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Il celebre pugno alzato durante l'inno dagli atleti americani Tommie Smith (al centro) e John Carlos (a destra), vincitori dell'oro e del bronzo nei 200 metri ai Giochi del 1968 (Associated Press) 

Così Smith e Carlos alzarono il pugno ai Giochi del Messico

"Ora ai campioni neri basta un tweet per influenzare l'opinione pubblica" dice Harry Edwards, che nel '68 fu lo stratega della protesta di Smith e Carlos. "L'idea dei guanti? Fu loro"
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L'appuntamento è sempre lì, nell'università di San José State dove cinquant'anni fa partì la rivolta: Why run in Mexico only to crawl at home? Perché correre in Messico e strisciare a casa? Il professor Harry Edwards, famoso sociologo, 75 anni, con la sua stazza di oltre due metri, non passa inosservato, anche per la sua voce da predicatore e per il suo total black (tranne la barba bianca).   

Edwards, c'era lei dietro ai pugni neri di Smith e Carlos.
"C'era The Olympic Project for Human Rights, nato nel '67, un progetto contro la segregazione razziale. Io mi ero laureato a San José, dove studiava anche Tommie Smith e dove arrivò anche John Carlos. Mi facevo domande semplici: perché all'interno del comitato olimpico americano non c'era neppure un nero? Eppure Jesse Owens nel '36 aveva vinto quattro ori, eppure eravamo noi neri a portare a casa molte medaglie. Peccato che,…
L'appuntamento è sempre lì, nell'università di San José State dove cinquant'anni fa partì la rivolta: Why run in Mexico only to crawl at home? Perché correre in Messico e strisciare a casa? Il professor Harry Edwards, famoso sociologo, 75 anni, con la sua stazza di oltre due metri, non passa inosservato, anche per la sua voce da predicatore e per il suo total black (tranne la barba bianca).   

Edwards, c'era lei dietro ai pugni neri di Smith e Carlos.
"C'era The Olympic Project for Human Rights, nato nel '67, un progetto contro la segregazione razziale. Io mi ero laureato a San José, dove studiava anche Tommie Smith e dove arrivò anche John Carlos. Mi facevo domande semplici: perché all'interno del comitato olimpico americano non c'era neppure un nero? Eppure Jesse Owens nel '36 aveva vinto quattro ori, eppure eravamo noi neri a portare a casa molte medaglie. Peccato che, scesi dal podio, non contassimo più nulla. Nei 150 più importanti programmi universitari di atletica, gli allenatori afroamericani erano soltanto sette".

E decideste di boicottare i Giochi del Messico.
"Votammo e la proposta non passò. La scelta fu che ai Giochi ognuno avrebbe protestato a modo suo, come riteneva giusto. Lew Alcindor, che si era convertito all'Islam e avrebbe assunto il nome di Kareem Abdul-Jabbar, non andò in Messico a giocare il torneo olimpico di basket perché riteneva Avery Brundage, presidente del Cio, un filonazista. Gli altri si presentarono con guanti, baschi e calzettoni neri, c'è chi salì sul podio scalzo, chi nascose la scritta Usa della maglia, chi fece un balletto. Pensavamo che anche la rivolta degli studenti messicani, repressa nel sangue, fosse la prova che loro stavano con noi".

Come eravate organizzati?
"Poco e male. Senza mezzi. Per le riunioni contavamo sul passaparola, già fare le fotocopie dei volantini era un problema, non parliamo delle comunicazioni al telefono. Chi pagava? Era difficile far passare informazioni, parlare al mondo esterno, non disponevamo di una piattaforma. Gli atleti lavoravano, molti avevano famiglia, nessuno poteva contare sugli sponsor, in più l'Fbi ci spiava, mandava notizie false a chiunque ci volesse aiutare o dare un impiego. Per loro eravamo sovversivi, agenti del Black Power, criminali che volevano sconvolgere l'America. E non ragazzi che chiedevano un altro mondo, più giusto e più libero".

Ha detto ragazzi?
"Sì. E quello fu uno sbaglio. Non pensammo a coinvolgere le studentesse. C'erano anche loro nel nostro movimento ma, dato che le donne nere che ottenevano borse di studio nei college erano poche, pensammo fosse inutile fare propaganda e perdere tempo. Avevamo bisogno di testimonial e loro non lo erano, anche perché spesso non praticavano sport. Il nostro fu un errore. Restammo soli e scollegati. Quando Smith e Carlos alzarono i pugni, io ero a un convegno in Canada. Mi era stato suggerito da avvocati e da amici di non restare a casa".

Cinquanta anni dopo c'è ancora lei dietro la protesta dei campioni neri.
"Colin Kaepernick, il quarterback che ha lanciato la contestazione di inginocchiarsi al momento dell'inno nello stadio, giocava nei San Francisco 49ers, di cui io sono un consulente. Stephen Curry, stella e campione Nba di basket, che ha detto no a Trump è con i Golden State Warriors, squadra di cui sono stato consigliere ai programmi e che ha rifiutato l'invito alla Casa Bianca perché non condivide la sua politica.  Ma la verità è che oggi campioni come Curry e LeBron non hanno bisogno di me, né di essere legittimati".

Perché?
"Sono oltre. Joe Louis, Jesse Owens, Jackie Robinson, e tutti gli atleti neri degli anni Sessanta lottavano per avere rispetto e dignità, un accesso alla società. Oggi la guerra è per il potere. E queste stelle nere dello sport ce l'hanno. A Curry e LeBron basta un tweet per raggiungere milioni di persone, per influenzare, per comunicare direttamente con il loro popolo. In più se vogliono possono andare in tv, far ascoltare la loro voce. Serena Williams, se vuole protestare contro certi tornei razzisti, non deve chiedere il permesso. Noi con internet avremmo vinto. Fu l'isolamento a condannarci".   

Confessi: come le venne l'idea dei guanti neri?
"Quella venne sul momento a Tommie e a John, che volevano assolutamente fare qualcosa. E la moglie di Smith andò a comprarne un paio in un magazzino a Città del Messico, per questo uno indossava il destro e l'altro il sinistro. La tv in diretta, era la prima volta, fece il resto. Nel '66 avevo conseguito un Master in sociologia alla Cornell University, lì avevo studiato le Olimpiadi di Berlino del'36 e mi ero accorto che sul podio della maratona il primo e terzo classificato avevano abbassato la testa al suono dell'inno giapponese. Chi erano? Sohn Kee-chung e Nam Seung-yong, atleti coreani, costretti a cambiare nome e a indossare la maglia del Giappone che aveva invaso il loro Paese. Quello era stato il loro modo di ribellarsi al sopruso. Perché non rifare una cosa del genere? Ma Smith e Carlos, senza dimenticare il solidale australiano Peter Norman, avevano figure così imponenti che quella foto e quel gesto resteranno nella storia per sempre".

Sul Venerdì del 31 agosto 2018