Belli e la gaia apocalisse di Roma
Marco Cicala , di MARCO CICALAIn una nuova, lussuosa edizione, tornano i 2.279 sonetti del grande poeta. "Un moderno Dante" dice il curatore. "Ma gli accademici ancora non se ne sono accorti"
Estate 1837, a Roma infuria il colera. Del morbo strisciato in Europa dall'India non si sa nulla, salvo che riduce gli uomini a fantasmi, fra spasmi orribili li prosciuga fino a lasciarli stecchiti in una pozza di vomito e diarrea. Nell'Urbe ne ammazza a carrettate. Si organizzano cordoni sanitari, centri di isolamento. Regna papa Gregorio XVI. Per le strade è tutto un susseguirsi di processioni penitenziali, ma quei raduni favoriscono casomai il contagio. Che si propaga a braccetto con le psicosi collettive. In zona Campidoglio un insegnante di inglese viene fatto a pezzi dal popolaccio che grida all'untore. In giorni di penuria alimentare si dà anche l'assalto al ghetto. Essendo rimasta relativamente immune al flagello, la comunità ebraica è guardata con rinnovato sospetto, circolano voci di misteriosi antidoti giudei.
Il 19 agosto, in una città spettrale, oppressa dal caldo lugubre e dai miasmi della monnezza in fiamme, un uomo sg…
Il 19 agosto, in una città spettrale, oppressa dal caldo lugubre e dai miasmi della monnezza in fiamme, un uomo sg…
Estate 1837, a Roma infuria il colera. Del morbo strisciato in Europa dall'India non si sa nulla, salvo che riduce gli uomini a fantasmi, fra spasmi orribili li prosciuga fino a lasciarli stecchiti in una pozza di vomito e diarrea. Nell'Urbe ne ammazza a carrettate. Si organizzano cordoni sanitari, centri di isolamento. Regna papa Gregorio XVI. Per le strade è tutto un susseguirsi di processioni penitenziali, ma quei raduni favoriscono casomai il contagio. Che si propaga a braccetto con le psicosi collettive. In zona Campidoglio un insegnante di inglese viene fatto a pezzi dal popolaccio che grida all'untore. In giorni di penuria alimentare si dà anche l'assalto al ghetto. Essendo rimasta relativamente immune al flagello, la comunità ebraica è guardata con rinnovato sospetto, circolano voci di misteriosi antidoti giudei.
Il 19 agosto, in una città spettrale, oppressa dal caldo lugubre e dai miasmi della monnezza in fiamme, un uomo sgomento sta asserragliato nel buio di un elegante palazzotto incollato a Fontana di Trevi. Tra meno di un mese Giuseppe Gioachino Belli compirà 46 anni, ma è praticamente certo di non arrivarci. È convinto che presto l'epidemia se lo porterà nel fuoco eterno. "Viè la Morte, e ffinisce co l'inferno" ha scritto in una poesia. Non bastasse, da poco ha pure perso la moglie, uccisa da un'encefalite che forse era un tumore cerebrale. Affettuoso ma senza amore, il matrimonio con "Mariuccia" Assunta Conti, ereditiera dieci anni più anziana di lui, gli ha fatto spiccare il salto sociale, ora però il vedovo scopre che quel patrimonio era un "precipizio coperto di fiori". Spuntano debiti ovunque. Palazzo Poli - così si chiama la dimora, oggi in parte scomparsa - si svuota di mobili e oggetti che se ne partono all'incanto. Ma le ingiunzioni di chi batte cassa continuano a grandinare. Basta. Belli decide di fare testamento. Lo intitola: Istruzioni per dopo la mia morte, dove a Dio piaccia richiamarmi a Sé nell'attuale Contagio cholerico. È un poeta geniale, un cristiano assai torturato, ma anche un tipo pignolo. Al punto numero 13 dà disposizioni affinché a un certo ciabattino di via della Croce sia corrisposto uno scudo per un paio di scarpe mai pagate. Subito dopo, al punto 15, scrive invece che presso l'amico Domenico Biagini "esiste una cassetta piena di miei manuscritti in versi. Si dovranno ardere". Se ne vergogna. Li rinnega. Ma quei componimenti clandestini, conosciuti soltanto da una ristretta cerchia di aficionados, sopravviveranno.
Dodici anni più tardi un secondo ordine incendiario - anch'esso disatteso - sarà impartito a Ciro, l'unico figlio. Belli chiede che dopo la sua morte i testi in romanesco vengano distrutti in quanto "sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli". Ora - siamo nel 1849 e sul sacro soglio c'è Pio IX - Roma è in preda a un'altra emergenza, politica stavolta: il "morbo" si chiama Repubblica, quella dei triumviri Mazzini, Armellini e Saffi. A piazza del Popolo i rivoluzionari bruciano pulpiti e confessionali. ("Chiameli allibberàli, o fframmasoni,/ O ccarbonari, è ssempre una pappina:/ È ssempre canajjaccia ggiacubbina/ Da levàssela for de li cojjoni" ringhia il sanfedista). In soccorso del Papa Re accorrono austriaci, spagnoli e francesi. GGB è di nuovo nel panico. Ma se davvero vuole disfarsi delle scandalose poesie in vernacolo perché non se le incenerisce da solo? "Delegando ad altri è come se implicitamente chiedesse di salvare quei versi" sorride Pietro Gibellini, filologo, critico, ex professore di letteratura italiana a Ca' Foscari. Per Einaudi ha capitanato la curatela di una nuova edizione completa dei 2.279 sonetti belliani: quattro volumi monumentali e carestosi della collana I Millenni (pp. cixxvii - 5038; euro 240).
"È la prima vera edizione critica e commentata. Ogni sonetto è accompagnato da un micro-saggio. È stata poi rigorosamente ristabilita la successione cronologica, mentre in appendice sono raccolte varianti e correzioni, più i sonetti incompiuti e le poesie romanesche composte in metro diverso" spiega Gibellini. Bresciano, 73 anni, è da mezzo secolo che marca stretto il Belli. "Da quando, nel '68, mi laureai a Pavia con una tesi su di lui discussa con Dante Isella. In realtà all'epoca simpatizzavo di più per il "progressista" Carlo Porta" racconta. "In Belli vedevo il docile funzionario pontificio, pessimista, un po' vile. Col tempo mi sono reso conto che è autore di ben altra grandezza rispetto al milanese. È uno dei tre-quattro vertici della poesia italiana di tutti i tempi".
Francamente pensavamo che, riscattato da studiosi del calibro dei Vigolo, dei Muscetta, degli Almansi, dei Teodonio, Belli fosse ormai al sicuro nella classicità. Credevamo che la damnatio di un GGB diminuito a - seppur formidabile - scrittore folkloristico, satirico, licenzioso, anticlericale fosse finita da un pezzo. Il curatore Gibellini ci comunica che non è così: "Nelle università è ancora poco studiato". Parola di ex accademico. Nel saggio introduttivo lui lo definisce "moderno Dante": "Il romanesco è il suo "volgare", e come l'autore della Commedia è un poeta-profeta che scruta lucidamente nella realtà del proprio tempo, un'epoca crepuscolare, di transizione e grandi sconvolgimenti. Come Dante è poi anche lui un cristiano-razionalista, la differenza è che alla fine in Belli il dubbio prevale sulla fede: sta qui la sua modernità". Una modernità infernale.
Nel Saggio sul Belli - tra i più grandi testi critici mai scritti in italiano - Giorgio Vigolo fu il primo a mettere in rilievo la "demonologia" di GGB, leggendo i Sonetti quasi come Fiori del male della romanità. In Belli, riteneva Vigolo, il "diabolico" è lo scarto, il rifiuto, il rimosso dalla civiltà e dalla coscienza, è "tutto ciò che è stato negato (scacciato, condannato, escluso o maledetto) fuori di noi o dentro di noi". Perciò la scelta del dialetto è immersione speleologica nel parlato di una plebe reietta e mai raccontata, ma allo stesso tempo discesa negl'inferi di Sé. In questa chiave, la vexata quaestio su chi sia a parlare nei Sonetti, se il poeta o il popolano che questi intende ritrarre, diventa un interrogativo ozioso. Calandosi nel primordio della "lalìa" popolare e dell'immaginario plebeo Belli scoperchia le oscurità del proprio Io profondo: rabbia, eros, stupore, pulsioni di vendetta... insomma tutto quel che potremmo impacchettare nel concetto di "irrazionale". Il vernacolo funziona come una specie di "inconscio" della lingua. È una "trance" liberatoria.
Nei momenti di massimo invasamento versificatorio GGB può scrivere fino a dodici sonetti al giorno. I testi fermentano dalla suggestione che può scatenare in lui un singolo vocabolo dialettale oppure da scene osservate per strada, discorsi orecchiati nelle osterie, fatti di attualità. "Gli capitava" spiega Gibellini, "di girare per Roma col taccuino come un cronista". Un magnetofono in pelle umana. Fra settembre e dicembre del 1831 compone duecento poesie. Tra il gennaio '32 e il giugno '37 altre 1.700. È una macchina. Ma una macchina felice. Dopo le ristrettezze patite in gioventù, è riuscito a sposarsi bene. Mantiene l'impiego da travet al Pontificio Ufficio del Bollo e del Registro, però l'agio gli consente di viaggiare. Trova Napoli insopportabile ("Troppo fracasso"), Firenze noiosetta, invece è stregato da Milano, "città benedetta" che "pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti". E poi Marche, Umbria. Quel gretto paesone che è Roma - Romaccia "porca", "stalla e chiavica der Monno" - riesce a metterlo a fuoco soltanto allontanandosene. Allo stesso modo, tutto il malessere esistenziale che lo rode Belli può oggettivarlo su pagina solo per distacco, ossia in una condizione materiale di benessere. Appena l'agiatezza evapora, anche la produzione poetica si affloscia.
"E cquì a Rroma sce sto pperché oggni raggno/ È attaccato e vvô bbene a la su' tela" fa dire al popolano. Ma anche lui è incatenato all'Urbe. Non può liberarsene. Salvo qualche terrificante istantanea dell'Agro romano non c'è praticamente paesaggio nei Sonetti. Solo città. Ossessiva. Claustrofobica. Unica "natura" è il popolo. Pur senza intenerimenti rousseauiani, alla plebe dei ladri, delle mignotte, dei becchini, delle sante-bambine, degli stupratori, dei galeotti, dei boia, Belli annette comunque una verità incorrotta, che come ogni verità non è né buona né cattiva: è la verità e punto. E non la puoi fermare. Perché "La Verità è ccom'è la cacarella,/ che cquanno te viè ll'impito e tte scappa/ hai tempo, fijja, de serrà la chiappa/ e stòrcete e ttremà ppe rritenella./ E accusí, ssi la bbocca nun z'attappa,/ la Santa Verità sbrodolarell / t'essce fora da sé dda le bbudella". Lo spietato disincanto del realismo annulla ogni tentazione populistica. E - come è stato notato - in rottura con le idealizzazioni romantiche, la sua Roma prelude già alla città deformata in senso espressionista degli Scipione, dei Gadda, dei Pasolini, dei Fellini. Ma alla fine, dietro la maschera cinica, il poeta-giudice assolve chiunque. Quanto a virtù teologali, GGB è un nichilista cristiano dalla fede cigolante, privo di speranza, ma dotato di carità a sfascio. Misericordia per tutti: tanto nasciamo tutti "impastati de mmerda e dde monnezza". Nella sua teologia perfino Satana è perdonato come un povero diavolo, come "quer povero cristiano der demonio".
Per quanto sia uomo coltissimo e divorato da mille curiosità intellettuali Belli non vuole fare letteratura. È per questo - osservava ancora Vigolo - che si "reclude", si "seppellisce vivo" nel dialetto. Per immunizzarsi da ogni letterarietà. In un appunto etimologico annotava: ""Turbare", "turbamento", "mente turbata", "turbolento" etc. etc... La turba o il popolazzo n'è la radice. Tutto ciò che è confuso, disordinato, inconseguente, instabile, è prerogativa della turba, del popolo". La plebe è caos, e di quel caos il dialetto è voce torrenziale, perciò va bloccato nella gabbia del sonetto che ha quattordici endecasillabi per sbarre.
"Le poesie di Belli" ricorda Gibellini, "sono scritte più per l'orecchio che per l'occhio, più che lette vanno recitate". È quanto faceva il "sor Peppe" in memorabili reading per pochi adepti, nel corso dei quali "metteva in capo un berrettino di seta nera, che durante la recitazione veniva rigirato sul cranio" riferiva un testimone. "Non era possibile non smascellarsi dalle risa, sopra tutto per la serietà a cui atteggiava il suo volto sbarbato sul quale invano avresti aspettato un sorriso".
Nella Roma papalina la notorietà di Belli - che in vita pubblica una sola poesia in dialetto - scorre carsica, ma i fan lo adorano come affiliati di una setta iniziatica. Circolano sonetti "piratati", mandati a memoria o trascritti sottobanco durante le sue declamazioni. Quasi dei "bootleg". E fioccano pure gli apocrifi, scritti "alla maniera di". Qualcuno ha sospettato che nel regime censorio dello Stato pontificio GGB fosse segretamente tollerato come una sorta di giullare. Giullare tragico. Sin dai primi componimenti giovanili in italiano (i versi in lingua sono più numerosi di quelli in romanesco) è assillato dai temi della morte, della caducità, del Tempus fugit: "Er tempo, fija, è ppeggio d'una lima./ Rosica sordo sordo e tt'assottijja/ che ggnisun giorno sei quella de prima". La tanto discussa "svolta" che in vecchiaia lo vede migrare da idee moderatamente liberali a posizioni reazionarie, misoneiste, e diventare addirittura censore pontificio agli spettacoli teatrali, non è in fondo che l'ultima metamorfosi del terrore di vivere che Belli si porta appresso da sempre. Ha paura della Storia, paura che le cose cambino, svaniscano, e si sigilla nel conservatorismo, nel guscio degli affetti familiari, delle abitudini, delle tradizioni. E a 72 anni muore fulminato da un ictus mentre in un pomeriggio d'inverno si aggira, come al solito, "con uno scialletto sulle spalle e lo scaldino tra le mani", "attorno al tavolo dove i nipotini facevano i compiti".
Lungo Corso Vittorio, là dove sorgeva l'ultima casa, la lapide che lo ricorda è resa illegibile dalla fuliggine. A Trastevere - quartiere nel quale lui non abitò mai - il monumento all'uomo che definì i suoi sonetti "Monumento di quello che è oggi la plebe di Roma" non se la passa meglio: ai piedi, una corona d'alloro rinsecchito; nelle aiuole, stracci, lattine e "mmerda" arrostita dal sole.
Sul Venerdì del 14 settembre 2018
Il 19 agosto, in una città spettrale, oppressa dal caldo lugubre e dai miasmi della monnezza in fiamme, un uomo sgomento sta asserragliato nel buio di un elegante palazzotto incollato a Fontana di Trevi. Tra meno di un mese Giuseppe Gioachino Belli compirà 46 anni, ma è praticamente certo di non arrivarci. È convinto che presto l'epidemia se lo porterà nel fuoco eterno. "Viè la Morte, e ffinisce co l'inferno" ha scritto in una poesia. Non bastasse, da poco ha pure perso la moglie, uccisa da un'encefalite che forse era un tumore cerebrale. Affettuoso ma senza amore, il matrimonio con "Mariuccia" Assunta Conti, ereditiera dieci anni più anziana di lui, gli ha fatto spiccare il salto sociale, ora però il vedovo scopre che quel patrimonio era un "precipizio coperto di fiori". Spuntano debiti ovunque. Palazzo Poli - così si chiama la dimora, oggi in parte scomparsa - si svuota di mobili e oggetti che se ne partono all'incanto. Ma le ingiunzioni di chi batte cassa continuano a grandinare. Basta. Belli decide di fare testamento. Lo intitola: Istruzioni per dopo la mia morte, dove a Dio piaccia richiamarmi a Sé nell'attuale Contagio cholerico. È un poeta geniale, un cristiano assai torturato, ma anche un tipo pignolo. Al punto numero 13 dà disposizioni affinché a un certo ciabattino di via della Croce sia corrisposto uno scudo per un paio di scarpe mai pagate. Subito dopo, al punto 15, scrive invece che presso l'amico Domenico Biagini "esiste una cassetta piena di miei manuscritti in versi. Si dovranno ardere". Se ne vergogna. Li rinnega. Ma quei componimenti clandestini, conosciuti soltanto da una ristretta cerchia di aficionados, sopravviveranno.
Dodici anni più tardi un secondo ordine incendiario - anch'esso disatteso - sarà impartito a Ciro, l'unico figlio. Belli chiede che dopo la sua morte i testi in romanesco vengano distrutti in quanto "sparsi di massime, pensieri e parole riprovevoli". Ora - siamo nel 1849 e sul sacro soglio c'è Pio IX - Roma è in preda a un'altra emergenza, politica stavolta: il "morbo" si chiama Repubblica, quella dei triumviri Mazzini, Armellini e Saffi. A piazza del Popolo i rivoluzionari bruciano pulpiti e confessionali. ("Chiameli allibberàli, o fframmasoni,/ O ccarbonari, è ssempre una pappina:/ È ssempre canajjaccia ggiacubbina/ Da levàssela for de li cojjoni" ringhia il sanfedista). In soccorso del Papa Re accorrono austriaci, spagnoli e francesi. GGB è di nuovo nel panico. Ma se davvero vuole disfarsi delle scandalose poesie in vernacolo perché non se le incenerisce da solo? "Delegando ad altri è come se implicitamente chiedesse di salvare quei versi" sorride Pietro Gibellini, filologo, critico, ex professore di letteratura italiana a Ca' Foscari. Per Einaudi ha capitanato la curatela di una nuova edizione completa dei 2.279 sonetti belliani: quattro volumi monumentali e carestosi della collana I Millenni (pp. cixxvii - 5038; euro 240).
"È la prima vera edizione critica e commentata. Ogni sonetto è accompagnato da un micro-saggio. È stata poi rigorosamente ristabilita la successione cronologica, mentre in appendice sono raccolte varianti e correzioni, più i sonetti incompiuti e le poesie romanesche composte in metro diverso" spiega Gibellini. Bresciano, 73 anni, è da mezzo secolo che marca stretto il Belli. "Da quando, nel '68, mi laureai a Pavia con una tesi su di lui discussa con Dante Isella. In realtà all'epoca simpatizzavo di più per il "progressista" Carlo Porta" racconta. "In Belli vedevo il docile funzionario pontificio, pessimista, un po' vile. Col tempo mi sono reso conto che è autore di ben altra grandezza rispetto al milanese. È uno dei tre-quattro vertici della poesia italiana di tutti i tempi".
Francamente pensavamo che, riscattato da studiosi del calibro dei Vigolo, dei Muscetta, degli Almansi, dei Teodonio, Belli fosse ormai al sicuro nella classicità. Credevamo che la damnatio di un GGB diminuito a - seppur formidabile - scrittore folkloristico, satirico, licenzioso, anticlericale fosse finita da un pezzo. Il curatore Gibellini ci comunica che non è così: "Nelle università è ancora poco studiato". Parola di ex accademico. Nel saggio introduttivo lui lo definisce "moderno Dante": "Il romanesco è il suo "volgare", e come l'autore della Commedia è un poeta-profeta che scruta lucidamente nella realtà del proprio tempo, un'epoca crepuscolare, di transizione e grandi sconvolgimenti. Come Dante è poi anche lui un cristiano-razionalista, la differenza è che alla fine in Belli il dubbio prevale sulla fede: sta qui la sua modernità". Una modernità infernale.
Nel Saggio sul Belli - tra i più grandi testi critici mai scritti in italiano - Giorgio Vigolo fu il primo a mettere in rilievo la "demonologia" di GGB, leggendo i Sonetti quasi come Fiori del male della romanità. In Belli, riteneva Vigolo, il "diabolico" è lo scarto, il rifiuto, il rimosso dalla civiltà e dalla coscienza, è "tutto ciò che è stato negato (scacciato, condannato, escluso o maledetto) fuori di noi o dentro di noi". Perciò la scelta del dialetto è immersione speleologica nel parlato di una plebe reietta e mai raccontata, ma allo stesso tempo discesa negl'inferi di Sé. In questa chiave, la vexata quaestio su chi sia a parlare nei Sonetti, se il poeta o il popolano che questi intende ritrarre, diventa un interrogativo ozioso. Calandosi nel primordio della "lalìa" popolare e dell'immaginario plebeo Belli scoperchia le oscurità del proprio Io profondo: rabbia, eros, stupore, pulsioni di vendetta... insomma tutto quel che potremmo impacchettare nel concetto di "irrazionale". Il vernacolo funziona come una specie di "inconscio" della lingua. È una "trance" liberatoria.
Nei momenti di massimo invasamento versificatorio GGB può scrivere fino a dodici sonetti al giorno. I testi fermentano dalla suggestione che può scatenare in lui un singolo vocabolo dialettale oppure da scene osservate per strada, discorsi orecchiati nelle osterie, fatti di attualità. "Gli capitava" spiega Gibellini, "di girare per Roma col taccuino come un cronista". Un magnetofono in pelle umana. Fra settembre e dicembre del 1831 compone duecento poesie. Tra il gennaio '32 e il giugno '37 altre 1.700. È una macchina. Ma una macchina felice. Dopo le ristrettezze patite in gioventù, è riuscito a sposarsi bene. Mantiene l'impiego da travet al Pontificio Ufficio del Bollo e del Registro, però l'agio gli consente di viaggiare. Trova Napoli insopportabile ("Troppo fracasso"), Firenze noiosetta, invece è stregato da Milano, "città benedetta" che "pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti". E poi Marche, Umbria. Quel gretto paesone che è Roma - Romaccia "porca", "stalla e chiavica der Monno" - riesce a metterlo a fuoco soltanto allontanandosene. Allo stesso modo, tutto il malessere esistenziale che lo rode Belli può oggettivarlo su pagina solo per distacco, ossia in una condizione materiale di benessere. Appena l'agiatezza evapora, anche la produzione poetica si affloscia.
"E cquì a Rroma sce sto pperché oggni raggno/ È attaccato e vvô bbene a la su' tela" fa dire al popolano. Ma anche lui è incatenato all'Urbe. Non può liberarsene. Salvo qualche terrificante istantanea dell'Agro romano non c'è praticamente paesaggio nei Sonetti. Solo città. Ossessiva. Claustrofobica. Unica "natura" è il popolo. Pur senza intenerimenti rousseauiani, alla plebe dei ladri, delle mignotte, dei becchini, delle sante-bambine, degli stupratori, dei galeotti, dei boia, Belli annette comunque una verità incorrotta, che come ogni verità non è né buona né cattiva: è la verità e punto. E non la puoi fermare. Perché "La Verità è ccom'è la cacarella,/ che cquanno te viè ll'impito e tte scappa/ hai tempo, fijja, de serrà la chiappa/ e stòrcete e ttremà ppe rritenella./ E accusí, ssi la bbocca nun z'attappa,/ la Santa Verità sbrodolarell / t'essce fora da sé dda le bbudella". Lo spietato disincanto del realismo annulla ogni tentazione populistica. E - come è stato notato - in rottura con le idealizzazioni romantiche, la sua Roma prelude già alla città deformata in senso espressionista degli Scipione, dei Gadda, dei Pasolini, dei Fellini. Ma alla fine, dietro la maschera cinica, il poeta-giudice assolve chiunque. Quanto a virtù teologali, GGB è un nichilista cristiano dalla fede cigolante, privo di speranza, ma dotato di carità a sfascio. Misericordia per tutti: tanto nasciamo tutti "impastati de mmerda e dde monnezza". Nella sua teologia perfino Satana è perdonato come un povero diavolo, come "quer povero cristiano der demonio".
Per quanto sia uomo coltissimo e divorato da mille curiosità intellettuali Belli non vuole fare letteratura. È per questo - osservava ancora Vigolo - che si "reclude", si "seppellisce vivo" nel dialetto. Per immunizzarsi da ogni letterarietà. In un appunto etimologico annotava: ""Turbare", "turbamento", "mente turbata", "turbolento" etc. etc... La turba o il popolazzo n'è la radice. Tutto ciò che è confuso, disordinato, inconseguente, instabile, è prerogativa della turba, del popolo". La plebe è caos, e di quel caos il dialetto è voce torrenziale, perciò va bloccato nella gabbia del sonetto che ha quattordici endecasillabi per sbarre.
"Le poesie di Belli" ricorda Gibellini, "sono scritte più per l'orecchio che per l'occhio, più che lette vanno recitate". È quanto faceva il "sor Peppe" in memorabili reading per pochi adepti, nel corso dei quali "metteva in capo un berrettino di seta nera, che durante la recitazione veniva rigirato sul cranio" riferiva un testimone. "Non era possibile non smascellarsi dalle risa, sopra tutto per la serietà a cui atteggiava il suo volto sbarbato sul quale invano avresti aspettato un sorriso".
Nella Roma papalina la notorietà di Belli - che in vita pubblica una sola poesia in dialetto - scorre carsica, ma i fan lo adorano come affiliati di una setta iniziatica. Circolano sonetti "piratati", mandati a memoria o trascritti sottobanco durante le sue declamazioni. Quasi dei "bootleg". E fioccano pure gli apocrifi, scritti "alla maniera di". Qualcuno ha sospettato che nel regime censorio dello Stato pontificio GGB fosse segretamente tollerato come una sorta di giullare. Giullare tragico. Sin dai primi componimenti giovanili in italiano (i versi in lingua sono più numerosi di quelli in romanesco) è assillato dai temi della morte, della caducità, del Tempus fugit: "Er tempo, fija, è ppeggio d'una lima./ Rosica sordo sordo e tt'assottijja/ che ggnisun giorno sei quella de prima". La tanto discussa "svolta" che in vecchiaia lo vede migrare da idee moderatamente liberali a posizioni reazionarie, misoneiste, e diventare addirittura censore pontificio agli spettacoli teatrali, non è in fondo che l'ultima metamorfosi del terrore di vivere che Belli si porta appresso da sempre. Ha paura della Storia, paura che le cose cambino, svaniscano, e si sigilla nel conservatorismo, nel guscio degli affetti familiari, delle abitudini, delle tradizioni. E a 72 anni muore fulminato da un ictus mentre in un pomeriggio d'inverno si aggira, come al solito, "con uno scialletto sulle spalle e lo scaldino tra le mani", "attorno al tavolo dove i nipotini facevano i compiti".
Lungo Corso Vittorio, là dove sorgeva l'ultima casa, la lapide che lo ricorda è resa illegibile dalla fuliggine. A Trastevere - quartiere nel quale lui non abitò mai - il monumento all'uomo che definì i suoi sonetti "Monumento di quello che è oggi la plebe di Roma" non se la passa meglio: ai piedi, una corona d'alloro rinsecchito; nelle aiuole, stracci, lattine e "mmerda" arrostita dal sole.
Sul Venerdì del 14 settembre 2018