Eddy Ottoz: quelle mie Olimpiadi on the road
Emanuela Audisio , di EMANUELA AUDISIOGli studenti massacrati in piazza, ma anche i gavettoni al Villaggio e gli scherzi a Rita Pavone in visita. Cinquant'anni fa, ai Giochi di Città del Messico, l'atleta italiano vinse una storica medaglia. Ma il suo viaggio era appena cominciato: "E tra benzinai, motel, deserti e tavole calde" racconta oggi, "assomigliava a un libro di Kerouac"
Mischiò tutto: pugni neri e motocicletta, sport e avventura, contestazione e rivoluzione. Cavalcò il '68, scavalcò gli ostacoli (quelli veri), anticipò Easy Rider, e in sella si fece in dieci giorni da Città del Messico a New York. Il suo fu un autunno caldo. Vide il sangue del massacro di piazza delle Tre Culture, respirò la polvere del deserto, parlò con Smith e Carlos di diritti civili, ammirò il nuovo stile di Fosbury nel salto in alto, dormì sotto le stelle, si accampò in un cimitero, apprezzò la sconfinata solitudine da Highway 61, anche se lui era più interessato alla Carrera Panamericana, strada e corsa tipo Mille Miglia, a cui avevano anche partecipato Alberto Ascari su Ferrari e Juan Manuel Fangio su Lancia. Born to be Wild era musica per le sue orecchie e anche le sgasate: Get your motor runnin', head out on the highway.
Eddy Ottoz, 74 anni oggi, 24 allora, unica e ultima medaglia a…
Eddy Ottoz, 74 anni oggi, 24 allora, unica e ultima medaglia a…
Mischiò tutto: pugni neri e motocicletta, sport e avventura, contestazione e rivoluzione. Cavalcò il '68, scavalcò gli ostacoli (quelli veri), anticipò Easy Rider, e in sella si fece in dieci giorni da Città del Messico a New York. Il suo fu un autunno caldo. Vide il sangue del massacro di piazza delle Tre Culture, respirò la polvere del deserto, parlò con Smith e Carlos di diritti civili, ammirò il nuovo stile di Fosbury nel salto in alto, dormì sotto le stelle, si accampò in un cimitero, apprezzò la sconfinata solitudine da Highway 61, anche se lui era più interessato alla Carrera Panamericana, strada e corsa tipo Mille Miglia, a cui avevano anche partecipato Alberto Ascari su Ferrari e Juan Manuel Fangio su Lancia. Born to be Wild era musica per le sue orecchie e anche le sgasate: Get your motor runnin', head out on the highway.
Eddy Ottoz, 74 anni oggi, 24 allora, unica e ultima medaglia azzurra olimpica sui 110 ostacoli, riscrive qui i suoi diari della motocicletta. Le sue Olimpiadi furono un western da su la testa: Guadalupe, Durango, il Rio Grande do Norte, la riva sud e quella nord, i coyote, Pancho Villa e Zapata, El Paso, il Texas del Fiume Rosso, New Orleans, Savannah, i motel on the road, le stazioni di servizio, l'America dei film e finalmente il porto di New York. Figurarsi se oggi chi sale sul podio alle Olimpiadi scende per tornarsene a casa in moto. Ma allora i campioni dello sport avevano voglie. E Eddy ne aveva molte, non a chilometri zero.
"Con noi in squadra c'era Carlo Laverda, che correva nella staffetta, la sua famiglia faceva moto, la Laverda 650 era un modello pesante, bicilindrico, che si ispirava al motore della Honda 305 Dream. In tre: Sergio Ottolina, Ito Giani e io, tutti suoi compagni, chiedemmo uno sconto e andammo a comprarla a Breganze. Mi piaceva l'idea di girare l'America su due ruote con gli amici, ma soprattutto con la mia fidanzata, Liana, ci saremmo sposati in Messico e avremmo fatto il viaggio di nozze su due ruote. Chiedemmo al Coni di trasportarci le moto sull'aereo che portava barche, attrezzi, cucine, cavalli. E due giorni dopo la mia finale, che era il 17 ottobre, partimmo. Ma la compagnia e il tempo nel frattempo si erano ristretti: Ottolina cambiò programma, il mio allenatore e futuro suocero, Sandro Calvesi, preferiva che Liana non dicesse sì in Messico, dove c'era il divorzio, forse per via dello scandalo di alcuni anni prima tra Carlo Ponti e Sophia Loren, quindi le impedì il viaggio, Giani, che era militare, scoprì che il 1° novembre doveva rientrare in caserma, nessun permesso accordato. Quindi su due moto partimmo io e Giani, però prima c'era stata molta turbolenza sociale".
Messico e nuvole. La turbolenza era il mondo che si muoveva, gli studenti che scendevano in piazza, era il maggio francese, la primavera di Praga soffocata ad agosto, la stagione dei diritti umani, ma anche le pallottole che uccidevano il reverendo King e Bob Kennedy. Il Messico fermentava: voleva libertà d'opinione, gli studenti scioperarono, contestavano quei Giochi faraonici, "quando la gente non ha da mangiare", Oriana Fallaci, scesa in strada con la sua penna, li definì "un vestito di lusso per il Terzo mondo". Fu indetta una manifestazione pacifica per il 2 ottobre, l'esercito sparò: dagli elicotteri, con i cecchini, lo squadrone paramilitare Olympia fece il resto con la baionetta. Più di trecento i morti. La Fallaci all'ospedale, mitragliata alla schiena: "Sembrava il Vietnam".
E Ottoz, curioso, che in divisa della nazionale, con macchina fotografica, la sera stessa va in quella piazza, e prima di essere fermato dai granaderos vede i segni: "Le strisce di sangue, le scarpe spaiate, i rivoli scuri, gli indumenti abbandonati nel sottopassaggio, e le lenzuola bianche, striscioni improvvisati, intrise di rosso. Ad avvisarmi era stata la telefonata di un fotografo amico. Ero nella nostra palazzina, gli altri giocavano a tressette, io faccio per uscire, Mario Pescante, vice-capo delegazione mi chiede: dove vai? Per poi aggiungere: vengo anch'io. Quando arriviamo lì, qualche ora dopo la tragedia, ci sono ancora gli elicotteri che ronzano, ci fermano, ci perquisiscono, mi prendono la macchina fotografica, che mi ridaranno, ma senza rullino. Il massacro non toccò il Villaggio, eravamo distanti, spiritualmente chiusi nel nostro egoismo da atleti. E molto annoiati da un mese di acclimatamento all'altitudine. Il rimedio era fare scherzi e gavettoni. Dalla nostra palazzina di sei piani, a più di venti metri d'altezza, lasciavamo cadere, gonfi d'acqua, i sacchetti di plastica nei quali la lavanderia del Villaggio ci restituiva camicie e magliette. Colpivamo tutti, senza guardare al rango: Giulio Onesti, presidente del Coni, l'ambasciatore italiano in Messico, ma qualche inesperto prese la testa di Franco Menichelli, che perse i sensi. Era il grande favorito dell'oro nella ginnastica e temevamo che in caso di sua controprestazione saremmo stati rispediti a casa. Franco, nel primo esercizio a corpo libero lanciò un urlo: si era lacerato il tendine d'Achille. Dispiaciuti, ma salvi. Venne Rita Pavone con il suo manager e fidanzato Ferruccio Ricordi, in arte Teddy Reno, per tenere un concerto e svagare un po' gli atleti. Mentre si avvicinava, le sconsigliai il marciapiede, per evitare un gavettone, meglio passare sotto un albero, lì era appollaiato Ottolina, che con un idrante antincendio le fece un servizio super. Reno minacciò cause milionarie se Rita avesse perso la voce, così la asciugammo con i phon in infermeria. Per riparare, Livio Berruti le insegnò l'arte della partenza, a me toccò farle fare gli ostacoli. Non ebbi nemmeno una lira di diaria, se ne andò tutta in multe".
Ottoz aveva il vizio della fotografia e ogni sera spediva i suoi scatti a un'agenzia a Roma: per un malinteso sembrò che Gianni Del Buono, mezzofondista, fosse in effusioni sentimentali con un'azzurra, la sua fidanzata in Italia si arrabbiò moltissimo, e per vendicare lo sgarbo Gioan Cornacchia, ostacolista, versò nel serbatoio della Laverda più bustine di caffè solubile. Ma questo Eddy non lo sapeva.
"Sapevo però che il mondo degli atleti neri era in fermento, anche perché l'anno prima avevo vissuto due mesi a Ucla a Los Angeles, conoscevo Tommie Smith, alle Universiadi di Tokyo gli avevo prestato l'asciugamano, perché si sfregava gli occhi irritati, e lui fu sconvolto da questa cortesia bianca. Si sussurrava di riunioni dei negroes, parola che ancora si poteva dire, nella palazzina Usa, e forse anche di scazzottate tra dissidenti, ma io e Peppe Gentile, triplista, eravamo incuriositi da uno spilungone bianco di 21 anni che alle due del pomeriggio sotto il sole si allenava da solo davanti all'asticella. Era dileggiato dai tecnici per la sua eresia: saltava all'indietro, come un gambero, e come noi era lì senza il suo coach, così gli tenemmo compagnia. Finì che Dick Fosbury vinse l'oro e rivoluzionò lo stile dell'alto. Vidi in tv i pugni neri sfondare il cielo, non ero allo stadio quando Bob Beamon, prese l'unica pedana di salto in lungo della sua vita e atterrò nell'infinito, a 8 metri e 90, ma mi vergognai, e con me l'ostacolista Willie Davenport, quando un medico, era una donna, ci disse di farla lì, davanti a lei, perché per la prima volta esordiva il controllo anti-doping. La mia testa era al Passo di Cortes, alla sua schiava e ragazza Malinche, al vulcano Popocatépetl, ai treni della rivoluzione di Pancho Villa e Emiliano Zapata che da Ciudad Juárez, nello Stato di Chihuahua, piombavano sulle città costringendo le guarnigioni militari ad arrendersi. Io e Giani partimmo con le nostre tute nere, sembravamo divani in pelle".
"Seicento-settecento chilometri al giorno a una velocità di 120-130. Tagliammo in due un serpentone in mezzo alla strada, attraversammo il deserto, i canyon e il Rio Grande con gli immigrati clandestini che si muovevano di notte, noi però non incontrammo nessuna pattuglia. La prima volta che misi in riserva, il caffè solubile nel serbatoio raggiunse il suo scopo, entrambi i carburatori si intasarono e in pochi secondi la moto si inchiodò. Per fortuna in un paesino, a Orange, Texas, a 30 metri da un meccanico che riparava Honda. Lavorammo tutta la notte, smontammo il motore, lo ripulimmo, e lo rimontammo. Ma con le valvole bruciate, l'accensione ormai era a spinta. Le vallate aride, le piccole fattorie, le strade che sembravano cicatrici nella terra, avevo sotto gli occhi Furore e Pian della Tortilla di Steinbeck. Mi colpì la grandezza di Houston, i grandi poster elettorali con i nomi di Hubert Humphrey e di Richard Nixon, le elezioni erano a novembre, furono fino a New York i nostri soli compagni di viaggio. A New Orleans eravamo così stanchi che ci accampammo con i sacchi a pelo in quello che sembrava un posto tranquillo, in effetti l'indomani ci accorgemmo che era un cimitero. In Alabama, in un clima retrivo da Mississippi Burning, mi affascinò quel panorama da film: tavole calde, barbiere con poltrona in pelle rossa, benzinai, motel. Intanto le nostre moto, molto sollecitate, perdevano pezzi, si bucavano, e noi sempre con i cacciavite in mano. Arrivammo a New York in una nuvola di polvere, dentro la quale c'erano anche Kerouac, Bukowski. Il nostro viaggio al termine dei Giochi '68 era finito. Prima di ripartire andammo da Carnegie, sulla Settima, un Deli aperto dal '37, non ancora immortalato da Woody Allen in Broadway Danny Rose, a mangiare salmone affumicato e cipolle, e a guardare per l'ultima volta le mie cameriere preferite. Vecchie ragazze, signore mature, sui sessanta, che tanta vita avevano visto passare, insieme al bene e al male, indifferenti a successi e a disgrazie. Ma umane nel credere che un pastrami avrebbe rimesso in piedi anche un morto. Era quella l'America che ammiravo: il rispetto per la solitudine, per le altre esistenze, la giusta distanza, se mi parli ti rispondo, altrimenti ti lascio in pace, quell'incontro sul confine prima di decidere se camminare insieme o andare per la propria strada. Sono onesto, lasciai i Giochi come si lascia un'estate della gioventù. Non pensai mai: questo Mexico '68 resterà alla storia, per il massacro, per i guanti neri, per i 24 record mondiali dei 7 giorni che sconvolsero l'atletica. L'anno dopo uscì Easy Rider e io mi dissi: avevo ragione, in America in moto dovevo starci un mese".
Sul Venerdì del 31 agosto 2018
Eddy Ottoz, 74 anni oggi, 24 allora, unica e ultima medaglia azzurra olimpica sui 110 ostacoli, riscrive qui i suoi diari della motocicletta. Le sue Olimpiadi furono un western da su la testa: Guadalupe, Durango, il Rio Grande do Norte, la riva sud e quella nord, i coyote, Pancho Villa e Zapata, El Paso, il Texas del Fiume Rosso, New Orleans, Savannah, i motel on the road, le stazioni di servizio, l'America dei film e finalmente il porto di New York. Figurarsi se oggi chi sale sul podio alle Olimpiadi scende per tornarsene a casa in moto. Ma allora i campioni dello sport avevano voglie. E Eddy ne aveva molte, non a chilometri zero.
"Con noi in squadra c'era Carlo Laverda, che correva nella staffetta, la sua famiglia faceva moto, la Laverda 650 era un modello pesante, bicilindrico, che si ispirava al motore della Honda 305 Dream. In tre: Sergio Ottolina, Ito Giani e io, tutti suoi compagni, chiedemmo uno sconto e andammo a comprarla a Breganze. Mi piaceva l'idea di girare l'America su due ruote con gli amici, ma soprattutto con la mia fidanzata, Liana, ci saremmo sposati in Messico e avremmo fatto il viaggio di nozze su due ruote. Chiedemmo al Coni di trasportarci le moto sull'aereo che portava barche, attrezzi, cucine, cavalli. E due giorni dopo la mia finale, che era il 17 ottobre, partimmo. Ma la compagnia e il tempo nel frattempo si erano ristretti: Ottolina cambiò programma, il mio allenatore e futuro suocero, Sandro Calvesi, preferiva che Liana non dicesse sì in Messico, dove c'era il divorzio, forse per via dello scandalo di alcuni anni prima tra Carlo Ponti e Sophia Loren, quindi le impedì il viaggio, Giani, che era militare, scoprì che il 1° novembre doveva rientrare in caserma, nessun permesso accordato. Quindi su due moto partimmo io e Giani, però prima c'era stata molta turbolenza sociale".
Messico e nuvole. La turbolenza era il mondo che si muoveva, gli studenti che scendevano in piazza, era il maggio francese, la primavera di Praga soffocata ad agosto, la stagione dei diritti umani, ma anche le pallottole che uccidevano il reverendo King e Bob Kennedy. Il Messico fermentava: voleva libertà d'opinione, gli studenti scioperarono, contestavano quei Giochi faraonici, "quando la gente non ha da mangiare", Oriana Fallaci, scesa in strada con la sua penna, li definì "un vestito di lusso per il Terzo mondo". Fu indetta una manifestazione pacifica per il 2 ottobre, l'esercito sparò: dagli elicotteri, con i cecchini, lo squadrone paramilitare Olympia fece il resto con la baionetta. Più di trecento i morti. La Fallaci all'ospedale, mitragliata alla schiena: "Sembrava il Vietnam".
E Ottoz, curioso, che in divisa della nazionale, con macchina fotografica, la sera stessa va in quella piazza, e prima di essere fermato dai granaderos vede i segni: "Le strisce di sangue, le scarpe spaiate, i rivoli scuri, gli indumenti abbandonati nel sottopassaggio, e le lenzuola bianche, striscioni improvvisati, intrise di rosso. Ad avvisarmi era stata la telefonata di un fotografo amico. Ero nella nostra palazzina, gli altri giocavano a tressette, io faccio per uscire, Mario Pescante, vice-capo delegazione mi chiede: dove vai? Per poi aggiungere: vengo anch'io. Quando arriviamo lì, qualche ora dopo la tragedia, ci sono ancora gli elicotteri che ronzano, ci fermano, ci perquisiscono, mi prendono la macchina fotografica, che mi ridaranno, ma senza rullino. Il massacro non toccò il Villaggio, eravamo distanti, spiritualmente chiusi nel nostro egoismo da atleti. E molto annoiati da un mese di acclimatamento all'altitudine. Il rimedio era fare scherzi e gavettoni. Dalla nostra palazzina di sei piani, a più di venti metri d'altezza, lasciavamo cadere, gonfi d'acqua, i sacchetti di plastica nei quali la lavanderia del Villaggio ci restituiva camicie e magliette. Colpivamo tutti, senza guardare al rango: Giulio Onesti, presidente del Coni, l'ambasciatore italiano in Messico, ma qualche inesperto prese la testa di Franco Menichelli, che perse i sensi. Era il grande favorito dell'oro nella ginnastica e temevamo che in caso di sua controprestazione saremmo stati rispediti a casa. Franco, nel primo esercizio a corpo libero lanciò un urlo: si era lacerato il tendine d'Achille. Dispiaciuti, ma salvi. Venne Rita Pavone con il suo manager e fidanzato Ferruccio Ricordi, in arte Teddy Reno, per tenere un concerto e svagare un po' gli atleti. Mentre si avvicinava, le sconsigliai il marciapiede, per evitare un gavettone, meglio passare sotto un albero, lì era appollaiato Ottolina, che con un idrante antincendio le fece un servizio super. Reno minacciò cause milionarie se Rita avesse perso la voce, così la asciugammo con i phon in infermeria. Per riparare, Livio Berruti le insegnò l'arte della partenza, a me toccò farle fare gli ostacoli. Non ebbi nemmeno una lira di diaria, se ne andò tutta in multe".
Ottoz aveva il vizio della fotografia e ogni sera spediva i suoi scatti a un'agenzia a Roma: per un malinteso sembrò che Gianni Del Buono, mezzofondista, fosse in effusioni sentimentali con un'azzurra, la sua fidanzata in Italia si arrabbiò moltissimo, e per vendicare lo sgarbo Gioan Cornacchia, ostacolista, versò nel serbatoio della Laverda più bustine di caffè solubile. Ma questo Eddy non lo sapeva.
"Sapevo però che il mondo degli atleti neri era in fermento, anche perché l'anno prima avevo vissuto due mesi a Ucla a Los Angeles, conoscevo Tommie Smith, alle Universiadi di Tokyo gli avevo prestato l'asciugamano, perché si sfregava gli occhi irritati, e lui fu sconvolto da questa cortesia bianca. Si sussurrava di riunioni dei negroes, parola che ancora si poteva dire, nella palazzina Usa, e forse anche di scazzottate tra dissidenti, ma io e Peppe Gentile, triplista, eravamo incuriositi da uno spilungone bianco di 21 anni che alle due del pomeriggio sotto il sole si allenava da solo davanti all'asticella. Era dileggiato dai tecnici per la sua eresia: saltava all'indietro, come un gambero, e come noi era lì senza il suo coach, così gli tenemmo compagnia. Finì che Dick Fosbury vinse l'oro e rivoluzionò lo stile dell'alto. Vidi in tv i pugni neri sfondare il cielo, non ero allo stadio quando Bob Beamon, prese l'unica pedana di salto in lungo della sua vita e atterrò nell'infinito, a 8 metri e 90, ma mi vergognai, e con me l'ostacolista Willie Davenport, quando un medico, era una donna, ci disse di farla lì, davanti a lei, perché per la prima volta esordiva il controllo anti-doping. La mia testa era al Passo di Cortes, alla sua schiava e ragazza Malinche, al vulcano Popocatépetl, ai treni della rivoluzione di Pancho Villa e Emiliano Zapata che da Ciudad Juárez, nello Stato di Chihuahua, piombavano sulle città costringendo le guarnigioni militari ad arrendersi. Io e Giani partimmo con le nostre tute nere, sembravamo divani in pelle".
"Seicento-settecento chilometri al giorno a una velocità di 120-130. Tagliammo in due un serpentone in mezzo alla strada, attraversammo il deserto, i canyon e il Rio Grande con gli immigrati clandestini che si muovevano di notte, noi però non incontrammo nessuna pattuglia. La prima volta che misi in riserva, il caffè solubile nel serbatoio raggiunse il suo scopo, entrambi i carburatori si intasarono e in pochi secondi la moto si inchiodò. Per fortuna in un paesino, a Orange, Texas, a 30 metri da un meccanico che riparava Honda. Lavorammo tutta la notte, smontammo il motore, lo ripulimmo, e lo rimontammo. Ma con le valvole bruciate, l'accensione ormai era a spinta. Le vallate aride, le piccole fattorie, le strade che sembravano cicatrici nella terra, avevo sotto gli occhi Furore e Pian della Tortilla di Steinbeck. Mi colpì la grandezza di Houston, i grandi poster elettorali con i nomi di Hubert Humphrey e di Richard Nixon, le elezioni erano a novembre, furono fino a New York i nostri soli compagni di viaggio. A New Orleans eravamo così stanchi che ci accampammo con i sacchi a pelo in quello che sembrava un posto tranquillo, in effetti l'indomani ci accorgemmo che era un cimitero. In Alabama, in un clima retrivo da Mississippi Burning, mi affascinò quel panorama da film: tavole calde, barbiere con poltrona in pelle rossa, benzinai, motel. Intanto le nostre moto, molto sollecitate, perdevano pezzi, si bucavano, e noi sempre con i cacciavite in mano. Arrivammo a New York in una nuvola di polvere, dentro la quale c'erano anche Kerouac, Bukowski. Il nostro viaggio al termine dei Giochi '68 era finito. Prima di ripartire andammo da Carnegie, sulla Settima, un Deli aperto dal '37, non ancora immortalato da Woody Allen in Broadway Danny Rose, a mangiare salmone affumicato e cipolle, e a guardare per l'ultima volta le mie cameriere preferite. Vecchie ragazze, signore mature, sui sessanta, che tanta vita avevano visto passare, insieme al bene e al male, indifferenti a successi e a disgrazie. Ma umane nel credere che un pastrami avrebbe rimesso in piedi anche un morto. Era quella l'America che ammiravo: il rispetto per la solitudine, per le altre esistenze, la giusta distanza, se mi parli ti rispondo, altrimenti ti lascio in pace, quell'incontro sul confine prima di decidere se camminare insieme o andare per la propria strada. Sono onesto, lasciai i Giochi come si lascia un'estate della gioventù. Non pensai mai: questo Mexico '68 resterà alla storia, per il massacro, per i guanti neri, per i 24 record mondiali dei 7 giorni che sconvolsero l'atletica. L'anno dopo uscì Easy Rider e io mi dissi: avevo ragione, in America in moto dovevo starci un mese".
Sul Venerdì del 31 agosto 2018