Vi rispiego Ezra Pound, mio padre
Alessandra Quattrocchi , di ALESSANDRA QUATTROCCHIÈ nata in circostanze romanzesche. E ha vissuto all’ombra di un genitore scomodo e geniale. Mentre esce un suo libro di conversazioni, abbiamo conversato con Mary de Rachewiltz, figlia "italiana" del controverso poeta americano
MERANO (Bolzano). In un giorno del luglio 1925, la tirolese Johanna Marcher veniva ricoverata in una clinica di Bressanone per partorire. Decisione insolita per una contadina, ma si sperava di salvare il bambino da un parto difficile; il cesareo però non fu praticato, e il bimbo morì. Poche stanze più in là, un’altra creatura, Mary, veniva al mondo da tutt’altro ambiente: era figlia della violinista americana Olga Rudge e del poeta americano Ezra Pound, che però era già sposato con la pittrice inglese Dorothy Shakespear, con cui da anni viveva a Rapallo. Per darla alla luce Olga aveva scelto un posto il più possibile fuori mano.
Oggi Mary spiega: «lui non voleva figli, invece mia madre voleva un figlio da lui; ma un figlio, badi bene. Solo che è nata una figlia: e per lei è stato un tale shock che non mi ha voluta». Che fare di questo fagottino illegittimo? Le suore dell’ospedale dissero a Ol…
Oggi Mary spiega: «lui non voleva figli, invece mia madre voleva un figlio da lui; ma un figlio, badi bene. Solo che è nata una figlia: e per lei è stato un tale shock che non mi ha voluta». Che fare di questo fagottino illegittimo? Le suore dell’ospedale dissero a Ol…
MERANO (Bolzano). In un giorno del luglio 1925, la tirolese Johanna Marcher veniva ricoverata in una clinica di Bressanone per partorire. Decisione insolita per una contadina, ma si sperava di salvare il bambino da un parto difficile; il cesareo però non fu praticato, e il bimbo morì. Poche stanze più in là, un’altra creatura, Mary, veniva al mondo da tutt’altro ambiente: era figlia della violinista americana Olga Rudge e del poeta americano Ezra Pound, che però era già sposato con la pittrice inglese Dorothy Shakespear, con cui da anni viveva a Rapallo. Per darla alla luce Olga aveva scelto un posto il più possibile fuori mano.
Oggi Mary spiega: «lui non voleva figli, invece mia madre voleva un figlio da lui; ma un figlio, badi bene. Solo che è nata una figlia: e per lei è stato un tale shock che non mi ha voluta». Che fare di questo fagottino illegittimo? Le suore dell’ospedale dissero a Olga che c’era una possibile balia: proprio quella contadina che aveva appena perso il suo bambino. Le biografie di Pound parlano di abbandono, ma Mary non ci sta: «Io devo credere a quello che mi ha raccontato Johanna. Fu mio padre ad andare subito con lei a Gais, in val Pusteria» a ispezionare il maso dove lei avrebbe trovato rifugio. Mary ha sempre difeso la sua infanzia a doppio binario, rivendicando la libertà e le capacità pratiche che imparò nella piccola malga tirolese. Ma dall’alto dei suoi 93 anni e dei suoi occhi azzurrissimi, ne rimarca anche la povertà. «C’era solo una porta che divideva la stalla dalla cucina, e due cassapanche che facevano anche da stie per i polli». La sua “balia” però era «la persona più ammirevole che abbia mai incontrato... a parte mio padre, si capisce», sorride.
Mary de Rachewiltz questa storia l’ha scritta anche nella sua autobiografia, Discrezioni, pubblicata negli anni Settanta e oggi introvabile. Ora la racconta di nuovo nella Pound Room della sua casa, il castelletto di Brunnenburg nel paesino di Tirolo, presso Merano, circondata da cimeli: quadri, strumenti, anche mobili costruiti dall’artigiano Pound con le sue mani. Brunnenburg, con le sue torri merlate, inerpicato sulla montagna, è per Mary il ritorno alle sue origini tirolesi, la casa che ristrutturò con il marito, l’egittologo Boris de Rachewiltz, e in cui sono cresciuti i suoi figli; ma è anche miniera di archivi del poeta e della stessa Mary, poetessa e traduttrice in italiano non solo dei Cantos, l’opera monumentale del padre, ma di altri poeti moderni, da E.E. Cummings a Denise Levertov. Adesso esce per Mondadori Ho cercato di scrivere Paradiso: l’autore Alessandro Rivali ha lavorato per lunghi anni con Mary a scavare i Cantos ed Ezra Pound. Perché questa è anche una storia d’amore: quello del poeta per la moglie e l’amante, per l’Italia, e l’amore fra figlia e padre, intessuto di risate e vita intellettuale, gelosie e misteri.
In filigrana emerge una infanzia irregolare. Pound a Rapallo abitava con la moglie sul lungomare; Olga in periferia. A Venezia avevano un “nido d’amore”. La figlioletta per anni andò a trovarli qui e lì, accompagnata dalla balia. Segreti e silenzi. Ma Pound, der Herr, il signore, «veniva a Gais a trovarmi: ci sono le foto; ha portato anche suo padre, Homer Pound». E in che lingua parlavate? «Bella domanda. Io all’inizio parlavo solo dialetto tirolese. Mio padre cercava sempre di rendermi felice, quindi mi parlava nel suo pessimo tedesco, e anche nel suo italiano strampalato. L’italiano lo ho imparato a scuola»; sotto il fascismo niente bilinguismo in aula. «Mentre mia madre a Venezia mi obbligava a mandare a memoria i nursery rhymes. Ho cominciato a parlare inglese con Mary Mary quite contrary, how does your garden grow? Una lingua madre non ce l’ho... sono orfana. Forse ho una lingua padre!». Però, dalla Pound Room saliamo due giri di scala a chiocciola al grido di «Let’s have a cup of tea!».
Nello studio di Mary, ogni possibile copia delle opere di Pound, prime edizioni introvabili. C’è il facsimile di un’agenda con il verso quasi disperato che dà il titolo al libro di Rivali, «I have tried to write Paradise»: perché Pound «voleva essere il Dante, l’Omero della cultura americana» («Il pensiero di come l’America sarebbe / se i classici circolassero di più... / Eh be’! / Mi toglie il sonno» scriveva). Mary spalanca la tenda che fa da sipario a una fitta parete di libri protetti – all’uso degli anni Trenta – con carta di Firenze, e poi ancora carta oleata scricchiolante. Ne tira fuori uno, l’Elettra di Sofocle, in greco, fittamente annotato a matita sui margini. L’intero studio si pervade dell’afflato del poeta. Gran parte dell’archivio di Pound è a Yale, dove la figlia ha lavorato vent’anni a riordinarlo; ma a Brunnenburg c’è ancora tanto. I libri, e anche le lettere battute a macchina da Pound per la piccola Mary, in ironico italiano («A Brunico ci sono delle scarpe/ la mamma non vuole che tu ti compri delle vanità, delle pelle di cocodrillo etc / ma di cuoio buono»). «Mio padre era divertentissimo. Mi faceva fare le boccacce, diceva che bisognava tenere allenati i muscoli della faccia. Era con lui che andavo a fare i bagni a Venezia… mentre a Rapallo non potevo apparire. Non sapevo, allora, il perché di questa vita clandestina».
A dieci anni, Mary trova un’oasi di stabilità, mandata quasi per caso in un collegio fiorentino di lusso; ma quando l’Italia entra in guerra, a Pound vengono tagliati i fondi e non ci sono più i soldi per la retta. Alla figlia quindicenne, tornata a vivere con Olga, Pound suggerisce con apparente noncuranza di cimentarsi nella traduzione.«È venuto con la rivista di Malaparte, Prospettive, dove Luigi Berti aveva tradotto un Canto. E mi ha detto “Prova tu!”». Inizia così un’impresa che durerà molti decenni.
«Io vorrei portare di nuovo curiosità su un poeta che è spesso sulla bocca delle persone ma non è abbastanza studiato» dice Alessandro Rivali, poeta a sua volta. «E penso che da queste conversazioni possa emergere un Pound diverso, magari più umano. Ci sono tante croste su Pound e il discorso resta sempre in superficie, legato al fascismo, all’economia, e si studia poco questo folle volo che sono i Cantos».
Spinosa questione: in Italia, il nome di Pound e il fascismo sono ancora indissolubilmente legati, anche per via di CasaPound. Che Mary de Rachewiltz ha sfidato in giudizio, perdendo la causa. «Io non faccio più battaglie», dice. «Ma mi dispiace per i ragazzi in buona fede che credono di capire Pound attraverso il fascismo italiano; è completamente errato».
Pound una volta incontrò Mussolini, Olga suonò per il dittatore. Pound dalla radio italiana tuonava contro l’usura, tema con chiari risvolti antisemiti. «Ma a Venezia i nostri migliori amici erano Alis e Giorgio Levi!». E poi le trasmissioni all’Eiar, i discorsi contro gli Stati Uniti scesi in guerra che lo fecero bollare come traditore. Visionario, forse bipolare, obbligato dai posteri a rivestire il manto del vate politico, che mal si addice al poeta. «Mio padre riusciva sempre ad essere dalla parte sbagliata». Ma la figlia pensa anche ad altro. «Avrebbe voluto adottarmi, ma per legge sarei apparsa figlia di sua moglie. Nel 1939 cercò invano di regolarizzare il mio passaporto. Non potevano lasciare l’Italia perché io non potevo andare in America». Che il padre abbia difeso il regime anche per difendere lei: questo è consolatorio.
Nel 1943, Mary è di nuovo a Gais; dopo l’8 settembre, un giorno appare Pound, i piedi distrutti, grigio di polvere. Era fuggito da Roma verso nord, con l’ansia impellente di ritrovare la figlia diciottenne, per «raccontarle la verità». Finalmente i segreti si smantellano, le parla fino alle tre del mattino: Mary scopre l’esistenza della moglie Dorothy. Scriverà nella sua autobiografia: «Non provai risentimento, solo un vago senso di pietà». Forse, le dice il padre, dopo la guerra le cose si aggiusteranno...
E invece Pound fu arrestato, passò 13 anni in manicomio negli Stati Uniti – dove almeno poteva scrivere in santa pace – prima di essere liberato grazie alle petizioni degli intellettuali. Tornò da Mary a Brunnenburg, dove incontrò i nipotini. Speravano in un idillio ritrovato. Invece faceva freddo, e non solo meteorologico. Pound era giunto con Dorothy, ma anche con la segretaria, Marcella Spann, specificando alla figlia che in casa voleva essere vicino alla ragazza texana. «Da mia madre non ho ereditato il talento ma la gelosia; io pensavo che avrei ripreso il lavoro con lui, e mi sono ritrovata a governare la casa. Questo Paradiso non funzionava».
Mary de Rachewiltz conosce intimamente l’opera del padre, morto a Venezia nel 1972, accudito da Olga. La cita a memoria scandendo i versi. «I Cantos sono così semplici, a entrarci dentro da soli, come bambini, senza tutto l’armamentario della critica». Semplice, Pound, al lettore novello non appare davvero. Ecco due versi dal Canto XVII: «ZAGREUS! IO ZAGREUS!/ Luce primaia in cielo/ E le città incastonate nei colli /La dea dalle belle ginocchia si muove». Ma chi l’ha detto che la poesia debba sempre essere comprensibile? «Che la gente pensi!» dice Mary. Basta introduzioni, basta spiegoni: «paraocchi per il lettore. Perché devo leggere Pound secondo l’interpretazione di qualcun altro?». E dalle conversazioni di Ho cercato di scrivere Paradiso emergono elementi per avvicinarsi al poeta e ai suoi versi, senza indottrinamenti. Servirà a far conoscere meglio Pound agli italiani? «Spero che almeno non dicano più che era un razzista fascista».
Sul Venerdì del 28 settembre 2018
Oggi Mary spiega: «lui non voleva figli, invece mia madre voleva un figlio da lui; ma un figlio, badi bene. Solo che è nata una figlia: e per lei è stato un tale shock che non mi ha voluta». Che fare di questo fagottino illegittimo? Le suore dell’ospedale dissero a Olga che c’era una possibile balia: proprio quella contadina che aveva appena perso il suo bambino. Le biografie di Pound parlano di abbandono, ma Mary non ci sta: «Io devo credere a quello che mi ha raccontato Johanna. Fu mio padre ad andare subito con lei a Gais, in val Pusteria» a ispezionare il maso dove lei avrebbe trovato rifugio. Mary ha sempre difeso la sua infanzia a doppio binario, rivendicando la libertà e le capacità pratiche che imparò nella piccola malga tirolese. Ma dall’alto dei suoi 93 anni e dei suoi occhi azzurrissimi, ne rimarca anche la povertà. «C’era solo una porta che divideva la stalla dalla cucina, e due cassapanche che facevano anche da stie per i polli». La sua “balia” però era «la persona più ammirevole che abbia mai incontrato... a parte mio padre, si capisce», sorride.
Mary de Rachewiltz questa storia l’ha scritta anche nella sua autobiografia, Discrezioni, pubblicata negli anni Settanta e oggi introvabile. Ora la racconta di nuovo nella Pound Room della sua casa, il castelletto di Brunnenburg nel paesino di Tirolo, presso Merano, circondata da cimeli: quadri, strumenti, anche mobili costruiti dall’artigiano Pound con le sue mani. Brunnenburg, con le sue torri merlate, inerpicato sulla montagna, è per Mary il ritorno alle sue origini tirolesi, la casa che ristrutturò con il marito, l’egittologo Boris de Rachewiltz, e in cui sono cresciuti i suoi figli; ma è anche miniera di archivi del poeta e della stessa Mary, poetessa e traduttrice in italiano non solo dei Cantos, l’opera monumentale del padre, ma di altri poeti moderni, da E.E. Cummings a Denise Levertov. Adesso esce per Mondadori Ho cercato di scrivere Paradiso: l’autore Alessandro Rivali ha lavorato per lunghi anni con Mary a scavare i Cantos ed Ezra Pound. Perché questa è anche una storia d’amore: quello del poeta per la moglie e l’amante, per l’Italia, e l’amore fra figlia e padre, intessuto di risate e vita intellettuale, gelosie e misteri.
In filigrana emerge una infanzia irregolare. Pound a Rapallo abitava con la moglie sul lungomare; Olga in periferia. A Venezia avevano un “nido d’amore”. La figlioletta per anni andò a trovarli qui e lì, accompagnata dalla balia. Segreti e silenzi. Ma Pound, der Herr, il signore, «veniva a Gais a trovarmi: ci sono le foto; ha portato anche suo padre, Homer Pound». E in che lingua parlavate? «Bella domanda. Io all’inizio parlavo solo dialetto tirolese. Mio padre cercava sempre di rendermi felice, quindi mi parlava nel suo pessimo tedesco, e anche nel suo italiano strampalato. L’italiano lo ho imparato a scuola»; sotto il fascismo niente bilinguismo in aula. «Mentre mia madre a Venezia mi obbligava a mandare a memoria i nursery rhymes. Ho cominciato a parlare inglese con Mary Mary quite contrary, how does your garden grow? Una lingua madre non ce l’ho... sono orfana. Forse ho una lingua padre!». Però, dalla Pound Room saliamo due giri di scala a chiocciola al grido di «Let’s have a cup of tea!».
Nello studio di Mary, ogni possibile copia delle opere di Pound, prime edizioni introvabili. C’è il facsimile di un’agenda con il verso quasi disperato che dà il titolo al libro di Rivali, «I have tried to write Paradise»: perché Pound «voleva essere il Dante, l’Omero della cultura americana» («Il pensiero di come l’America sarebbe / se i classici circolassero di più... / Eh be’! / Mi toglie il sonno» scriveva). Mary spalanca la tenda che fa da sipario a una fitta parete di libri protetti – all’uso degli anni Trenta – con carta di Firenze, e poi ancora carta oleata scricchiolante. Ne tira fuori uno, l’Elettra di Sofocle, in greco, fittamente annotato a matita sui margini. L’intero studio si pervade dell’afflato del poeta. Gran parte dell’archivio di Pound è a Yale, dove la figlia ha lavorato vent’anni a riordinarlo; ma a Brunnenburg c’è ancora tanto. I libri, e anche le lettere battute a macchina da Pound per la piccola Mary, in ironico italiano («A Brunico ci sono delle scarpe/ la mamma non vuole che tu ti compri delle vanità, delle pelle di cocodrillo etc / ma di cuoio buono»). «Mio padre era divertentissimo. Mi faceva fare le boccacce, diceva che bisognava tenere allenati i muscoli della faccia. Era con lui che andavo a fare i bagni a Venezia… mentre a Rapallo non potevo apparire. Non sapevo, allora, il perché di questa vita clandestina».
A dieci anni, Mary trova un’oasi di stabilità, mandata quasi per caso in un collegio fiorentino di lusso; ma quando l’Italia entra in guerra, a Pound vengono tagliati i fondi e non ci sono più i soldi per la retta. Alla figlia quindicenne, tornata a vivere con Olga, Pound suggerisce con apparente noncuranza di cimentarsi nella traduzione.«È venuto con la rivista di Malaparte, Prospettive, dove Luigi Berti aveva tradotto un Canto. E mi ha detto “Prova tu!”». Inizia così un’impresa che durerà molti decenni.
«Io vorrei portare di nuovo curiosità su un poeta che è spesso sulla bocca delle persone ma non è abbastanza studiato» dice Alessandro Rivali, poeta a sua volta. «E penso che da queste conversazioni possa emergere un Pound diverso, magari più umano. Ci sono tante croste su Pound e il discorso resta sempre in superficie, legato al fascismo, all’economia, e si studia poco questo folle volo che sono i Cantos».
Spinosa questione: in Italia, il nome di Pound e il fascismo sono ancora indissolubilmente legati, anche per via di CasaPound. Che Mary de Rachewiltz ha sfidato in giudizio, perdendo la causa. «Io non faccio più battaglie», dice. «Ma mi dispiace per i ragazzi in buona fede che credono di capire Pound attraverso il fascismo italiano; è completamente errato».
Pound una volta incontrò Mussolini, Olga suonò per il dittatore. Pound dalla radio italiana tuonava contro l’usura, tema con chiari risvolti antisemiti. «Ma a Venezia i nostri migliori amici erano Alis e Giorgio Levi!». E poi le trasmissioni all’Eiar, i discorsi contro gli Stati Uniti scesi in guerra che lo fecero bollare come traditore. Visionario, forse bipolare, obbligato dai posteri a rivestire il manto del vate politico, che mal si addice al poeta. «Mio padre riusciva sempre ad essere dalla parte sbagliata». Ma la figlia pensa anche ad altro. «Avrebbe voluto adottarmi, ma per legge sarei apparsa figlia di sua moglie. Nel 1939 cercò invano di regolarizzare il mio passaporto. Non potevano lasciare l’Italia perché io non potevo andare in America». Che il padre abbia difeso il regime anche per difendere lei: questo è consolatorio.
Nel 1943, Mary è di nuovo a Gais; dopo l’8 settembre, un giorno appare Pound, i piedi distrutti, grigio di polvere. Era fuggito da Roma verso nord, con l’ansia impellente di ritrovare la figlia diciottenne, per «raccontarle la verità». Finalmente i segreti si smantellano, le parla fino alle tre del mattino: Mary scopre l’esistenza della moglie Dorothy. Scriverà nella sua autobiografia: «Non provai risentimento, solo un vago senso di pietà». Forse, le dice il padre, dopo la guerra le cose si aggiusteranno...
E invece Pound fu arrestato, passò 13 anni in manicomio negli Stati Uniti – dove almeno poteva scrivere in santa pace – prima di essere liberato grazie alle petizioni degli intellettuali. Tornò da Mary a Brunnenburg, dove incontrò i nipotini. Speravano in un idillio ritrovato. Invece faceva freddo, e non solo meteorologico. Pound era giunto con Dorothy, ma anche con la segretaria, Marcella Spann, specificando alla figlia che in casa voleva essere vicino alla ragazza texana. «Da mia madre non ho ereditato il talento ma la gelosia; io pensavo che avrei ripreso il lavoro con lui, e mi sono ritrovata a governare la casa. Questo Paradiso non funzionava».
Mary de Rachewiltz conosce intimamente l’opera del padre, morto a Venezia nel 1972, accudito da Olga. La cita a memoria scandendo i versi. «I Cantos sono così semplici, a entrarci dentro da soli, come bambini, senza tutto l’armamentario della critica». Semplice, Pound, al lettore novello non appare davvero. Ecco due versi dal Canto XVII: «ZAGREUS! IO ZAGREUS!/ Luce primaia in cielo/ E le città incastonate nei colli /La dea dalle belle ginocchia si muove». Ma chi l’ha detto che la poesia debba sempre essere comprensibile? «Che la gente pensi!» dice Mary. Basta introduzioni, basta spiegoni: «paraocchi per il lettore. Perché devo leggere Pound secondo l’interpretazione di qualcun altro?». E dalle conversazioni di Ho cercato di scrivere Paradiso emergono elementi per avvicinarsi al poeta e ai suoi versi, senza indottrinamenti. Servirà a far conoscere meglio Pound agli italiani? «Spero che almeno non dicano più che era un razzista fascista».
Sul Venerdì del 28 settembre 2018