✕
Il palco del presidente López Obrador la notte della vittoria (Getty Images) 

Messico, Cielito Lindo ma non troppo

Il nuovo presidente Obrador saprà davvero cambiare il volto di uno dei Paesi più violenti e corrotti del mondo? Il racconto di una notte magica. Più qualche dato illuminante... 
8 minuti di lettura
CITTA' DEL MESSICO. Primo luglio, manca poco alla mezzanotte, centinaia di migliaia di messicani invadono le strade del centro storico di Città del Messico per ritrovarsi come calamitati nella imponente piazza di el Zócalo, cuore politico, sociale e culturale del Paese. Donne, uomini, bambini, anziani, ma soprattutto giovani, di ogni fascia sociale, si mischiano nell'allegro baccano di una festa popolare di massa. Al grido di Sí, ¡se pudo!, ("Sí, ci siamo riusciti", versione spagnola e "realizzata" del Yes, we can obamiano, ndt), fanno tremare le mura dei palazzi dei viceré costruiti nei 289 anni di schiavitù della colonia spagnola.

Quel giorno 56,6 milioni di messicani erano andati alle urne per eleggere il nuovo Presidente, che rimarrà in carica sei anni. L'ondata di terrore vissuta durante la campagna elettorale - la più sanguinosa degli ultimi tempi: 132 politici e candidati assassinati …
CITTA' DEL MESSICO. Primo luglio, manca poco alla mezzanotte, centinaia di migliaia di messicani invadono le strade del centro storico di Città del Messico per ritrovarsi come calamitati nella imponente piazza di el Zócalo, cuore politico, sociale e culturale del Paese. Donne, uomini, bambini, anziani, ma soprattutto giovani, di ogni fascia sociale, si mischiano nell'allegro baccano di una festa popolare di massa. Al grido di Sí, ¡se pudo!, ("Sí, ci siamo riusciti", versione spagnola e "realizzata" del Yes, we can obamiano, ndt), fanno tremare le mura dei palazzi dei viceré costruiti nei 289 anni di schiavitù della colonia spagnola.

Quel giorno 56,6 milioni di messicani erano andati alle urne per eleggere il nuovo Presidente, che rimarrà in carica sei anni. L'ondata di terrore vissuta durante la campagna elettorale - la più sanguinosa degli ultimi tempi: 132 politici e candidati assassinati - non ha scoraggiato il voto, e l'affluenza ai seggi è stata la più alta della storia. Voto di protesta e di condanna di massa contro i due partiti che hanno governato il Messico negli ultimi ottantotto anni.

La violenza dei cartelli della droga e del governo contro la libertà di stampa (sono stati più di 120 i giornalisti assassinati negli ultimi 12 anni) mi ha costretto a lasciare il Messico per continuare il mio lavoro di inchiesta. Però niente e nessuno poteva impedirmi di vivere, qui, questo momento. "Obrador!, Obrador!, Obrador!" gridano in coro i manifestanti. Andrés Manuel López Obrador, politico di sinistra, El Peje, così lo chiama la gente, era alla sua terza corsa per la presidenza del Messico. Nelle due occasioni precedenti - 2006 e 2012 - i brogli elettorali infersero al Paese una ferita profonda, ma questa volta il candidato del Movimento di Rigenerazione Nazionale (MoReNa) ha vinto con il 53,19 per cento dei voti e un distacco di 30 punti dal rivale più diretto.

La folla accalcata nella piazza somiglia a una grande famiglia. Balli, salti, risate, lacrime di commozione. Molti sventolano la bandiera messicana, i più entusiasti indossano magliette con la foto del Peje. "Abbiamo vinto! Abbiamo vinto! Abbiamo vinto!" urlano.

Per 70 anni - dal 1930 al 2000 - il Pri (Partito rivoluzionario istituzionale) ha governato il Messico facendo della corruzione, della disuguaglianza e dell'ingiustizia la norma del suo regime politico. Lo scrittore Mario Vargas Llosa ha definito questo sistema "la dittatura perfetta". Nel 2000 per la prima volta i messicani scelsero l'alternanza ed elessero presidente un candidato di destra, Vicente Fox, che rimase in carica fino al 2006. Il cambiamento promesso non avvenne e Fox e la sua famiglia conclusero il mandato sotto inchiesta, sospettati di clientelismo e di esssersi arricchiti in modo non documentabile. La fine di quella presidenza coincise anche con un'ondata di violenti tumulti, causati dal potere e dall'impunità che i carteles della droga avevano acquisito.

Nel 2006 fu eletto un altro rappresentante della destra, Felipe Calderón, che iniziò una teorica "lotta al narcotraffico" servendosi di alcune istituzioni al cui interno erano penetrati gli stessi carteles, una scelta che aumentò la violenza e causò la morte di migliaia di civili innocenti. In buona sostanza i governi di destra hanno scatenato un'enorme ondata di violenza e incrementato tutti i problemi lasciati in eredità dal Pri. Che, nel 2012, tornò al potere con Enrique Peña Nieto. Durante il mandato dell'attuale presidente in carica (Obrador lo sostituirà dal primo dicembre) sono scomparsi 43 studenti di Ayotzinapa e le indagini sono state depistate da false testimonianze, estorte con la tortura, per proteggere i funzionari statali del governo coinvolti nel delitto. Un modo di procedere adottato in altri quattro massacri di civili avvenuti la presidenza di Peña Nieto, che ha anche privatizzato l'industria petrolifera, perso il controllo del territorio trasferendolo nelle mani della criminalità organizzata e concesso un potere inaudito all'esercito.

LACRIME SOTTO LE STELLE 
Ma ora, sotto il cielo stellato di luglio, la marcia popolare arriva a el Zócalo e la gente inizia a cantare Cielito lindo, proprio qui, sotto il palco da cui, tra pochi minuti, López Obrador terrà il suo primo discorso da presidente eletto. Ay, ay, ay, ay!, canta y no llores, porque cantando se alegran Cielito Lindo, los corazones... ("Canta e non piangere, perché cantare rallegra i cuori"). Nell'aria il senso di speranza è palpabile dopo 18 anni d'inferno, 18 anni durante i quali 288 mila messicani sono stati ammazzati dai carteles e dal governo. Trattenere le lacrime è impossibile. Il cuore batte all'impazzata e, nonostante le facce sorridenti, ognuno di noi ricorda le persone care ormai perdute nel corso di questi lunghi anni di morte e ingiustizia. Centocinquantuno milioni di messicani adulti sono stati vittime di reato tra il 2010 e il 2016, ma il 94 per cento di loro non ha mai presentato denuncia per mancanza di fiducia nel governo e nel sistema giudiziario.

Io in questa piazza penso a mio padre, sequestrato e assassinato nel dicembre del 2000 - no, i colpevoli non sono mai stati arrestati.
A mezzanotte meno dieci compare López Obrador e dalla piazza stracolma si leva un coro unanime: "Presidente! Presidente! Presidente!". Prima di rivolgersi al popolo ha tenuto un discorso alla comunità internazionale e abbozzato le linee guida del suo governo, che si insedierà tra quattro mesi: "La trasformazione che attueremo sarà volta soprattutto a spazzar via la corruzione dal Paese. In nessun caso il prossimo presidente della Repubblica tollererà la corruzione, né l'impunità. Uomo avvisato, mezzo salvato: la legge punirà senza fare distinzioni. Le risorse economiche recuperate grazie alla lotta contro la corruzione e l'abolizione dei privilegi saranno destinate allo sviluppo del Paese. Lo Stato non sarà più un comitato al servizio di una minoranza, e rappresenterà tutti i messicani, ricchi o poveri che siano. Cambieremo la strategia finora adottata nella lotta per la sicurezza e contro la violenza, perché non ha funzionato. Sono convinto che il modo più efficace e più umano di affrontare questi mali ci obblighi a combattere in primo luogo le disuguaglianze e la povertà".

Ora, nella piazza del Zócalo, López Obrador, visibilmente emozionato, aggiunge: "Manterrò ogni promessa, io non vi deluderò! Sono profondamente consapevole della mia responsabilità storica. Abbiamo vinto, e adesso trasformeremo il Messico!". Una marea umana lo ascolta con la massima attenzione, come se stesse per ricevere le nuove tavole dei Dieci comandamenti. "Non ho altro da dirvi, eccetto che vorrei abbracciarvi con forza. E dirvi che l'amore è sempre ripagato da altro amore, che vi voglio bene quanto voi ne volete a me, anzi, un pizzico di più, e che no, non vi deluderò. Applicherò tre principi basilari: non mentire, non rubare, non tradire il popolo!".

CINQUE MOSSE PER FARCELA
Per quanto speranza e buoni propositi contino moltissimo, la realtà è che fino a questo momento lo Stato messicano ha completamente fallito nella gestione dei tre punti che caratterizzano la promessa di cambiamento. Quei tre pilastri - pubblica sicurezza, corruzione e impunità - incarnano l'equazione del disastro assoluto. In base alle statistiche ufficiali del governo, tra il 2010 e il 2016 in Messico sono stati denunciati 11,5 milioni di reati. In realtà ne sono stati commessi 200 milioni, e 151 milioni sono state le vittime. La popolazione del Messico è di 120 milioni di persone. La media è di 1,25 reati per abitante.

Nel mio Paese c'è un'evidente sproporzione tra il livello di diffusione della criminalità e il numero di persone che denunciano i reati subìti. Un altro esempio: nel corso del 2016 sono stati denunciati 1.131 sequestri di persona, in realtà ne sono stati commessi almeno 66.842; nel 98 per cento dei casi, quindi, non vi è stata denuncia.

La mancanza di fiducia dei messicani nei confronti dello Stato è motivata. Secondo una ricerca della prestigiosa Universidad de las Américas, nel 2016 le autorità hanno aperto 1,6 milioni di fascicoli d'indagine su altrettanti reati, ma solo il 13 per cento dei casi è arrivato poi nelle mani di un giudice. E solo nel 4 per cento dei casi il colpevole è stato condannato. Lo studio rileva che nelle zone più povere del Paese l'impunità è ancora maggiore e che in 26 dei 32 Stati che compongono il Messico il sistema giudiziario "è al collasso": vuol dire che non c'è personale sufficiente per svolgere le indagini, né ci sono abbastanza giudici a occuparsi dei procedimenti giudiziari.

Delinquenza e impunità sono strettamente legate alla corruzione. Nel 2018 Transparency International ha inserito il Messico nella lista dei 50 Paesi più corrotti del mondo, a pari merito con la Russia. Il Messico viene considerato più corrotto dell'Albania, del Pakistan e dell'Italia, che si trova a metà classifica. Il G20 è più severo ancora nella valutazione, e ritiene che il Messico e la Russia siano i Paesi più corrotti in assoluto. Mentre per l'Ocse (l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico), il Messico è il Paese più corrotto tra i 36 che compongono il suo ranking.

Edgardo Buscaglia, docente alla Columbia University e all'Università di Torino, consulente delle Nazioni Unite e di vari governi in materia di politiche pubbliche contro la criminalità e la corruzione, si mostra molto poco ottimista sul futuro. "López Obrador riceve in eredità la tempesta perfetta, perciò deve tentare di combattere la criminalità organizzata con le metodologie migliori. Per il momento, però, non ho sentito né da lui né da nessun componente del suo staff dire a quali metodi sta pensando. La cosa positiva è che ha tutto il tempo per rimediare e per provvedere".

Secondo il professore le misure da adottare sono cinque. La prima riguarda il sistema politico-elettorale, per evitare che il crimine organizzato influisca sulle elezioni e imponga candidati. "La politica forma parte della criminalità organizzata in tutto il mondo, e il Messico si è rifiutato di imporre trasparenza alle elezioni; è un Paese in cui è molto facile comprare le candidature e inserire mafiosi nelle cariche sottoposte al voto popolare". La seconda misura da prendere sarebbe colpire dal punto di vista penale e finanziario la criminalità organizzata e tutto il suo indotto, avviando indagini non solo sul reato in sé ma anche sui beni (con la privazione del diritto di proprietà) e sul riciclaggio di denaro sporco. La terza mossa dovrebbe essere la riforma del sistema giudiziario e penale: "Le sentenze contro il narcotraffico non possono colpire solo i capi dei carteles della droga, ma vanno applicate a tutta la loro rete criminale, come avviene negli Stati Uniti". Come quarta misura bisogna ambire a organizzare la partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni di governo introducendo sistemi di auditing, mentre i beni confiscati dallo Stato alla criminalità dovrebbero venire assegnati alle Ong e utilizzati a fini sociali e per creare lavoro. Infine, la quinta misura: lotta alla corruzione. "Bisogna rigenerare le istituzioni in profondità; il nuovo Presidente deve fare pulizia nella politica e nel governo come è avvenuto in Colombia, e mandare così un segnale chiaro, per dire che adesso sono lui e la sua amministrazione ad avere il comando, non le reti criminali. López Obrador riceve un Paese ridotto a postribolo della criminalità organizzata, perché parti dell'esercito, della marina e della polizia sono al servizio dei diversi gruppi criminali".

Buscaglia mi spiega che in base ai criteri del Global Financial Integrity Report la criminalità organizzata messicana è la terza più potente del Pianeta, dopo quella russa e quella cinese, "per estensione geografica, espansione delle sue attività criminali e per la capacità di generare denaro sporco.  La società messicana deve organizzarsi al meglio e compattarsi con efficacia per formulare la proposta di riforma di cui il Paese ha bisogno, e per imporla alla classe politica dall'esterno" è la sua conclusione.

CHI INDAGHERA'  SULL'ESERCITO?
Per decenni l'esercito messicano è stato complice di massacri, sequestri di persona e violazioni dei diritti umani, ma finora i responsabili hanno goduto di totale impunità. Con il nuovo governo non sarà più così, mi ha  detto Alejandro Encinas, prossimo sottosegretario per i Diritti umani del governo di López Obrador.

Uno dei crimini più gravi degli ultimi diciotto anni riguarda la scomparsa dei 43 studenti di Ayotzinapa, avvenuta a Iguala, nello Stato di Guerrero, il 26 settembre 2014. I giovani furono presi d'assalto durante un'operazione combinata tra esercito, polizia federale, polizia statale e municipale. Il comando, nella gerarchia dei poteri, spettava all'esercito. Il fatto scatenò proteste in tutto il mondo ma l'esercito è rimasto impunito, nonostante il governo avesse ricevuto fin dal primo momento informazioni chiare sulla sua implicazione nell'attacco - proprio come accadde durante il massacro del 2 ottobre 1968 nella piazza delle Tre Culture nel quartiere di Tlatelolco, qui a Città del Messico, non lontano da questa meravigliosa piazza di luglio: lì, cinquant'anni fa, decine di giovani vennero massacrati dai militari alla vigilia dell'apertura dei Giochi olimpici.

Encinas assicura che la soluzione del caso dei 43 è una priorità del nuovo governo: "Vogliamo garantire così non solo il diritto dei genitori  a sapere la verità, ma anche chiarire che cosa è veramente accaduto e trovare i corpi dei ragazzi scomparsi, quindi accertare le responsabilità e punire i responsabili. È deplorevole e vergognoso per lo Stato e per il Paese sapere che le autorità sono coinvolte in attività delittuose, e che violano i diritti umani dei giovani, degli studenti".

Ma quei 43 ragazzi rappresentano solo la punta dell'iceberg. Sono più di 37 mila le persone scomparse in Messico negli ultimi 12 anni, molte di loro in presenza di autorità statali di diverso livello. "Quello di Iguala è un caso paradigmatico" mi dice Encinas: "Fare progressi nella sua soluzione ci permetterà di stabilire quali siano gli strumenti e i meccanismi istituzionali adatti a far luce su tutti gli altri casi simili avvenuti negli ultimi anni".

Ma come si può risolvere un caso quando le stesse istituzioni che avrebbero dovuto risolverlo ne sono in realtà complici?, gli chiedo.
"Al comando delle istituzioni adesso ci sarà il governo di López Obrador, e tutti dovremo impegnarci ad accertare i fatti e a correggere gli errori. E dovremo anche ammettere, perché è la realtà, che si tratta di una vicenda in cui lo Stato non solo non si è assunto le proprie responsabilità, ma si è reso responsabile della sparizione di quei ragazzi".

Il governo di Peña Nieto impedì che investigatori indipendenti interrogassero i militari presenti al fatto, così come vietò l'ispezione delle installazioni militari quando si cercavano tracce degli studenti. Encinas assicura invece che il nuovo governo svolgerà accurate indagini all'interno dell'esercito. "Tutte le istituzioni devono essere sottoposte a indagine per stabilire le responsabilità, indipendentemente dal loro rango o dalla loro posizione, sia nelle forze armate che tra le forze dell'ordine". Non ci sarà più impunità. Così mi ha risposto.

(Traduzione di Monica Rita Bedana)

Sul Venerdì del 31 agosto 2018