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Presentazione di Gesù al tempio di Giovanni Bellini (1474 circa) 

Londra riscopre Mantegna e Bellini

Cento opere da tutto il mondo, sei anni di lavoro, un investimento di milioni di sterline: così la National Gallery ha messo a confronto due giganti (italiani) del '400. Un evento culturale come da noi non se ne vedono (quasi) più. Ve lo presentiamo in anteprima
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LONDRA. I maghi del legno hanno intagliato cornici e pilastri che cingeranno alcuni dei Trionfi di Cesare di Andrea Mantegna: sagome enormi, di quasi tre metri per tre, decorate con un motivo a foglie e riccioli, simile a quello dell'originale quattrocentesco. Ci vuole una cornice importante per rifinire il maestoso corteo di carri, trofei, elefanti e trombettieri che celebra la vittoria del condottiero sulla Gallia. E ora i doratori stanno rivestendo quegli intagli con foglia d'oro zecchino. Per terra, un tappeto di trucioli e segatura; intorno, campionari di dorature, scalpelli, sgorbie, bulini, lime, trapani; sui muri, le riproduzioni di altri dipinti che attendono d'essere incorniciati. Sempre e solo riadattando o imitando pezzi d'epoca, come quelli conservati nel magazzino qui accanto, dove centinaia di antiche cornici aspettano il loro turno, orbite vuote appese al soffitto e ai muri, o impilate, inscatolate, riposte in speciali rastrelliere. Il reparto della Nat…
LONDRA. I maghi del legno hanno intagliato cornici e pilastri che cingeranno alcuni dei Trionfi di Cesare di Andrea Mantegna: sagome enormi, di quasi tre metri per tre, decorate con un motivo a foglie e riccioli, simile a quello dell'originale quattrocentesco. Ci vuole una cornice importante per rifinire il maestoso corteo di carri, trofei, elefanti e trombettieri che celebra la vittoria del condottiero sulla Gallia. E ora i doratori stanno rivestendo quegli intagli con foglia d'oro zecchino. Per terra, un tappeto di trucioli e segatura; intorno, campionari di dorature, scalpelli, sgorbie, bulini, lime, trapani; sui muri, le riproduzioni di altri dipinti che attendono d'essere incorniciati. Sempre e solo riadattando o imitando pezzi d'epoca, come quelli conservati nel magazzino qui accanto, dove centinaia di antiche cornici aspettano il loro turno, orbite vuote appese al soffitto e ai muri, o impilate, inscatolate, riposte in speciali rastrelliere. Il reparto della National Gallery che restituisce incorniciature nobili ai capolavori del passato è uno degli ultimi laboratori ad hoc rimasti nei musei inglesi. Una bottega artigiana come ai tempi di Mantegna, oggi governata da Peter Schade, che iniziò come apprendista a 16 anni e dopo 28 è ancora qui, fuori dal tempo.

E ora c'è un gran daffare: il 1° ottobre aprirà alla National Gallery una delle più importanti mostre degli ultimi tempi, con prestiti eccezionali in arrivo, ed è iniziato l'allestimento. Mantegna e Bellini, curata da Caroline Campbell, che alla Gallery è direttrice delle Collezioni e della Ricerca, sarà la prima grande mostra interamente dedicata ai rapporti tra i due maestri del Rinascimento, con un centinaio di dipinti e disegni provenienti da tutta Europa, dagli Stati Uniti, dal Brasile, accostati fra loro nelle sale del museo di Londra fino al 27 gennaio, per poi passare, da marzo a giugno, alla Gemäldegalerie di Berlino.

Un evento d'eccezione. Un singolare cortocircuito tra due giganti del Quattrocento italiano. Italiano, appunto. Perché questa sfida inedita avviene al di là della Manica anziché nelle terre che furono dei dogi e dei Gonzaga, dove i due artisti sono nati e svettati? Certo, il grosso dei loro dipinti è da tempo esule nel Nord Europa. Ma non basta. Dietro a questa esposizione londinese c'è anche una regia imponente: sei anni di lavoro (contro i due-tre di solito necessari per organizzare mostre anche importanti); molte decine di specialisti impegnati per anni in studi meticolosi delle opere, in trattative elaborate e pazienti con chi ha prestato i capolavori, in restauri, in patteggiamenti con le assicurazioni... E le regie grandiose richiedono fondi ingenti, produttori illuminati (pubblici e privati), macchine organizzative oliate alla perfezione... Così come il coraggio di non confondere qualità e spettacolo, valore scientifico e successo di pubblico. Spesso l'alchimia è riuscita anche in Italia. Oggi però meno di un tempo.

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Perciò siamo andati a Londra a scoprire come all'estero si crea ancora una mostra-monstre. A frugare nei segreti del congegno sofisticato e complesso che l'ha resa possibile. Offrendo un'occasione unica di mettere a confronto due artisti cruciali nello sviluppo della storia dell'arte: pittori molto diversi tra loro, che diventando cognati - Mantegna sposa la sorellastra di Bellini - avviano uno stretto dialogo creativo che durerà negli anni, fatto di ammirazione, rispetto, competizione, stimoli.

"Andrea Mantegna, impetuoso figlio di un falegname, si fa strada da solo in una città raffinata e creativa come Padova, che ruota intorno all'università e offre agli artisti una posizione di primo piano nel fervore degli studi, orientati verso la riscoperta dell'antichità classica" spiega Caroline Campbell. "Mantegna diventa il genio intellettuale che a colpi di pennello riesce a far sembrare vero l'incredibile, come nelle decorazioni illusionistiche della Camera degli sposi a Mantova: il gigante che influenzerà artisti come Raffaello, Rubens e perfino Degas, che quattro secoli dopo passerà ore a copiarlo nelle sale del Louvre. Mentre Giovanni Bellini è figlio d'arte: anche il padre Jacopo e il fratello Gentile sono celebrità della scuola veneziana, in un'epoca in cui si tiene testa alla concorrenza compattandosi in botteghe familiari. Ed è un uomo pacato: l'archetipo del pittore paesaggista, maestro del colore e della luce. Con lui il paesaggio smette di essere sfondo per passare al centro della rappresentazione, trasmettere emozioni, raccontare storie. Il che segnerà profondamente Tiziano, Tintoretto, Veronese, giù giù fino a Canaletto e Bellotto".

Due titani distanti che a un tratto si incontrano. Quando nel 1453 il talentuoso pittore padovano sposa Nicolosia Bellini, viene accolto nella più prestigiosa dinastia artistica della Serenissima e inizia a condividere con il cognato idee, motivi, tecniche. Vive a Padova, sì, ma la città è solo a due ore di barca da Venezia. "La prima parte della mostra evidenzia gli anni del loro scambio creativo più stretto, subito dopo il matrimonio, sottolineando i punti di contatto: il diverso approccio a composizioni quasi identiche", continua Campbell. "La seconda parte, che copre il periodo in cui Mantegna si trasferisce a Mantova come pittore di corte dei Gonzaga e i due prendono strade diverse, marca piuttosto le divergenze dal 1460 in poi. Anche se continuano ad affiorare echi e temi comuni. Come nelle due tavole che raffigurano la Presentazione di Gesù al Tempio, così simili e così diverse, già accostate qualche mese fa dalla Fondazione Querini Stampalia di Venezia: la versione di Bellini segue di vent'anni quella del cognato, ma è basata su un suo cartone. Per arrivare addirittura a un'opera a quattro mani: quella Continenza di Scipione che Mantegna lasciò incompiuta nel suo studio, morendo in povertà nel 1506, e Bellini portò a termine per lui".

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È probabile che un'altra chance di avvicinare i due Maestri in una regia da kolossal non si ripeta mai più. Anche per la rarità di certi prestiti. Come gli straordinari lavori su carta concessi dal British Museum, troppo delicati per muoversi in più di un'occasione e anche a casa loro raramente esposti al pubblico, perché particolarmente sensibili alla luce: l'Album di Jacopo Bellini, ad esempio, in cui il pater familias schizzò idee e soggetti a modello dei lavori della sua bottega, è stato prestato una sola volta negli ultimi cento anni. Non a caso l'impareggiabile show nasce proprio dalla collaborazione della National Gallery con il British Museum e i Musei Statali di Berlino: gli scrigni d'arte che forniscono il nucleo portante della mostra e le numerosissime persone che ci hanno lavorato (una quarantina, a contare solo i dipendenti della National Gallery).

"L'idea di quest'avventura risale al 2012", racconta Campbell. "Ma la mia infatuazione per Bellini a molti anni prima: a quando adolescente sbarcai a Londra dall'Irlanda del Nord, dove di grande arte se ne vedeva ben poca, e scoprii l'artista da un manifesto. Mai visto nulla di così bello: cercai l'originale e, folgorata, sognai di rintracciare tutti i Bellini esistenti".

Ma desiderare un prestito non significa ottenerlo: l'opera può essere inamovibile o già impegnata in un'altra mostra o d'importanza strategica per una collezione che non intende privarsene... Quindi si avviano incontri su incontri per vagliare la fattibilità del progetto: "In Italia condotti da un comitato scientifico, in Inghilterra dal solo curatore, che preferisce basarsi sui propri rapporti personali e tastare il terreno in via informale, per scoprire su quali prestiti può contare", chiarisce Campbell. "E solo quando i sogni si fanno più realistici, si avvia una nuova, lunghissima fase di colloqui ufficiali, per negoziare le condizioni del prestito". Insomma, anni di viaggi, incontri, scontri, proposte, rettifiche, do ut des... In cui quel che conta è il prestigio del curatore e del museo.

A volte i prestatori chiedono in cambio il restauro dell'opera prestata (in questo caso non è avvenuto). O un contributo a una propria ricerca in corso. O la promessa di ricevere in sostituzione altre opere: "Scambi dilazionati nel tempo tra grandi musei. Immediati nel caso di piccole collezioni che, privandosi delle loro star, hanno bisogno di sostituire le attrazioni assenti. Lo Statens Museum di Copenhagen, ad esempio, ci invia una Pietà di Mantegna che è la sua gemma; il Musée des Beaux-Arts di Besançon, che ha appena riaperto dopo il restauro, si priva dell'Ebbrezza di Noè del Bellini... A ciascuno inviamo un adeguato rimpiazzo". E tutto questo viavai di progetti stimola indagini e scoperte: la mano di Bellini è riaffiorata nell'Uccisione di San Pietro martire, quando la National Gallery ha rimosso l'invadenza di un restauro ottocentesco; la Discesa di Cristo, nel limbo di un museo di Bristol, si è rivelata, grazie ai raggi infrarossi, un Bellini originale (basato su un disegno di Mantegna), anziché una copia...

Costo della mostra? La curatrice glissa con inesorabile garbo inglese: "Impossibile calcolarlo con precisione: gli stipendi dei dipendenti, ad esempio, vanno considerati o meno?" Si tratta certo di un'operazione da milioni di euro, ma lo Stato inglese è più illuminato del nostro nel concedere fondi alla cultura e il mecenatismo privato ha qui una tradizione più consolidata. Quanto al tema spinoso dei costi e delle clausole di assicurazione e trasporto delle opere, altro tabù: "Questioni di sicurezza: i dipinti sono in viaggio". Certo scortati da esperti (a volte anche da guardie armate), che sovrintendono alla loro incolumità fino all'approdo. "Posso dire che sarebbe impossibile fare alcunché senza il Government Indemnity Scheme, la copertura assicurativa garantita dallo Stato alle opere d'arte in prestito". Che esiste anche in Italia, ma ha un percorso ben più impervio.

È quasi banale dire che certe strade sono più scorrevoli oltremanica. La National Gallery ha perfino un'azienda interna che realizza le sue attività commerciali, dalla pubblicazione del catalogo alla produzione dei gadget in vendita (T-shirt e bigiotteria d'ispirazione mantegnesca e belliniana). E ha un suo Creative Studio che garantisce il marketing e l'allestimento della mostra: very British, ovvero più sobrio e minimalista che mai, per esaltare lo splendore dei maestri.
"È una fase magica quella dell'installazione delle opere: sei finalmente sola (o quasi) con i capolavori dei tuoi sogni", conclude Campbell. "La sfida è farli dialogare, sprigionare emozioni. Pur con le mani legate: i negoziati con i prestatori hanno già stabilito l'esatta posizione di ciascuno di loro. Che non può essere modificata neanche di centimetri".