gli spettacoli: di jersey nero con balze e spalline. Sopra, uno scialle scuro, a fiori, che alla quarta canzone scivola via lasciandole nude le spalle. Spalle bianche. Perché – come noterà Natalia Aspesi – la Mina che riappare sul palco infrange due dogmi della scicchissima platea versiliese, nonché dell’ormai ultraconformista estate italiana: l’abbronzatura e la magrezza. Sotto la cascata di capelli fulvi Mina è nivea e rotonda. Bellissima. Macché, troppo grassa, sentenziano i giornali, che discettando sulle sue cicce raggiungono toni persecutori: «Straripante», «opulenta, riccamente carnale», «guance gonfie, collo tozzo», «i fianchi di una Giunone tardo Impero»... È arrivata o no a novanta chili? «In verità la bilancia dice settantacinque, è il tipo di abito che indosso in scena a rendermi d’aspetto più matronale» spiega lei. Per poi chiosare: «Comunque a me non me ne importa niente».«Mi abbandono solo a diete ingrassanti» ironizza. Brava. Alla faccia di quei parvenu. Fino all’altroieri eravamo un Paese di affamati, adesso vigiliamo su linea e girovita con rigorismo quacchero. Finito lo spettacolo Mina se ne va con gli amici al ristorante Lo Squalo. Stravede per i totanini fritti e la zuppa di moscardini. Evita solo i dolci. Con la combriccola passano le notti a giocare a carte – scopone, poker – a bighellonare fino all’alba delle brioche appena sfornate. Poi a nanna. Tutto qua. Però sui rotocalchi ci si avvita in lancinanti interrogativi: ma benedetta ragazza, perché mai non si abbronza come tutti? Vagli a spiegare che a lei le spiagge piacciono solo d’inverno. È vero che ogni sera sale sul palco senza reggiseno? Francamente, chi se ne frega.
È un sold out dopo l’altro, il parterre tutto un brulicare di vip, e di quelli che la stampa chiama ancora “ragazzi allegri”. Benché la formula sia oggi diventata impronunciabile causa abuso, Mina è già “un’icona gay”. Rappresenta «la donna controcorrente che ha infranto i tabù e ha inseguito l’amore senza preoccuparsi di tradizioni e convenzioni» commenta Nantas Salvalaggio. «Vive come le pare. E non gliene frega niente se l’oggetto della sua passione è dentro o fuori i parametri della morale sessuale». Nei “favolosi” Sessanta non è forse stata bandita dalla Rai per aver fatto un figlio con un uomo sposato (separato), Corrado Pani? Da allora però i costumi si sono parecchio sbottonati. Da Renato Zero ad Amanda Lear alle Sorelle Bandiera “l’ambiguità” va forte, si vende alla grande. Senza tema di censure Mina può cantare brani hot come L’importante è finire o Ancora ancora ancora: i testi che Cristiano Malgioglio scrive per lei sdraiato su un grande letto a forma di cuore.
Il ritorno di Lady Mazzini è vissuto come un appuntamento epocale: «Non potevo non essere lì... C’ero davvero, come i soldati che parteciparono alla battaglia di Hazincourt con Enrico V, quelli che poi, per il resto dei loro giorni, avrebbero potuto dire che loro erano lì e pretendere l’invidia di tutti quelli che invece non c’erano» avrebbe scritto Rina Gagliardi, “mazziniana” ultrà. Il pubblico strepita, scalpita, batte i piedi sull’impiantito di legno, s’infervora a livelli da messa vudù: «Un crescendo di isterismo e di fanatismo da neurodeliri»; «È tifo calcistico, da corrida: una follia collettiva che diventa più spettacolo dello spettacolo vero» riferiscono le cronache. La vecchia Bussola di Focette era ancora un night rassicurante, invece con i suoi seimila posti il tendone di Bussoladomani prelude già agli stadi dei maxi-concerti. Dimensioni extralarge che non fanno per Mina. «La prima sera era terrorizzata» racconta Presti. «Mi disse: “Pino, me la faccio sotto”. La spinsi in scena: “Dai, che li sbraniamo”».
Via via il trac, l’ansia da palcoscenico, si smorza, ma a un cronista allibito Mina ribadisce: «Io non sono nata per cantare. Non ci crede nessuno quando lo dico, ma se c’è una cosa che non mi va di fare è cantare. In pubblico, voglio dire. Non sono mai stata emozionata dall’applauso. Sono timida». E allora perché ha fatto la cantante? – chiede l’intervistatore. «Perché a vent’anni ero un’altra donna. Oggi non ricomincerei. Magari sceglierei sempre un’attività artistica, ma nella quale non ci si debba esibire». Ogni sera deve lottare con «un trauma sempre più grande e insuperabile».
E così, di trauma in trauma, arriviamo a quel fatidico 23 agosto. Come sempre senza concedere bis («Una volta lasciato il palcoscenico perdo la concentrazione, non ce la farei più a tornarci»), Mina chiude il concerto con Grande grande grande ed esce di scena. Nessuno lo sa ancora, ma non metterà più piede su un palco. «Il ritiro era nell’aria, però non ci saremmo mai immaginati che sarebbe avvenuto in quel modo» mi dice Adriano Panatta, che quella sera si trovava in platea. Le quattro esibizioni previste per settembre vengono cancellate. Motivi di salute. Polmonite, anzi, broncopolmonite, anzi pleurite. Colpa dell’aria condizionata. Malattia diplomatica? Pare di no, ma da quel momento Mina comincia a sparire progressivamente dai radar. Si rintana a Lugano. «Voleva riprendersi la sua libertà, la sua vita privata, lasciarsi andare... Anche fisicamente» dice Natalia Aspesi. D’ora in poi Mina comunicherà con il pubblico solo attraverso i suoi dischi.
«Ancora oggi di sé non ha voglia di parlare» dice il figlio Massimiliano Pani giurando che quella di 40 anni fa «fu una decisione presa sul momento». Ma quanto influì sulla scelta il fatto che la musica stesse diventando un’industria monstre? «Beh certo, si andava verso l’epoca dei megaconcerti, dei videoclip... In tv c’erano meno live e non dimentichiamoci che di lì a poco a Sanremo sarebbe sbarcato il playback». Nel ‘78 lui aveva quindici anni: «In Versilia andavo al mare in bicicletta... C’erano i Mondiali d’Argentina...». Una stagione felice. Eppure era l’Italia livida dell’immediato dopo-Moro, l’estate della caccia ai suoi assassini. Le indagini faticano. La svolta a ottobre, con l’irruzione nel covo Br di via Monte Nevoso a Milano. Il 21 giugno le Brigate Rosse uccidono a Genova il commissario Antonio Esposito. Ma è la fase del “terrorismo diffuso”: nei primi giorni di luglio gli attentati sono più di trenta, vengono attaccati commissariati, università, anche l’ordine dei medici e il catasto. Tra le micro-sigle di chi rivendica ce n’è una che suona: “Gruppo comunista per la resa dei conti”. A Torino militanti di Prima Linea entrano negli uffici della Regione e in un raptus neo-luddista danno fuoco a tutti i computer. L’11 agosto l’antiterrorismo passa nelle mani del “superpoliziotto” Carlo Alberto Dalla Chiesa. A metà settembre viene arrestato il br Corrado Alunni, reduce da un periodo di relax a Tropea. A giugno, mentre Mina torna alla ribalta, Renato Curcio viene condannato a 15 anni dopo 106 giorni di processo. Ad agosto si stila poi il bollettino di guerra dei morti per eroina: oltre 50 dall’inizio dell’anno.
In pochi mesi si avvicendano due presidenti della Repubblica e tre Papi. Salta Giovanni Leone travolto – ingiustamente – dallo scandalo Lockheed e, a sorpresa, dopo 15 votazioni spunta Sandro Pertini. Insediandosi al Quirinale – dove non vorrà abitare – dice: «Non amo il cerimoniale...». All’autista consiglia di togliersi guanti e cappello: «Fa caldo». Il 6 agosto si spegne Paolo VI, venti giorni più tardi un conclave-lampo elegge Albino Luciani. Ai fedeli in piazza San Pietro Giovanni Paolo I si presenta dicendo: «Non ho né la sapienza “cordis” di papa Giovanni né la preparazione di papa Paolo. Spero mi aiuterete con le vostre preghiere». Muore – misteriosamente? – 33 giorni dopo. Il regno del successore Wojtyla durerà 27 anni.
Tra le querelle di stagione, quella sull’Alfetta blindata di cui la famiglia Moro fa dono a Bettino Craxi. Un modo di ringraziarlo per essersi speso a favore della trattativa durante i 55 giorni, ma anche in polemica con Dc e governo che, malgrado le richieste, non avevano concesso l’auto al leader democristiano. Con l’Anonima Sequestri che impazza, il mercato delle blindature è florido assai. A Roma il direttore generale della Permaflex sfugge al rapimento grazie alla macchina supercorazzata: un gruppo di figuri travestiti da operai stradali aveva tentato senza successo di farla cedere a colpi di piccone e badile. Quell’estate anche Mina ha paura: dalla Versilia rispedisce in Svizzera i figli Massimiliano e Benedetta. I concerti sono sorvegliati da guardie giurate, carabinieri all’entrata, agenti in borghese tra il pubblico. Quando le chiedono chi le piaccia tra i politici, Mazzini risponde: «Berlinguer. Cossiga è simpatico. Zaccagnini mi tira moltissimo». Nel ‘78 gli italiani sono 56 milioni: dieci si spostano sulle autostrade per l’esodo agostano mentre al Bussoladomani Mina riprende il suo grande classico Città vuota. Nel cattolico Veneto i nudisti rischiano il pogrom e a Cava dei Tirreni un parroco scomunica Minnie Minoprio perché danza in bikini alla festa patronale pagata dalla Chiesa. In compenso a Milano occhieggiano i primi cinema a luci rosse e la Bassa Padana è scossa da una tournée trionfale di Amanda Lear che mette d’accordo in un’unica fregola agricoltori del latte, freak, punk, gay, fighetti col Maseratino giusto. Renato Zero canta Sesso o esse, Mi vendo, Triangolo, Sgualdrina, però la vera sensazione forte dell’estate porta la firma dell’artista Antonio Paradiso, che apre la Biennale di Venezia con la performance di Pingo, un vero toro da 15 quintali il quale monta in pubblico una vacca meccanica. Sgomenti, gli animalisti sporgono denuncia. Non per maltrattamenti alla bestia: per oscenità.
Sarà un caso ma qualche giorno dopo, a Bologna, una fantomatica “Brigata ecologica Robin Hood” si introduce nello zoo di Villa Ghigi e rimette in libertà rari fagiani, pernici, diverse cavie e un gufo. In cronaca, degna di Lina Wertmüller è la storia dell’uxoricida che in carcere da mesi riceve la visita della moglie. Creduta morta per errore, la donna si fa ammettere nel penitenziario urlando: «Mio marito non è un assassino e io lo amooo!». Sbalorditivo anche quanto accade all’alba del 14 settembre con massicci avvistamenti di Ufo dalla Liguria alla Sicilia, da Roma alla Sardegna. Da testimoni che i giornali definiscono “qualificati” (poliziotti, carabinieri, due pompieri) gli oggetti volanti vengono descritti con gran messe di dettagli: «a forma di mezzaluna», «a imbuto rovesciato», «a coda di rondine». Sono gli anni nei quali sbancano i saggi di Peter Kolosimo.
Da lettrice, Mina dice di essersi innamorata di Joseph Roth, autore in grande rispolvero. Ma i libri dell’estate sono La vita interiore di Moravia, la traduzione tardiva del Delta di Venere di Anaïs Nin, Il fattore umano, capolavoro senile di Graham Greene. Lo Strega lo vince Un altare per la madre di Fernando Camon. Lo scudetto invece l’ha vinto la solita Juventus. Il giorno in cui Mina torna sul palco gli Azzurri di Bearzot perdono 2 a 1 la finalina del Mundial contro il Brasile. Ma quella squadra è l’incunabolo della Nazionale che quattro anni dopo alzerà la coppa in Spagna.
La stagione di Panatta non è memorabile. Non tanto per la finale degli Internazionali persa contro Borg ma combattuta, quanto per lo smacco incassato in Davis dal carneade ungherese Peter Szoke, un impiegato aeroportuale che col premio partita si pagherà l’ultima rata della casa. «Dopo la cocente sconfitta» titola Repubblica, «il tennista romano è fuggito sul jet di Gaetano Caltagirone». Ma tempo poche settimane eccolo in platea davanti a Mina: «Fu uno show infinitamente più emozionante di quelli che avevo visto a Las Vegas» dice adesso. «Gli americani sono sempre un po’ plastificati. Lei invece era vera. Di quella sera ricordo il suo respiro. Mi colpì come quello dei pugili quando assisti a un incontro sotto al ring». Quell’estate Clay si riprese il titolo dei massimi battendo Spinks. Era ancora il più grande. «Come Mina» sorride Pino Presti. «Ma lei non lo ha mai saputo fino in fondo quanto era brava». Figuriamoci che botto se l’avesse saputo.
Sul Venerdì del 17 agosto 2018
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Ma Mina è in apprensione anche perché non affronta un live da sei anni. A convincerla a tornare è stato l’amico Bernardini: in programma quindici concerti spalmati su tutta l’estate, da fine giugno a metà settembre. In primavera, appena diffusa la notizia della rentrée, la prevendita ha svalvolato: sono piovuti vaglia telegrafici, assegni in bianco, prenotazioni da Egitto, Jugoslavia, Francia... Un biglietto in prima fila costa 15 mila lire, in seconda 12.500, in gradinata settemila. Il cachet di Mina è di 20 milioni a serata, tanti, ma bisogna pagarci tutto l’ambaradan: musicisti, tecnici, addetti stampa, hotel, viaggi... Tra uno spettacolo e l’altro, se le date non sono troppo ravvicinate, lei se ne torna con l’autista nella “sua” Lugano.
La band è una formazione di 14 elementi, «molto pop-rock, senza fiati... Non volevamo rifare l’orchestra in smoking del ‘72: in scena portavamo vestiti “casual”, anche se griffati...» ricorda oggi Pino Presti, che dirigeva quell’ensemble e di Mina è stato storico arrangiatore e bassista. In scaletta una ventina di pezzi: cavalli di battaglia, ma anche cose “minori”, e poi Lacreme Napulitane o El porompompero, più cover di Battisti, Cocciante e audaci incursioni nella pop-dance... «Evitammo in blocco il repertorio degli anni Sessanta, che oggi rivanno di moda, ma allora erano considerati vecchiume» spiega Presti. D’altronde Anna Maria “Mina” Mazzini è sempre stata allergica alla nostalgia: «È una malattia che non conosco» disse, «detesto le canzoni nostalgiche. E i revivals sono remortuals». Perciò largo a Bee Gees e The Queen, Stayin’ Alive e We Are the Champions.
Lo show comincia intorno alle 22.30. Lo introducono le spiritosaggini di comici in ascesa (Beppe Grillo, La Smorfia, I Gatti di Vicolo Miracoli) o consumati entertainer (Walter Chiari, Paolo Panelli, Gino Bramieri). Quindi all’improvviso piomba giù il buio e su una versione registrata di Stasera io qui entra in scena lei. Disegnato da Pia Rame, il vestito di Mina rimarrà lo stesso per tutti gli spettacoli: di jersey nero con balze e spalline. Sopra, uno scialle scuro, a fiori, che alla quarta canzone scivola via lasciandole nude le spalle. Spalle bianche. Perché – come noterà Natalia Aspesi – la Mina che riappare sul palco infrange due dogmi della scicchissima platea versiliese, nonché dell’ormai ultraconformista estate italiana: l’abbronzatura e la magrezza. Sotto la cascata di capelli fulvi Mina è nivea e rotonda. Bellissima. Macché, troppo grassa, sentenziano i giornali, che discettando sulle sue cicce raggiungono toni persecutori: «Straripante», «opulenta, riccamente carnale», «guance gonfie, collo tozzo», «i fianchi di una Giunone tardo Impero»... È arrivata o no a novanta chili? «In verità la bilancia dice settantacinque, è il tipo di abito che indosso in scena a rendermi d’aspetto più matronale» spiega lei. Per poi chiosare: «Comunque a me non me ne importa niente».«Mi abbandono solo a diete ingrassanti» ironizza. Brava. Alla faccia di quei parvenu. Fino all’altroieri eravamo un Paese di affamati, adesso vigiliamo su linea e girovita con rigorismo quacchero. Finito lo spettacolo Mina se ne va con gli amici al ristorante Lo Squalo. Stravede per i totanini fritti e la zuppa di moscardini. Evita solo i dolci. Con la combriccola passano le notti a giocare a carte – scopone, poker – a bighellonare fino all’alba delle brioche appena sfornate. Poi a nanna. Tutto qua. Però sui rotocalchi ci si avvita in lancinanti interrogativi: ma benedetta ragazza, perché mai non si abbronza come tutti? Vagli a spiegare che a lei le spiagge piacciono solo d’inverno. È vero che ogni sera sale sul palco senza reggiseno? Francamente, chi se ne frega.
È un sold out dopo l’altro, il parterre tutto un brulicare di vip, e di quelli che la stampa chiama ancora “ragazzi allegri”. Benché la formula sia oggi diventata impronunciabile causa abuso, Mina è già “un’icona gay”. Rappresenta «la donna controcorrente che ha infranto i tabù e ha inseguito l’amore senza preoccuparsi di tradizioni e convenzioni» commenta Nantas Salvalaggio. «Vive come le pare. E non gliene frega niente se l’oggetto della sua passione è dentro o fuori i parametri della morale sessuale». Nei “favolosi” Sessanta non è forse stata bandita dalla Rai per aver fatto un figlio con un uomo sposato (separato), Corrado Pani? Da allora però i costumi si sono parecchio sbottonati. Da Renato Zero ad Amanda Lear alle Sorelle Bandiera “l’ambiguità” va forte, si vende alla grande. Senza tema di censure Mina può cantare brani hot come L’importante è finire o Ancora ancora ancora: i testi che Cristiano Malgioglio scrive per lei sdraiato su un grande letto a forma di cuore.
Il ritorno di Lady Mazzini è vissuto come un appuntamento epocale: «Non potevo non essere lì... C’ero davvero, come i soldati che parteciparono alla battaglia di Hazincourt con Enrico V, quelli che poi, per il resto dei loro giorni, avrebbero potuto dire che loro erano lì e pretendere l’invidia di tutti quelli che invece non c’erano» avrebbe scritto Rina Gagliardi, “mazziniana” ultrà. Il pubblico strepita, scalpita, batte i piedi sull’impiantito di legno, s’infervora a livelli da messa vudù: «Un crescendo di isterismo e di fanatismo da neurodeliri»; «È tifo calcistico, da corrida: una follia collettiva che diventa più spettacolo dello spettacolo vero» riferiscono le cronache. La vecchia Bussola di Focette era ancora un night rassicurante, invece con i suoi seimila posti il tendone di Bussoladomani prelude già agli stadi dei maxi-concerti. Dimensioni extralarge che non fanno per Mina. «La prima sera era terrorizzata» racconta Presti. «Mi disse: “Pino, me la faccio sotto”. La spinsi in scena: “Dai, che li sbraniamo”».
Via via il trac, l’ansia da palcoscenico, si smorza, ma a un cronista allibito Mina ribadisce: «Io non sono nata per cantare. Non ci crede nessuno quando lo dico, ma se c’è una cosa che non mi va di fare è cantare. In pubblico, voglio dire. Non sono mai stata emozionata dall’applauso. Sono timida». E allora perché ha fatto la cantante? – chiede l’intervistatore. «Perché a vent’anni ero un’altra donna. Oggi non ricomincerei. Magari sceglierei sempre un’attività artistica, ma nella quale non ci si debba esibire». Ogni sera deve lottare con «un trauma sempre più grande e insuperabile».
E così, di trauma in trauma, arriviamo a quel fatidico 23 agosto. Come sempre senza concedere bis («Una volta lasciato il palcoscenico perdo la concentrazione, non ce la farei più a tornarci»), Mina chiude il concerto con Grande grande grande ed esce di scena. Nessuno lo sa ancora, ma non metterà più piede su un palco. «Il ritiro era nell’aria, però non ci saremmo mai immaginati che sarebbe avvenuto in quel modo» mi dice Adriano Panatta, che quella sera si trovava in platea. Le quattro esibizioni previste per settembre vengono cancellate. Motivi di salute. Polmonite, anzi, broncopolmonite, anzi pleurite. Colpa dell’aria condizionata. Malattia diplomatica? Pare di no, ma da quel momento Mina comincia a sparire progressivamente dai radar. Si rintana a Lugano. «Voleva riprendersi la sua libertà, la sua vita privata, lasciarsi andare... Anche fisicamente» dice Natalia Aspesi. D’ora in poi Mina comunicherà con il pubblico solo attraverso i suoi dischi.
«Ancora oggi di sé non ha voglia di parlare» dice il figlio Massimiliano Pani giurando che quella di 40 anni fa «fu una decisione presa sul momento». Ma quanto influì sulla scelta il fatto che la musica stesse diventando un’industria monstre? «Beh certo, si andava verso l’epoca dei megaconcerti, dei videoclip... In tv c’erano meno live e non dimentichiamoci che di lì a poco a Sanremo sarebbe sbarcato il playback». Nel ‘78 lui aveva quindici anni: «In Versilia andavo al mare in bicicletta... C’erano i Mondiali d’Argentina...». Una stagione felice. Eppure era l’Italia livida dell’immediato dopo-Moro, l’estate della caccia ai suoi assassini. Le indagini faticano. La svolta a ottobre, con l’irruzione nel covo Br di via Monte Nevoso a Milano. Il 21 giugno le Brigate Rosse uccidono a Genova il commissario Antonio Esposito. Ma è la fase del “terrorismo diffuso”: nei primi giorni di luglio gli attentati sono più di trenta, vengono attaccati commissariati, università, anche l’ordine dei medici e il catasto. Tra le micro-sigle di chi rivendica ce n’è una che suona: “Gruppo comunista per la resa dei conti”. A Torino militanti di Prima Linea entrano negli uffici della Regione e in un raptus neo-luddista danno fuoco a tutti i computer. L’11 agosto l’antiterrorismo passa nelle mani del “superpoliziotto” Carlo Alberto Dalla Chiesa. A metà settembre viene arrestato il br Corrado Alunni, reduce da un periodo di relax a Tropea. A giugno, mentre Mina torna alla ribalta, Renato Curcio viene condannato a 15 anni dopo 106 giorni di processo. Ad agosto si stila poi il bollettino di guerra dei morti per eroina: oltre 50 dall’inizio dell’anno.
In pochi mesi si avvicendano due presidenti della Repubblica e tre Papi. Salta Giovanni Leone travolto – ingiustamente – dallo scandalo Lockheed e, a sorpresa, dopo 15 votazioni spunta Sandro Pertini. Insediandosi al Quirinale – dove non vorrà abitare – dice: «Non amo il cerimoniale...». All’autista consiglia di togliersi guanti e cappello: «Fa caldo». Il 6 agosto si spegne Paolo VI, venti giorni più tardi un conclave-lampo elegge Albino Luciani. Ai fedeli in piazza San Pietro Giovanni Paolo I si presenta dicendo: «Non ho né la sapienza “cordis” di papa Giovanni né la preparazione di papa Paolo. Spero mi aiuterete con le vostre preghiere». Muore – misteriosamente? – 33 giorni dopo. Il regno del successore Wojtyla durerà 27 anni.
Tra le querelle di stagione, quella sull’Alfetta blindata di cui la famiglia Moro fa dono a Bettino Craxi. Un modo di ringraziarlo per essersi speso a favore della trattativa durante i 55 giorni, ma anche in polemica con Dc e governo che, malgrado le richieste, non avevano concesso l’auto al leader democristiano. Con l’Anonima Sequestri che impazza, il mercato delle blindature è florido assai. A Roma il direttore generale della Permaflex sfugge al rapimento grazie alla macchina supercorazzata: un gruppo di figuri travestiti da operai stradali aveva tentato senza successo di farla cedere a colpi di piccone e badile. Quell’estate anche Mina ha paura: dalla Versilia rispedisce in Svizzera i figli Massimiliano e Benedetta. I concerti sono sorvegliati da guardie giurate, carabinieri all’entrata, agenti in borghese tra il pubblico. Quando le chiedono chi le piaccia tra i politici, Mazzini risponde: «Berlinguer. Cossiga è simpatico. Zaccagnini mi tira moltissimo». Nel ‘78 gli italiani sono 56 milioni: dieci si spostano sulle autostrade per l’esodo agostano mentre al Bussoladomani Mina riprende il suo grande classico Città vuota. Nel cattolico Veneto i nudisti rischiano il pogrom e a Cava dei Tirreni un parroco scomunica Minnie Minoprio perché danza in bikini alla festa patronale pagata dalla Chiesa. In compenso a Milano occhieggiano i primi cinema a luci rosse e la Bassa Padana è scossa da una tournée trionfale di Amanda Lear che mette d’accordo in un’unica fregola agricoltori del latte, freak, punk, gay, fighetti col Maseratino giusto. Renato Zero canta Sesso o esse, Mi vendo, Triangolo, Sgualdrina, però la vera sensazione forte dell’estate porta la firma dell’artista Antonio Paradiso, che apre la Biennale di Venezia con la performance di Pingo, un vero toro da 15 quintali il quale monta in pubblico una vacca meccanica. Sgomenti, gli animalisti sporgono denuncia. Non per maltrattamenti alla bestia: per oscenità.
Sarà un caso ma qualche giorno dopo, a Bologna, una fantomatica “Brigata ecologica Robin Hood” si introduce nello zoo di Villa Ghigi e rimette in libertà rari fagiani, pernici, diverse cavie e un gufo. In cronaca, degna di Lina Wertmüller è la storia dell’uxoricida che in carcere da mesi riceve la visita della moglie. Creduta morta per errore, la donna si fa ammettere nel penitenziario urlando: «Mio marito non è un assassino e io lo amooo!». Sbalorditivo anche quanto accade all’alba del 14 settembre con massicci avvistamenti di Ufo dalla Liguria alla Sicilia, da Roma alla Sardegna. Da testimoni che i giornali definiscono “qualificati” (poliziotti, carabinieri, due pompieri) gli oggetti volanti vengono descritti con gran messe di dettagli: «a forma di mezzaluna», «a imbuto rovesciato», «a coda di rondine». Sono gli anni nei quali sbancano i saggi di Peter Kolosimo.
Da lettrice, Mina dice di essersi innamorata di Joseph Roth, autore in grande rispolvero. Ma i libri dell’estate sono La vita interiore di Moravia, la traduzione tardiva del Delta di Venere di Anaïs Nin, Il fattore umano, capolavoro senile di Graham Greene. Lo Strega lo vince Un altare per la madre di Fernando Camon. Lo scudetto invece l’ha vinto la solita Juventus. Il giorno in cui Mina torna sul palco gli Azzurri di Bearzot perdono 2 a 1 la finalina del Mundial contro il Brasile. Ma quella squadra è l’incunabolo della Nazionale che quattro anni dopo alzerà la coppa in Spagna.
La stagione di Panatta non è memorabile. Non tanto per la finale degli Internazionali persa contro Borg ma combattuta, quanto per lo smacco incassato in Davis dal carneade ungherese Peter Szoke, un impiegato aeroportuale che col premio partita si pagherà l’ultima rata della casa. «Dopo la cocente sconfitta» titola Repubblica, «il tennista romano è fuggito sul jet di Gaetano Caltagirone». Ma tempo poche settimane eccolo in platea davanti a Mina: «Fu uno show infinitamente più emozionante di quelli che avevo visto a Las Vegas» dice adesso. «Gli americani sono sempre un po’ plastificati. Lei invece era vera. Di quella sera ricordo il suo respiro. Mi colpì come quello dei pugili quando assisti a un incontro sotto al ring». Quell’estate Clay si riprese il titolo dei massimi battendo Spinks. Era ancora il più grande. «Come Mina» sorride Pino Presti. «Ma lei non lo ha mai saputo fino in fondo quanto era brava». Figuriamoci che botto se l’avesse saputo.
Sul Venerdì del 17 agosto 2018