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Gio Ponti (1891-1979) con la moglie Giulia Vimercati e due dei loro quattro figli nella casa milanese di via Dezza. L'architetto disegnò il suo appartamento in ogni dettaglio (Gio Ponti Archives) 

Gio Ponti, l’uomo che segnò (e disegnò) il made in Italy

Non solo Pirellone. Una mostra a Parigi, con oltre 500 pezzi, ricostruisce il mondo dell'architetto milanese. Le sue ossessioni? Ce le racconta il nipote Salvatore Licitra
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"Era un anno che volevo far esplodere questo grattacielo" dice Libero Bianchi/Ugo Tognazzi. "Magari lo avesse fatto" gli risponde il Presidente della Cis. "È assicurato per il doppio del suo valore". Il grattacielo, anzi il "torracchione" come lo chiama Luciano Bianciardi in La vita agra - da cui è tratto lo scambio di battute del film di Carlo Lizzani - è il Pirellone progettato da Gio Ponti, simbolo indiscusso del capitalismo milanese del  boom, efficiente, colto e anche un po' superbo. "È stato il primo grattacielo italiano e tra i primi in Europa" dice Salvatore Licitra, presidente di Ponti Archives e nipote dell'architetto. "Ma all'interno contiene un segreto: la struttura di cemento armato si assottiglia di piano in piano. All'esterno tutto ciò non si vede, ma è come una gigantesca scultura. Con l'ingegner Nervi studiarono per mesi come sottrarre pesi, elimin…
"Era un anno che volevo far esplodere questo grattacielo" dice Libero Bianchi/Ugo Tognazzi. "Magari lo avesse fatto" gli risponde il Presidente della Cis. "È assicurato per il doppio del suo valore". Il grattacielo, anzi il "torracchione" come lo chiama Luciano Bianciardi in La vita agra - da cui è tratto lo scambio di battute del film di Carlo Lizzani - è il Pirellone progettato da Gio Ponti, simbolo indiscusso del capitalismo milanese del  boom, efficiente, colto e anche un po' superbo. "È stato il primo grattacielo italiano e tra i primi in Europa" dice Salvatore Licitra, presidente di Ponti Archives e nipote dell'architetto. "Ma all'interno contiene un segreto: la struttura di cemento armato si assottiglia di piano in piano. All'esterno tutto ciò non si vede, ma è come una gigantesca scultura. Con l'ingegner Nervi studiarono per mesi come sottrarre pesi, eliminando tutto ciò che era inutile e questo fece aumentare i costi. I Pirelli gli dissero: "Architetto, se dobbiamo pagare per un progetto speciale, paghiamo"". Efficienza, cultura, superbia, appunto.

Tutto Ponti è il titolo della grande mostra che il Musée des Arts Décoratifs di Parigi dedica dal 19 ottobre al 10 febbraio  all'architetto milanese, con un'esposizione di 500 pezzi che vanno dall'architettura al design, dalla pittura ai libri, dalle riviste ai biglietti disegnati regalati ad ospiti e amici. Fortemente voluta da Sophie Bouilhet-Dumas (discendente di quel Tony Bouilhet che commissionò al giovanissimo Ponti una villa di campagna a Garches, in Francia, nel 1925 quando l'architetto aveva progettato solamente la casa milanese di via Randaccio) la mostra ricostruisce anche alcuni ambienti - una stanza dell'Hotel Parco dei Principi di Sorrento, un uffico della Montecatini di Milano, un angolo della casa dell'architetto a via Dezza - per far immergere il visitatore in un'esperienza totale. Nei suoi progetti più significativi Ponti disegnava tutto, dalle piastrelle ai mobili, dalle stoviglie alle lampade, dai tessuti alle maniglie, dagli infissi alla disposizione delle opere d'arte. Ha raccontato la figlia Lisa che i pochi motivi di lite tra il padre e la mamma, Giulia Vimercati, riguardavano l'eccessiva dedizione al lavoro dell'architetto, che continuava a disegnare e scrivere anche nei pochi momenti liberi, e su come veniva disposto anche un solo vaso di fiori dentro la loro casa. Ponti controllava ogni dettaglio, ogni sfumatura, ogni forma.

Per l'albergo di Sorrento, per esempio, decise che l'arredamento (comprese le straordinarie pareti di ciottoli di ceramica o le mattonelle disegnate per avere cento combinazioni diverse, una per ogni stanza) doveva essere esclusivamente in bianco e blu e per non interrompere la continuità cromatica insegnò agli chef a cucinare spaghetti e polli con il blu di metilene.

Ma come è riuscito a fare così tanti progetti e a seguire l'attività editoriale di riviste come Domus o Stile in una vita sola? "Dormiva pochissimo" spiega Licitra, che è anche uno dei curatori della mostra parigina. "Le lettere disegnate, per esempio, erano una delle cose che faceva di notte. Ma disegnava sempre, in aereo, durante i pasti o le riunioni. In archivio conserviamo 130 mila lettere che raccontano i suoi contatti con il mondo intero. Scambiava corrispondenza con alti prelati, committenti, artisti, architetti, industriali... Un'altra sua grande capacità era quella di ben organizzare il materiale. Di ogni opera, fin dagli anni Venti, conservava in tre o quattro copie progetti e fotografie da spedire in qualunque momento. Era il suo modo di pubblicizzare il suo lavoro. La prima cosa che fece quando nel 1923 lo chiamarono alla Richard-Ginori come art director per risollevare le sorti dell'azienda, fu chiedere di fotografare tutti i pezzi del catalogo".

Proprio quella fase dell'attività di Ponti sarà uno dei punti di forza della mostra parigina. Le ceramiche degli anni Venti, con le loro decorazioni neoclassiche e "architettoniche", sono molto pubblicate ma poco viste, mentre al Musée des Arts Décoratifs sarà presentata un'ampia selezione di pezzi che, oltre a fare la fortuna della Richard-Ginori, cambiarono il corso della produzione italiana di ceramiche.

Ma il merito maggiore dell'esposizionea è quello di riportare Ponti al centro del dibattito architettonico europeo. "In conferenza stampa" dice Licitra "scherzando ho detto che ora tocca agli italiani organizzare una mostra così". Già perché a Ponti, nonostante abbia progettato edifici e oggetti diventati iconici (la sedia Superleggera, per dirne uno) non si è mai riconosciuta la paternità di rinnovatore dell'architettura e di creatore, di fatto, del design italiano quando ancora la parola non veniva usata. "Colpa" forse della non appartenenza ai gruppi radicali e della sua instancabile mediazione tra le avanguardie europee e una via nazionale, classica, all'architettura. La figlia Lisa ha ricordato in più occasioni che ai suoi quattro figli, per gioco, poneva la domanda: "Chi sono i maestri di papà?" E i bambini, in coro, dovevano rispondere: "Serlio, Vitruvio e Palladio". Ponti aspirava, per dirla con un suo scritto, a dare un'identità alla "casa italiana" e a costruire un profilo moderno, ma non rivoluzionario, alla nuova borghesia. Con lo stesso intento, nel gennaio 1928, nacque Domus. Sotto l'egida del conservatore Ugo Ojetti e del clericalissimo padre Semeria, la rivista oltre a ospitare il dibattito architettonico pubblicava articoli su come ricevere gli ospiti, come scegliere le tovaglie giuste o le piante da appartemento.

Eppure Ponti è stato molto altro. E con l'istituzione nel 1954 del Premio Compasso d'oro ha dato al design italiano un'enorme visibilità internazionale, elevando a sistema quelle relazioni tra creatività e industria che oggi chiamiamo made in Italy. "Disegnava ogni cosa, anche solo per il gusto di farlo" dice Licitra. "Mi ha raccontato Cesare Casati che quando andavano insieme a Parigi con il treno notturno facevano a gara a chi riprogettava meglio lo scompartimento delle cuccette. E vinceva sempre Ponti. Quando è morto, nel 1979, io ero ancora un ragazzo. Ma di lui ho un ricordo di un uomo che, seppur famosissimo, era aperto e cordiale. Una persona normale".

Che però qualche rimpianto lo aveva. Alla figlia Lisa consegnò il suo testamento artistico: "So benissimo di essere famoso per la Superleggera e la Torre Pirelli, ma erano lavori degli anni Cinquanta. Io ho continuato a lavorare e i miei culmini sono la Cattedrale di Taranto e la poltroncina Gabriela, la cosiddetta "sedia di poco sedile"". Il suo desiderio oggi è stato realizzato: dopo trent'anni la poltrona è stata rimessa in produzione da Molteni e la chiesa pugliese Gran Madre di Dio, dopo anni di degrado, è stata finalmente restaurata. E da poche settimane ha ritrovato il suo candido splendore.

Sul Venerdì del 31 agosto 2018