Ma da noi mancano soldi e amore
Tomaso Montanari , di TOMASO MONTANARIIn Italia trionfa il "fast food dell'arte" e le mostre di rilievo sono sempre più rare. Ma è l'intero patrimonio culturale a essere trascurato
Vi rammaricate che l'Italia non sia più capace di generare mostre paragonabili a quelle di Londra o di New York? Guardatevi intorno: e contate tutte le chiese monumentali, i palazzi, le collezioni permanenti della vostra città in cui non avete mai messo piede. L'Inghilterra, gli Stati Uniti, la Germania e per certi versi perfino la Francia sono Paesi consumatori d'arte antica: per vederne di nuova devono per forza organizzare mostre. Ma l'Italia è il più grande produttore di tutto questo: e il suo territorio è la più stupefacente mostra che si possa immaginare.
Purtroppo questa "mostra" è piena di voragini, stanze chiuse, sale scoperchiate: pensate alla chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il cui tetto è venuto giù il 30 agosto scorso. O alle macerie del terremoto dell'Italia centrale: tra le quali sono ancora conficcati frammenti di affreschi che nessuno ha salvato. Per non par…
Purtroppo questa "mostra" è piena di voragini, stanze chiuse, sale scoperchiate: pensate alla chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il cui tetto è venuto giù il 30 agosto scorso. O alle macerie del terremoto dell'Italia centrale: tra le quali sono ancora conficcati frammenti di affreschi che nessuno ha salvato. Per non par…
Vi rammaricate che l'Italia non sia più capace di generare mostre paragonabili a quelle di Londra o di New York? Guardatevi intorno: e contate tutte le chiese monumentali, i palazzi, le collezioni permanenti della vostra città in cui non avete mai messo piede. L'Inghilterra, gli Stati Uniti, la Germania e per certi versi perfino la Francia sono Paesi consumatori d'arte antica: per vederne di nuova devono per forza organizzare mostre. Ma l'Italia è il più grande produttore di tutto questo: e il suo territorio è la più stupefacente mostra che si possa immaginare.
Purtroppo questa "mostra" è piena di voragini, stanze chiuse, sale scoperchiate: pensate alla chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il cui tetto è venuto giù il 30 agosto scorso. O alle macerie del terremoto dell'Italia centrale: tra le quali sono ancora conficcati frammenti di affreschi che nessuno ha salvato. Per non parlare delle centinaia di chiese di Napoli, chiuse e saccheggiate. Ebbene: davvero abbiamo bisogno di fare mostre? O non avremmo invece bisogno di salvare, tutelare, conservare, conoscere ciò che già forma la mostra permanente, allestita lungo millenni gloriosi, che si chiama Italia?
Paradossalmente, la ragione per cui da noi non ci sono, se non raramente (e semmai sempre in coproduzione con musei stranieri), mostre davvero importanti è la stessa per la quale il "patrimonio storico e artistico della nazione" (art. 9 Cost.) ci crolla letteralmente sulla testa. E quella ragione è la lunghissima, scandalosa, distruttiva assenza di investimenti sul patrimonio: mancano soldi. E non solo i soldi direttamente investiti in progetti: prima ancora mancano i soldi investiti in assunzione di giovani archeologi e storici dell'arte. E di restauratori, archivisti, bibliotecari: e di molte altre figure cruciali per salvare e far conoscere la nostra tanto celebrata bellezza.
Il patrimonio è come un enorme repertorio musicale, un mucchio di spartiti di ogni tempo inestricabilmente connessi tra loro: se quegli spartiti non sono curati, conservati e soprattutto eseguiti sono inutili, inerti. Morti.
Ed è proprio ciò che succede: il tetto della chiesa di Roma crolla per la stessa ragione per cui a Roma non si fa da anni una mostra degna di questo nome. Perché manca la cura, e direi l'amore, della politica e in generale della classe dirigente italiana, per la nostra storia dell'arte.
Naturalmente ciò non vuol dire che il cartellone delle mostre italiche sia vuoto: anzi, non è mai stato così assurdamente pingue. Ma sono mostre decise da imprese in cerca di fatturato, assessori in cerca di immagine, professori in cerca di visibilità, direttori di giornali in cerca di pubblicità con cui riempire le pagine e spesso da musei in cerca di qualche soldo per restaurare le opere. Uno sterminato fast food dell'arte, senza qualità e senza un progetto. Una continua, scintillante festa da ballo che va in scena in una casa in rovina. L'immagine perfetta di un Paese senza progetto e senza coscienza di se stesso: un sonno della ragione che genera mostre.
Purtroppo questa "mostra" è piena di voragini, stanze chiuse, sale scoperchiate: pensate alla chiesa di San Giuseppe dei Falegnami a Roma, il cui tetto è venuto giù il 30 agosto scorso. O alle macerie del terremoto dell'Italia centrale: tra le quali sono ancora conficcati frammenti di affreschi che nessuno ha salvato. Per non parlare delle centinaia di chiese di Napoli, chiuse e saccheggiate. Ebbene: davvero abbiamo bisogno di fare mostre? O non avremmo invece bisogno di salvare, tutelare, conservare, conoscere ciò che già forma la mostra permanente, allestita lungo millenni gloriosi, che si chiama Italia?
Paradossalmente, la ragione per cui da noi non ci sono, se non raramente (e semmai sempre in coproduzione con musei stranieri), mostre davvero importanti è la stessa per la quale il "patrimonio storico e artistico della nazione" (art. 9 Cost.) ci crolla letteralmente sulla testa. E quella ragione è la lunghissima, scandalosa, distruttiva assenza di investimenti sul patrimonio: mancano soldi. E non solo i soldi direttamente investiti in progetti: prima ancora mancano i soldi investiti in assunzione di giovani archeologi e storici dell'arte. E di restauratori, archivisti, bibliotecari: e di molte altre figure cruciali per salvare e far conoscere la nostra tanto celebrata bellezza.
Il patrimonio è come un enorme repertorio musicale, un mucchio di spartiti di ogni tempo inestricabilmente connessi tra loro: se quegli spartiti non sono curati, conservati e soprattutto eseguiti sono inutili, inerti. Morti.
Ed è proprio ciò che succede: il tetto della chiesa di Roma crolla per la stessa ragione per cui a Roma non si fa da anni una mostra degna di questo nome. Perché manca la cura, e direi l'amore, della politica e in generale della classe dirigente italiana, per la nostra storia dell'arte.
Naturalmente ciò non vuol dire che il cartellone delle mostre italiche sia vuoto: anzi, non è mai stato così assurdamente pingue. Ma sono mostre decise da imprese in cerca di fatturato, assessori in cerca di immagine, professori in cerca di visibilità, direttori di giornali in cerca di pubblicità con cui riempire le pagine e spesso da musei in cerca di qualche soldo per restaurare le opere. Uno sterminato fast food dell'arte, senza qualità e senza un progetto. Una continua, scintillante festa da ballo che va in scena in una casa in rovina. L'immagine perfetta di un Paese senza progetto e senza coscienza di se stesso: un sonno della ragione che genera mostre.