Vulcanapoli, viaggio al termine della paura
Claudia Arletti , dalla nostra inviata CLAUDIA ARLETTICome si sta in un posto che rischia di saltare in aria? Maria Pace Ottieri ha indagato un anno tra le 700 mila persone che vivono sulle pendici del Vesuvio. Ci siamo tornati con lei
SOMMA VESUVIANA (Napoli). È alle 16 in punto, su un tornante arroventato che non porta a niente, accanto a carcasse d'automobili e a cespugli secchi, che l'ultima e la più avveniristica delle app per automobilisti cessa di dare segni di vita. Adesso arrangiatevi, cercatevela da soli la strada, sembra dire lo schermo immobile di Waze (da ora in poi Uàaz, in napoletano), a chi si arrampica sul vulcano in cerca di luoghi, persone, storie, proprio come ha fatto per un anno intero la scrittrice e antropologa milanese Maria Pace Ottieri nel tentativo di rispondere alla domanda che le balzò alla mente in una notte di dormiveglia: ma come caspita si fa a vivere in un posto che potrebbe saltare per aria da un momento all'altro?
LA "CIRCUM" QUOTIDIANA
Ne è seguito un lavoro investigativo ostinato, con ripetuti viaggi sui treni dell'Alta velocità tra Milano e Napoli e poi sui vagoni frusti della "circum", cio&eg…
LA "CIRCUM" QUOTIDIANA
Ne è seguito un lavoro investigativo ostinato, con ripetuti viaggi sui treni dell'Alta velocità tra Milano e Napoli e poi sui vagoni frusti della "circum", cio&eg…
SOMMA VESUVIANA (Napoli). È alle 16 in punto, su un tornante arroventato che non porta a niente, accanto a carcasse d'automobili e a cespugli secchi, che l'ultima e la più avveniristica delle app per automobilisti cessa di dare segni di vita. Adesso arrangiatevi, cercatevela da soli la strada, sembra dire lo schermo immobile di Waze (da ora in poi Uàaz, in napoletano), a chi si arrampica sul vulcano in cerca di luoghi, persone, storie, proprio come ha fatto per un anno intero la scrittrice e antropologa milanese Maria Pace Ottieri nel tentativo di rispondere alla domanda che le balzò alla mente in una notte di dormiveglia: ma come caspita si fa a vivere in un posto che potrebbe saltare per aria da un momento all'altro?
LA "CIRCUM" QUOTIDIANA
Ne è seguito un lavoro investigativo ostinato, con ripetuti viaggi sui treni dell'Alta velocità tra Milano e Napoli e poi sui vagoni frusti della "circum", cioè la circumvesuviana, ferrovia a scartamento ridotto che mette in comunicazione tra loro e con Napoli i paesi costruiti intorno alla montagna; un anno a esplorare e a parlare con vulcanologi e filosofi, archeologi e contadini, geologi, agronomi, musicisti, imprenditori, carabinieri e architetti; a incontrare catastrofisti ("Il vulcano esploderà presto e non ci sarà scampo"); e negazionisti ("Potrebbe restarsene quieto per sempre"). E alla fine di questo lavoro articolato e non facile, ecco arrivare in libreria Il Vesuvio universale, Einaudi, con la sua copertina giustamente eruttiva, tutta rossa e gialla di fuoco e lapilli.
PROVA TU A SCAPPARE
Questo, invece, per Maria Pace Ottieri è un viaggio lampo a posteriori, in compagnia di una giornalista (lombarda) e di un fotografo napoletano, anzi di Portici, che diffida di Uàaz ma "conosce la lingua" - come ci diciamo scherzando mentre la macchina si mette in moto.
Dopo l'ultima, modesta manifestazione del 18 marzo 1944, il dormiveglia è lo stato attuale del vulcano, racconta la scrittrice. Una quiete apparente, ingannevole, che gli abitanti dei paesi vesuviani immaginano, vogliono immaginare, eterna. Napoli ha un milione di abitanti; poi ci sono settecentomila persone che vivono nei 25 paesi alle pendici del Vesuvio e le cinquecentomila dei Campi Flegrei. Nessuno ammette mai di temere il vulcano. "Se succede, succede. Intanto lasciamolo quiescere" ci sorprenderà più tardi l'eloquio di un pizzaiolo sedicenne di Ercolano con la passione per Italo Calvino. Eppure pochi si salverebbero nel caso in cui alla montagna venisse lo sghiribizzo di eruttare. Quando ciò avverrà, oggi o tra mille anni, non c'è modo di saperlo. Con quale preavviso, nemmeno. Da Somma Vesuviana a Ercolano, di conseguenza, se si nomina il Piano di evacuazione tutti ridacchiano o alzano gli occhi al cielo, immaginando se stessi, la propria famiglia, il cane il gatto il canarino, più altre settecentomila persone insieme in preda al panico lanciati sull'unica via di fuga, la statale 268, lungo la quale già in tempi normali le auto procedono alla velocità dei carretti.
L'EPICA DEL MERLUZZO
Prima tappa, Somma Vesuviana, l'unico centro storico che consente di immaginare come dovevano essere i paesi prima degli scempi edilizi, con il borgo antico e i vicoli circondati di mura. È il più vivace dei centri vesuviani, il più ingegnoso, e perciò il più invidiato dagli altri, che tuttavia restano inerti. Immobile e poco speranzosa è la gioventù. Se si chiede ai ragazzi per strada che cosa mai vorrebbero fare, dice Ottieri, la risposta di solito è insieme vaga e ben perimetrata: "Qualcosa con il piennolo", il pomodorino rosso del Vesuvio, assai apprezzato all'estero. Piennolo e albicocche: le coltivazioni eroiche dei nonni, oltre le quali i giovani faticano ad inventare e a immaginarsi.
Chi si dà un gran da fare è Gerardo Iovino, impiegato delle Poste, animatore del circolo Arci e di mille altre attività; da vent'anni e più salva tradizioni e le rilancia. Come l'antica Festa delle Lucerne, che era mezza morta; lui l'ha presa e l'ha resuscitata, adesso la festa si tiene ogni quattro anni e quest'estate ha richiamato diecimila persone, un successone. Iovino una volta ha partecipato a un'esercitazione: "Abbiamo lasciato le case e ci hanno portato in autobus fino in Abruzzo, non saprei dire a cosa sia servito".
Soprattutto, però, a distinguere Somma Vesuviana è il merluzzo. Qui - lo credereste? - si lavora l'80 per cento del baccalà e dello stoccafisso che si mangia in Italia. Il pesce viene dall'Islanda - dove i vulcani attivi, per inciso, sono trenta, molti dei quali ben svegli e scalpitanti. Un caso di globalizzazione prima della globalizzazione, che risale a quando i contadini sommesi, scesi al porto di Napoli con i carretti della frutta, vedevano i marinai dei bastimenti del Nord con questi pesci rinsecchiti come bastoni. Giorgio Fortunio fu uno dei primi a entusiasmarsi e a intravedere un'occasione, una possibilità. "Che ci devo fare io co' stu coso" lo stroncò lì per lì la moglie. Ma alla terza generazione di baccalajuoli i Fortunio possiedono un grande e moderno stabilimento dove, se vuoi entrare, ti vestono come nei Ris, incluse le soprascarpe blu, perché l'odore è ovunque, ristagna negli abiti e poi te lo porti addosso tutto il giorno, grazie meglio di no. La quarta generazione si prepara a prendere il testimone. Francesca, la figlia ventunenne, studia Economia e ha deciso che mai, mai lascerà Somma Vesuviana: "Se succederà qualcosa, pazienza, sarò qui con i miei".
RIMOZIONI DI MASSA
Però è curioso che nessuno abbia paura, no? "Non è normale neanche vivere a Milano con quei livelli di smog" risponde la scrittrice, "o andare avanti come se il Pianeta non stesse conoscendo una grave crisi ambientale. La mente umana non riesce a contemplare l'idea della catastrofe collettiva. Si ricorda quando Pasolini diceva che l'umanità è vittima di una "spietata smemoratezza"? Il pensiero ecologico-apocalittico non attecchisce perché è contro natura". Qui, per giunta, su tutto e tutti incombono urgenze molto meno filosofiche: "La percezione del rischio è schiacciata dal peso quotidiano della mancanza di lavoro, della possibilità di muoversi, insomma dalla desolazione".
Così intere famiglie di vivi abitano senza apparenti turbamenti in case affacciate su intere famiglie di morti, gli scheletri di Ercolano: il patriarca, la giovane figlia, il suo bambino ancora nella pancia, che il fango incandescente secoli fa ha ucciso in un istante.
In questo rischio senza tempo, pieno di incognite e di variabili per cui non c'è ricercatore che la pensi come un altro, Agostino Casillo, il giovane presidente dell'Ente Parco nazionale del Vesuvio, trova le parole giuste: "fatalismo attivo". A chi gli dice "dovete essere matti a vivere su un vulcano" risponde: "A Somma Vesuviana c'è quella villa bellissima costruita dopo l'eruzione del 79 d. C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano bene che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati". Casillo viene dall'associazionismo ambientalista, però ha pochi uomini, pochi soldi, troppi pochi poteri per fermare l'abusivismo e impedire che la gente abbandoni i rifiuti dove capita; l'organico del Parco prevede solo quindici impiegati e nemmeno un operaio. "Se mi cade il cartello io non ho chi mandare ad alzarlo" dice sconsolato.
L'HOTEL BELVEDERE
Ogni paese va avanti da solo, slegato dagli altri, senza un progetto, un'idea comune. "E Napoli non fa Napoli, cioè non fa la capitale" ripete Ottieri. "Dopo il terremoto dell'Irpinia, ha stipato questi luoghi di famiglie rimaste senza casa e poi li ha abbandonati". A Ercolano percorriamo via Cuparella, dove un tempo la polizia non osava affacciarsi, e poi via Resina, dove lavorano i ragazzi coraggiosi di Radio Siani; è un appartamento confiscato a un boss, con le pareti schermate per fermare le intercettazioni della polizia.
Un po' più in alto, in fondo a una stradina impraticabile troviamo la mitica stazione Cook: un fabbricato di pietra vulcanica, una volta a servizio della Ferrovia Vesuviana. L'Ente Parco l'ha comprata nel 2004, l'ha ristrutturata facendone un gioiello e poi se ne è dimenticato. I vandali hanno scritto con le bombolette sui muri, i ladri si sono portati via il rame dei cavi elettrici, nel sottotetto di legno pregiato svolazzano i piccioni: è una rovina nuova di zecca e restiamo senza parole.
Il viaggio lampo prevede una sosta all'Hotel Belvedere, nella campagna sopra Ercolano, obiettivo che dà a Uàaz il colpo di grazia. Sorge nel niente e nessuno sa dove sia; alla fine lo scoviamo seguendo due ragazzi neri spuntati all'improvviso dopo una curva. Sono nigeriani. L'"hotel" ospita solo immigrati. Quasi tutti ignorano di vivere sopra un vulcano e quando glielo spieghi alzano le spalle: "It's far away", è molto lontano.
Sul Venerdì del 7 settembre 2018
LA "CIRCUM" QUOTIDIANA
Ne è seguito un lavoro investigativo ostinato, con ripetuti viaggi sui treni dell'Alta velocità tra Milano e Napoli e poi sui vagoni frusti della "circum", cioè la circumvesuviana, ferrovia a scartamento ridotto che mette in comunicazione tra loro e con Napoli i paesi costruiti intorno alla montagna; un anno a esplorare e a parlare con vulcanologi e filosofi, archeologi e contadini, geologi, agronomi, musicisti, imprenditori, carabinieri e architetti; a incontrare catastrofisti ("Il vulcano esploderà presto e non ci sarà scampo"); e negazionisti ("Potrebbe restarsene quieto per sempre"). E alla fine di questo lavoro articolato e non facile, ecco arrivare in libreria Il Vesuvio universale, Einaudi, con la sua copertina giustamente eruttiva, tutta rossa e gialla di fuoco e lapilli.
PROVA TU A SCAPPARE
Questo, invece, per Maria Pace Ottieri è un viaggio lampo a posteriori, in compagnia di una giornalista (lombarda) e di un fotografo napoletano, anzi di Portici, che diffida di Uàaz ma "conosce la lingua" - come ci diciamo scherzando mentre la macchina si mette in moto.
Dopo l'ultima, modesta manifestazione del 18 marzo 1944, il dormiveglia è lo stato attuale del vulcano, racconta la scrittrice. Una quiete apparente, ingannevole, che gli abitanti dei paesi vesuviani immaginano, vogliono immaginare, eterna. Napoli ha un milione di abitanti; poi ci sono settecentomila persone che vivono nei 25 paesi alle pendici del Vesuvio e le cinquecentomila dei Campi Flegrei. Nessuno ammette mai di temere il vulcano. "Se succede, succede. Intanto lasciamolo quiescere" ci sorprenderà più tardi l'eloquio di un pizzaiolo sedicenne di Ercolano con la passione per Italo Calvino. Eppure pochi si salverebbero nel caso in cui alla montagna venisse lo sghiribizzo di eruttare. Quando ciò avverrà, oggi o tra mille anni, non c'è modo di saperlo. Con quale preavviso, nemmeno. Da Somma Vesuviana a Ercolano, di conseguenza, se si nomina il Piano di evacuazione tutti ridacchiano o alzano gli occhi al cielo, immaginando se stessi, la propria famiglia, il cane il gatto il canarino, più altre settecentomila persone insieme in preda al panico lanciati sull'unica via di fuga, la statale 268, lungo la quale già in tempi normali le auto procedono alla velocità dei carretti.
L'EPICA DEL MERLUZZO
Prima tappa, Somma Vesuviana, l'unico centro storico che consente di immaginare come dovevano essere i paesi prima degli scempi edilizi, con il borgo antico e i vicoli circondati di mura. È il più vivace dei centri vesuviani, il più ingegnoso, e perciò il più invidiato dagli altri, che tuttavia restano inerti. Immobile e poco speranzosa è la gioventù. Se si chiede ai ragazzi per strada che cosa mai vorrebbero fare, dice Ottieri, la risposta di solito è insieme vaga e ben perimetrata: "Qualcosa con il piennolo", il pomodorino rosso del Vesuvio, assai apprezzato all'estero. Piennolo e albicocche: le coltivazioni eroiche dei nonni, oltre le quali i giovani faticano ad inventare e a immaginarsi.
Chi si dà un gran da fare è Gerardo Iovino, impiegato delle Poste, animatore del circolo Arci e di mille altre attività; da vent'anni e più salva tradizioni e le rilancia. Come l'antica Festa delle Lucerne, che era mezza morta; lui l'ha presa e l'ha resuscitata, adesso la festa si tiene ogni quattro anni e quest'estate ha richiamato diecimila persone, un successone. Iovino una volta ha partecipato a un'esercitazione: "Abbiamo lasciato le case e ci hanno portato in autobus fino in Abruzzo, non saprei dire a cosa sia servito".
Soprattutto, però, a distinguere Somma Vesuviana è il merluzzo. Qui - lo credereste? - si lavora l'80 per cento del baccalà e dello stoccafisso che si mangia in Italia. Il pesce viene dall'Islanda - dove i vulcani attivi, per inciso, sono trenta, molti dei quali ben svegli e scalpitanti. Un caso di globalizzazione prima della globalizzazione, che risale a quando i contadini sommesi, scesi al porto di Napoli con i carretti della frutta, vedevano i marinai dei bastimenti del Nord con questi pesci rinsecchiti come bastoni. Giorgio Fortunio fu uno dei primi a entusiasmarsi e a intravedere un'occasione, una possibilità. "Che ci devo fare io co' stu coso" lo stroncò lì per lì la moglie. Ma alla terza generazione di baccalajuoli i Fortunio possiedono un grande e moderno stabilimento dove, se vuoi entrare, ti vestono come nei Ris, incluse le soprascarpe blu, perché l'odore è ovunque, ristagna negli abiti e poi te lo porti addosso tutto il giorno, grazie meglio di no. La quarta generazione si prepara a prendere il testimone. Francesca, la figlia ventunenne, studia Economia e ha deciso che mai, mai lascerà Somma Vesuviana: "Se succederà qualcosa, pazienza, sarò qui con i miei".
RIMOZIONI DI MASSA
Però è curioso che nessuno abbia paura, no? "Non è normale neanche vivere a Milano con quei livelli di smog" risponde la scrittrice, "o andare avanti come se il Pianeta non stesse conoscendo una grave crisi ambientale. La mente umana non riesce a contemplare l'idea della catastrofe collettiva. Si ricorda quando Pasolini diceva che l'umanità è vittima di una "spietata smemoratezza"? Il pensiero ecologico-apocalittico non attecchisce perché è contro natura". Qui, per giunta, su tutto e tutti incombono urgenze molto meno filosofiche: "La percezione del rischio è schiacciata dal peso quotidiano della mancanza di lavoro, della possibilità di muoversi, insomma dalla desolazione".
Così intere famiglie di vivi abitano senza apparenti turbamenti in case affacciate su intere famiglie di morti, gli scheletri di Ercolano: il patriarca, la giovane figlia, il suo bambino ancora nella pancia, che il fango incandescente secoli fa ha ucciso in un istante.
In questo rischio senza tempo, pieno di incognite e di variabili per cui non c'è ricercatore che la pensi come un altro, Agostino Casillo, il giovane presidente dell'Ente Parco nazionale del Vesuvio, trova le parole giuste: "fatalismo attivo". A chi gli dice "dovete essere matti a vivere su un vulcano" risponde: "A Somma Vesuviana c'è quella villa bellissima costruita dopo l'eruzione del 79 d. C. e sepolta da quella di Pollena del 400 d.C.: i Romani non erano fessi, sapevano bene che il Vesuvio era un vulcano, ma era una terra talmente bella e fertile che ci sono tornati". Casillo viene dall'associazionismo ambientalista, però ha pochi uomini, pochi soldi, troppi pochi poteri per fermare l'abusivismo e impedire che la gente abbandoni i rifiuti dove capita; l'organico del Parco prevede solo quindici impiegati e nemmeno un operaio. "Se mi cade il cartello io non ho chi mandare ad alzarlo" dice sconsolato.
L'HOTEL BELVEDERE
Ogni paese va avanti da solo, slegato dagli altri, senza un progetto, un'idea comune. "E Napoli non fa Napoli, cioè non fa la capitale" ripete Ottieri. "Dopo il terremoto dell'Irpinia, ha stipato questi luoghi di famiglie rimaste senza casa e poi li ha abbandonati". A Ercolano percorriamo via Cuparella, dove un tempo la polizia non osava affacciarsi, e poi via Resina, dove lavorano i ragazzi coraggiosi di Radio Siani; è un appartamento confiscato a un boss, con le pareti schermate per fermare le intercettazioni della polizia.
Un po' più in alto, in fondo a una stradina impraticabile troviamo la mitica stazione Cook: un fabbricato di pietra vulcanica, una volta a servizio della Ferrovia Vesuviana. L'Ente Parco l'ha comprata nel 2004, l'ha ristrutturata facendone un gioiello e poi se ne è dimenticato. I vandali hanno scritto con le bombolette sui muri, i ladri si sono portati via il rame dei cavi elettrici, nel sottotetto di legno pregiato svolazzano i piccioni: è una rovina nuova di zecca e restiamo senza parole.
Il viaggio lampo prevede una sosta all'Hotel Belvedere, nella campagna sopra Ercolano, obiettivo che dà a Uàaz il colpo di grazia. Sorge nel niente e nessuno sa dove sia; alla fine lo scoviamo seguendo due ragazzi neri spuntati all'improvviso dopo una curva. Sono nigeriani. L'"hotel" ospita solo immigrati. Quasi tutti ignorano di vivere sopra un vulcano e quando glielo spieghi alzano le spalle: "It's far away", è molto lontano.
Sul Venerdì del 7 settembre 2018