Il broker di Wall Street ha ancora una fame da lupo
Vittorio Zucconi , di VITTORIO ZUCCONIEsattamente dieci anni fa il nostro inviato raccolse la testimonianza di un dipendente della Lehman Brothers appena fallita. Che fa oggi? "Tutto ok. Anzi, le dirò: mi va meglio di prima"
"Sono un sopravvissuto al naufragio delle scatole di cartone. Ci sentimmo dieci anni or sono, forse qualcuno si ricorda. Sono uno di quelli che il 15 settembre del 2008 guardavano da un grattacielo di Times Square a Manhattan il mondo della finanza, delle banche, della Borsa, dell'economia mondiale, della vita quotidiana affondare nell'oceano di cartaccia senza più valore che anche io avevo contribuito a creare. Dieci anni dopo sono ancora qui, alla finestra di un piano più alto perché ho fatto carriera, a guardare le stesse strade, la stessa umanità, la stessa Borsa e la stessa finanza che si stanno gonfiando di carta, illusioni, ricchezza a credito, pronta a scoppiare.
Sono uno dei "cattivi", dei predator di Wall Street, degli speculatori, uno dei "poteri forti" che ogni giorno devono muovere miliardi dentro e fuori Borse, fondi, hedge, complicatissimi prodotti finanziari che neppure capisco, costruiti da genietti ventenn…
Sono uno dei "cattivi", dei predator di Wall Street, degli speculatori, uno dei "poteri forti" che ogni giorno devono muovere miliardi dentro e fuori Borse, fondi, hedge, complicatissimi prodotti finanziari che neppure capisco, costruiti da genietti ventenn…
"Sono un sopravvissuto al naufragio delle scatole di cartone. Ci sentimmo dieci anni or sono, forse qualcuno si ricorda. Sono uno di quelli che il 15 settembre del 2008 guardavano da un grattacielo di Times Square a Manhattan il mondo della finanza, delle banche, della Borsa, dell'economia mondiale, della vita quotidiana affondare nell'oceano di cartaccia senza più valore che anche io avevo contribuito a creare. Dieci anni dopo sono ancora qui, alla finestra di un piano più alto perché ho fatto carriera, a guardare le stesse strade, la stessa umanità, la stessa Borsa e la stessa finanza che si stanno gonfiando di carta, illusioni, ricchezza a credito, pronta a scoppiare.
Sono uno dei "cattivi", dei predator di Wall Street, degli speculatori, uno dei "poteri forti" che ogni giorno devono muovere miliardi dentro e fuori Borse, fondi, hedge, complicatissimi prodotti finanziari che neppure capisco, costruiti da genietti ventenni freschi di lauree in matematica che compilano programmi costruiti per rispondere sempre alla stessa domanda: come fare più soldi coi soldi. Li muovo perché me lo ordinano, perché questa è la natura della bestia che se si ferma muore: nel suo ventre ci sono miliardari insaziabili, azionisti famelici, ma anche casalinghe disperate, artigiani, agenti di polizia, pensionati, operai, impiegati, nazioni, che dal rendimento di quei fondi dipendono per vivere. O per morire.
E ve lo dico subito: in questi dieci anni, non è cambiato niente, soprattutto ora che una nuova amministrazione alla Casa Bianca, quella guidata da un affarista di New York circondato da ministri e consiglieri che vengono proprio da questi stessi grattacieli di carta a Manhattan, ci ha sciolto anche le lasche briglie che l'amministrazione Obama e il Dodd-Frank Act avevano tentato di imporci. Niente è cambiato perché non è cambiata, e non cambierà mai, la natura di quella umanità che vedo scivolare venti piani di sotto sui marciapiedi di Broadway e che è sempre mossa dalle due forze opposte di fear e greed, della paura di perdere e della ingordigia di avere di più. Tutti vogliono guadagnare, tutti hanno paura di perdere. E io sono in mezzo, per servirli. Le agenzie governative, come la Securities and Exchange Commission che dovrebbe sorvegliare i mercati, ci tengono d'occhio, ci fanno fare esami per rinnovare le licenze, tutti al Madison Square Garden a fare quiz e compitini, ma oggi il governo ce lo strizza quell'occhio. Il Presidente vuole che l'indice di Borsa salga, per sperare di essere rieletto, e noi lo spingiamo in su, sempre più in su.
Guadagno di più, rispetto a quel settembre terribile di dieci anni or sono, perché, in questo oceano, chi non affoga naviga. Mi sembra incredibile essere dove sono, se ripenso alla mattina in cui la Lehman Brothers - per la quale avevo lavorato fino a pochi mesi prima, scappando quando mi era sembrato chiaro che là si rischiava l'osso del collo per ingordigia - crollò e lasciò dietro di sè un buco di 625 miliardi di dollari, più del bilancio del Pentagono. Non credo alla mia fortuna, se ricordo le ore nello spazio aperto del mio piano guardando i colleghi, giovani o anziani, maschi e femmine, chiamati a uno a uno dal nostro boss per ricevere la pink slip, il talloncino rosa, come diciamo noi, la notifica dl licenziamento. Eravamo più di cinquanta e tutti ci aspettavamo la nota rosa, anche io che allora ero un capetto.
Entravano dal boss, uscivano senza dire niente e senza dire goodbye a nessuno, riempivano la loro scatola di cartone con le solite foto del matrimonio, dei figli al mare, della bambina in braccio, della palla da baseball autografata da un campione, delle mentine tenute nel cassetto per rinfrescare l'alito, delle scarpe comode che le donne calzavano per tornare a casa dopo sette ore di tortura sui tacchi, dei trucchi, dei kleenex e via per strada. Fino a quando vidi uscire dal suo ufficio anche il "boss", con la faccia impietrita e la sua scatolona e mi chiamò il boss del boss, due piani sopra per dirmi che ero diventato io, il boss. Ma che avrei dovuto fare con dodici persone il lavoro che prima era fatto con cinquanta e - ricordo quelle parole come fosse oggi - "dovrai scordarti di avere una casa, una moglie e due figli".
Furono quasi 300 mila i naufraghi delle scatole di cartone, quelli come me che nel mondo americano della finanza persero il lavoro fra quel giorno e il 2012, quando la bestia - nutrita dai soldi del governo, che aveva deciso che eravamo too big to fail, troppo grossi per saltare in aria senza distruggere tutta l'economia americana e del resto del mondo - la ingozzò, e oggi il vento è cambiato, la marea di carta è risalita. La Borsa fa record quasi ogni giorno. La paura di perdere è sommersa dalla voglia di avere e i miliardi che i regali fiscali del governo hanno fatto alle corporation tornano a fluire dietro le nostre pareti di cristallo. I nostri "bonus", la quota che a fine anno mi assegnano e che devo distribuire ai miei, che si era ridotta a spiccioli, torna a gonfiarsi, e la media, qui a New York, dico la media, si avvicina ai 200 mila dollari, oltre lo stipendio. Faccio camionate di profitti per la "ditta" e come ricompensa il super mega boss mi chiama e mi spiega che, visto che ho fatto 100 in questo trimestre, si aspetta che faccia 120 nel prossimo. Semplice, no?
I ragazzi e le ragazze che dieci anni fa mi imploravano per avere un lavoro con qualsiasi stipendio, anche un decimo di quello che guadagnavano prima, giusto per pagare le rate del leasing per le loro Porsche, Bmw, Mercedes, Audi, Lexus, ora arrivano con il naso all'insù e dopo pochi mesi, senza prendersi la briga di riempire cartoni, passano a un altro grattacielo per il doppio della paga e del bonus previsto. Qualcuno tra i più vecchi, uomini e donne di 40 anni - che qui sono vecchi - lascia la trappola di cristallo e di carta per fuggire e tornare al mondo. Un avvocato è andato a insegnare in un liceo pubblico per una cifra annuale che qui avrebbe incassato in una settimana. Una maga degli algoritmi con lauree a Stanford e al Mit è andata a insegnare in una scuola elementare, dove due per due fa ancora quattro. Un milionario geniale che capiva mesi in anticipo dove sarebbe andata la Borsa è scappato in Wyoming per fare la guida ai suoi ex clienti che vanno a pescare le trote e assicurarsi che le rilascino se le acchiappano e non facciano troppi danni all'ambiente.
Anche io vado per una settimana all'anno a pescare la trota iridea nei torrenti del Far West, dove neppure il più sofisticato degli smartphone trova segnale, e ci porto mio figlio, che è diventato un teenager senza che me ne accorgessi. Si deve essere pazienti, per pescare, attendere, consumare ore e ore senza prendere niente, perché le trote sono più caute e meno ingorde degli umani. Ma so che tra dieci anni non sarò più dentro il trappolone di cristallo, perché sono troppo vecchio, nei miei quarant'anni, e dunque troppo costoso per un lavoro che un giovane potrebbe fare a minor prezzo di me. Non farò la fine del mio vicino di casa, qui nei sobborghi del New Jersey, che si sveglia ogni mattina alle quattro, come faccio io per battere la corsa dei topi nei tunnel dello Hudson verso Manhattan, e lui continua a fare anche dopo essere stato buttato via nel mare di carta. Guarda quelli che avviano l'auto e vanno dove lui non andrà più, giusto per sentirsene ancora parte.
Sono stato fortunato, e molto. Avevo lavorato in una delle Torri Gemelle, venni trasferito a Times Square prima dell'orrore. Sono sopravvissuto a un altro settembre, che non ha fatto una strage visibile, ma ha distrutto milioni di vite risucchiate nella rovina. Ma so che non sopravviverei alla prossima, inevitabile bufera, che la marcia della follia finanziaria sta avvicinando, come quelle del passato. Non mi sento in colpa, perché so di essere l'effetto, non la causa, dell'eterna, umanissima illusione di poter avere qualche cosa in cambio di niente, che esista una pietra filosofale capace di trasformare mille dollari in un milione semplicemente affidandoli a noi, senza altra fatica che picchiettare sulla tastiera di un computer. Grazie e buona fortuna a tutti, con un consiglio gratuito: ricordate che se una cosa sembra troppo bella per essere vera, non è vera".
Sul Venerdì del 14 settembre 2018
Sono uno dei "cattivi", dei predator di Wall Street, degli speculatori, uno dei "poteri forti" che ogni giorno devono muovere miliardi dentro e fuori Borse, fondi, hedge, complicatissimi prodotti finanziari che neppure capisco, costruiti da genietti ventenni freschi di lauree in matematica che compilano programmi costruiti per rispondere sempre alla stessa domanda: come fare più soldi coi soldi. Li muovo perché me lo ordinano, perché questa è la natura della bestia che se si ferma muore: nel suo ventre ci sono miliardari insaziabili, azionisti famelici, ma anche casalinghe disperate, artigiani, agenti di polizia, pensionati, operai, impiegati, nazioni, che dal rendimento di quei fondi dipendono per vivere. O per morire.
E ve lo dico subito: in questi dieci anni, non è cambiato niente, soprattutto ora che una nuova amministrazione alla Casa Bianca, quella guidata da un affarista di New York circondato da ministri e consiglieri che vengono proprio da questi stessi grattacieli di carta a Manhattan, ci ha sciolto anche le lasche briglie che l'amministrazione Obama e il Dodd-Frank Act avevano tentato di imporci. Niente è cambiato perché non è cambiata, e non cambierà mai, la natura di quella umanità che vedo scivolare venti piani di sotto sui marciapiedi di Broadway e che è sempre mossa dalle due forze opposte di fear e greed, della paura di perdere e della ingordigia di avere di più. Tutti vogliono guadagnare, tutti hanno paura di perdere. E io sono in mezzo, per servirli. Le agenzie governative, come la Securities and Exchange Commission che dovrebbe sorvegliare i mercati, ci tengono d'occhio, ci fanno fare esami per rinnovare le licenze, tutti al Madison Square Garden a fare quiz e compitini, ma oggi il governo ce lo strizza quell'occhio. Il Presidente vuole che l'indice di Borsa salga, per sperare di essere rieletto, e noi lo spingiamo in su, sempre più in su.
Guadagno di più, rispetto a quel settembre terribile di dieci anni or sono, perché, in questo oceano, chi non affoga naviga. Mi sembra incredibile essere dove sono, se ripenso alla mattina in cui la Lehman Brothers - per la quale avevo lavorato fino a pochi mesi prima, scappando quando mi era sembrato chiaro che là si rischiava l'osso del collo per ingordigia - crollò e lasciò dietro di sè un buco di 625 miliardi di dollari, più del bilancio del Pentagono. Non credo alla mia fortuna, se ricordo le ore nello spazio aperto del mio piano guardando i colleghi, giovani o anziani, maschi e femmine, chiamati a uno a uno dal nostro boss per ricevere la pink slip, il talloncino rosa, come diciamo noi, la notifica dl licenziamento. Eravamo più di cinquanta e tutti ci aspettavamo la nota rosa, anche io che allora ero un capetto.
Entravano dal boss, uscivano senza dire niente e senza dire goodbye a nessuno, riempivano la loro scatola di cartone con le solite foto del matrimonio, dei figli al mare, della bambina in braccio, della palla da baseball autografata da un campione, delle mentine tenute nel cassetto per rinfrescare l'alito, delle scarpe comode che le donne calzavano per tornare a casa dopo sette ore di tortura sui tacchi, dei trucchi, dei kleenex e via per strada. Fino a quando vidi uscire dal suo ufficio anche il "boss", con la faccia impietrita e la sua scatolona e mi chiamò il boss del boss, due piani sopra per dirmi che ero diventato io, il boss. Ma che avrei dovuto fare con dodici persone il lavoro che prima era fatto con cinquanta e - ricordo quelle parole come fosse oggi - "dovrai scordarti di avere una casa, una moglie e due figli".
Furono quasi 300 mila i naufraghi delle scatole di cartone, quelli come me che nel mondo americano della finanza persero il lavoro fra quel giorno e il 2012, quando la bestia - nutrita dai soldi del governo, che aveva deciso che eravamo too big to fail, troppo grossi per saltare in aria senza distruggere tutta l'economia americana e del resto del mondo - la ingozzò, e oggi il vento è cambiato, la marea di carta è risalita. La Borsa fa record quasi ogni giorno. La paura di perdere è sommersa dalla voglia di avere e i miliardi che i regali fiscali del governo hanno fatto alle corporation tornano a fluire dietro le nostre pareti di cristallo. I nostri "bonus", la quota che a fine anno mi assegnano e che devo distribuire ai miei, che si era ridotta a spiccioli, torna a gonfiarsi, e la media, qui a New York, dico la media, si avvicina ai 200 mila dollari, oltre lo stipendio. Faccio camionate di profitti per la "ditta" e come ricompensa il super mega boss mi chiama e mi spiega che, visto che ho fatto 100 in questo trimestre, si aspetta che faccia 120 nel prossimo. Semplice, no?
I ragazzi e le ragazze che dieci anni fa mi imploravano per avere un lavoro con qualsiasi stipendio, anche un decimo di quello che guadagnavano prima, giusto per pagare le rate del leasing per le loro Porsche, Bmw, Mercedes, Audi, Lexus, ora arrivano con il naso all'insù e dopo pochi mesi, senza prendersi la briga di riempire cartoni, passano a un altro grattacielo per il doppio della paga e del bonus previsto. Qualcuno tra i più vecchi, uomini e donne di 40 anni - che qui sono vecchi - lascia la trappola di cristallo e di carta per fuggire e tornare al mondo. Un avvocato è andato a insegnare in un liceo pubblico per una cifra annuale che qui avrebbe incassato in una settimana. Una maga degli algoritmi con lauree a Stanford e al Mit è andata a insegnare in una scuola elementare, dove due per due fa ancora quattro. Un milionario geniale che capiva mesi in anticipo dove sarebbe andata la Borsa è scappato in Wyoming per fare la guida ai suoi ex clienti che vanno a pescare le trote e assicurarsi che le rilascino se le acchiappano e non facciano troppi danni all'ambiente.
Anche io vado per una settimana all'anno a pescare la trota iridea nei torrenti del Far West, dove neppure il più sofisticato degli smartphone trova segnale, e ci porto mio figlio, che è diventato un teenager senza che me ne accorgessi. Si deve essere pazienti, per pescare, attendere, consumare ore e ore senza prendere niente, perché le trote sono più caute e meno ingorde degli umani. Ma so che tra dieci anni non sarò più dentro il trappolone di cristallo, perché sono troppo vecchio, nei miei quarant'anni, e dunque troppo costoso per un lavoro che un giovane potrebbe fare a minor prezzo di me. Non farò la fine del mio vicino di casa, qui nei sobborghi del New Jersey, che si sveglia ogni mattina alle quattro, come faccio io per battere la corsa dei topi nei tunnel dello Hudson verso Manhattan, e lui continua a fare anche dopo essere stato buttato via nel mare di carta. Guarda quelli che avviano l'auto e vanno dove lui non andrà più, giusto per sentirsene ancora parte.
Sono stato fortunato, e molto. Avevo lavorato in una delle Torri Gemelle, venni trasferito a Times Square prima dell'orrore. Sono sopravvissuto a un altro settembre, che non ha fatto una strage visibile, ma ha distrutto milioni di vite risucchiate nella rovina. Ma so che non sopravviverei alla prossima, inevitabile bufera, che la marcia della follia finanziaria sta avvicinando, come quelle del passato. Non mi sento in colpa, perché so di essere l'effetto, non la causa, dell'eterna, umanissima illusione di poter avere qualche cosa in cambio di niente, che esista una pietra filosofale capace di trasformare mille dollari in un milione semplicemente affidandoli a noi, senza altra fatica che picchiettare sulla tastiera di un computer. Grazie e buona fortuna a tutti, con un consiglio gratuito: ricordate che se una cosa sembra troppo bella per essere vera, non è vera".
Sul Venerdì del 14 settembre 2018