Un terremoto piccolo piccolo
Valentina Farinaccio , di VALENTINA FARINACCIOIl 16 agosto scorso la terra ha tremato in Molise. Ma poiché grazie a Dio non ci sono stati morti, neppure gli sfollati hanno fatto notizia. Siamo andati a vedere come se la passano in tenda
Guglionesi (Campobasso). «Entra, cara, ti presento la mia casa!»: Maria, 72 anni e parecchia ironia, mi accoglie così nella sua tenda blu. Dieci brandine, fino a qualche sera fa, due letti soltanto, adesso: uno per lei, uno per il figlio Giuseppe, classe 1974. Maria dice che le manca la campagna. La sua casa non c’è più. O meglio: sta là, ancora in piedi, ma è inagibile, e allora lei non ci può tornare. Parla stringendomi la mano, come fanno le nonne, quando devono dire una cosa molto più importante delle altre. Gli animali li ha affidati a una sorella che abita in un paese vicino, ma è la frutta il vero problema: «Questa è la stagione in cui io sono abituata a mangiare la frutta prendendola direttamente dagli alberi, e dove la prendo qua?». Qua è il campo di accoglienza di Guglionesi, paese di poco più di 5.000 abitanti, che oggi conta 115 persone senza casa. Maria aveva cucinat…
Guglionesi (Campobasso). «Entra, cara, ti presento la mia casa!»: Maria, 72 anni e parecchia ironia, mi accoglie così nella sua tenda blu. Dieci brandine, fino a qualche sera fa, due letti soltanto, adesso: uno per lei, uno per il figlio Giuseppe, classe 1974. Maria dice che le manca la campagna. La sua casa non c’è più. O meglio: sta là, ancora in piedi, ma è inagibile, e allora lei non ci può tornare. Parla stringendomi la mano, come fanno le nonne, quando devono dire una cosa molto più importante delle altre. Gli animali li ha affidati a una sorella che abita in un paese vicino, ma è la frutta il vero problema: «Questa è la stagione in cui io sono abituata a mangiare la frutta prendendola direttamente dagli alberi, e dove la prendo qua?». Qua è il campo di accoglienza di Guglionesi, paese di poco più di 5.000 abitanti, che oggi conta 115 persone senza casa. Maria aveva cucinato la salsiccia arrosto, la sera del 16 agosto, quella della scossa più forte, ma la cena le è rimasta ‘ngann (mi dice indicandosi con un dito la gola, in una risata triste). I vigili del fuoco hanno trovato la tavola apparecchiata, il giorno dopo, e la salsiccia l’hanno data ai cani, buon per loro.
Troppo vicino al crollo del ponte Morandi, questo terremoto, e alla disgrazia del Pollino: ecco perché, di questi sfollati nessuno parla. «Ero ospite di una trasmissione» dice il neo sindaco di Guglionesi, Mario Bellotti, «e mi sono accorto che la storia che stavo raccontando era troppo poco tragica, per la giornalista. Non abbiamo avuto morti, per fortuna, e allora la cosa non era televisivamente attraente». Nessuna vittima, nessun ferito, tutti quelli con cui parlo finiscono la frase dicendo grazie a Dio!. Ma i funzionari della Protezione Civile, che stanno coordinando in questi giorni un lavoro sfiancante, dicono che se invece del 5.2 che c’è stato si fosse arrivati a un 5.4, molte delle strutture rimaste solo lesionate sarebbero crollate. E allora perché raccontare questa storia, dato che le scosse di assestamento sono finite e non ci stanno vite da piangere?
Perché la gente, pure qua, in questa terra piccola che non esiste, non può tornare a casa a prendere i vestiti, o la collanina di famiglia, o la foto del matrimonio. Perché Anna ha 81 anni, sei figli sparsi per il mondo, un corpo minuto e tutto storto, e ha dormito tre notti in macchina, altre tre in un garage, e adesso sta dalle suore, ma le suore fra poco dovranno lasciare l’istituto che le ospita e anche lei dovrà andare in una tenda, quella dove già sta alloggiando il suo settimo figlio, l’unico che le è rimasto in Molise: Donato, 49 anni, gli occhi chiarissimi, e molto preoccupati. Non dice nulla, ma alza le spalle continuamente. Me lo faccio bastare. Nicoletta, 35 anni, è nata e cresciuta in Romania: ha conosciuto Bernardo, poi, ed è finita a vivere qua, a Guglionesi. Hanno due figli, adesso. Il più piccolo, Giovanni, girella con i suoi 7 anni vispissimi fra le tende, e i furgoni, e gli attrezzi del campo. Ha nelle gambe e negli occhi l’allegria di certi bambini, quelli capaci di trasformare una cosa brutta, con un poco di fantasia, in un’avventura straordinaria. In un gioco speciale. La madre lo richiama un paio di volte, poi si arrende. Non ha fiducia in quello che sarà, e quasi grida nel domandare a me, ma non a me: «Come facciamo, noi, senza casa?». Quando si calma, ci tiene a ripetermi che qua, però, vengono trattati benissimo. Ed è chiaro che è il futuro prossimo, il problema.
Maria, 43 anni, ha un marito e cinque figli: quattro li ha sistemati a casa di persone care, ma Anna, la più piccola, è rimasta qui, nel campo, perché è dalla sera del terremoto che non riesce a mettere il naso in una casa. «Ha paura» racconta a proposito di sua figlia, «qualunque posto chiuso la spaventa terribilmente, comincia a piangere… Mi manca la mia famiglia, la rivoglio tutta insieme». Chiude così, con gli occhi neri neri che le si fanno pieni di lacrime. Questo impasto di vite è una specie di comunità provvisoria, a guardarlo da fuori. Un condominio senza scale, senza muri, senza domani. Mangio con loro, con Maria, con Giovanni, con Anna, con Donato, con i funzionari della Protezione Civile, con i volontari: rigatoni al sugo, carne alla pizzaiola, insalata. Cucinano Nicola e Nicoletta, che ormai conoscono tutti gli ospiti del campo, e che sanno già, senza bisogno di chiedere, chi ci vuole il formaggio, sulla pasta, e chi invece no.
Quello che si racconta troppo poco, dei terremoti, è la paura che lasciano. Pure quando le macerie spariscono, rimane l’angoscia di sentire di nuovo quel boato, di sentire di nuovo che tutto si muove, che a niente ci si può tenere. Il Molise ha una storia sismica drammatica. Una terra silenziosa, che però balla. Balla continuamente dal 2002, da quel giorno d’ottobre in cui la scuola di San Giuliano di Puglia è crollata, togliendo a un paese tutti i 27 bambini della prima elementare, e la loro maestra. Da quella tragedia in poi, chiunque ha cominciato a pensare alla sicurezza, a preoccuparsene. Perché una scuola crollata, in un piccolo centro, racconta una storia crudele, e perenne. Così, le mamme che hanno i figli iscritti alle due scuole danneggiate da quest’ultimo sisma stanno combattendo una battaglia feroce: vogliono la garanzia della totale sicurezza delle strutture proposte come sostitutive.
Ma il rischio zero, ci ripetono dalla Protezione Civile, e ci ripete il sindaco di Guglionesi, purtroppo non esiste. Nessuna struttura antisismica, o che sia perfettamente a norma, è certo che rimanga in piedi se dovesse arrivare una scossa più prepotente delle altre. E nemmeno bisogna dimenticare che i nostri figli stanno a scuola cinque ore soltanto, mentre il resto della giornata lo trascorrono a casa. Se è vero che nessun terremoto è prevedibile, è altrettanto vero che da molti anni l’Italia del centro, sveglissima dal punto di vista sismico, si muove, e uccide, e distrugge. Dobbiamo occuparci delle nostre case, allora, prima di tutto. Chiamare i tecnici, chiedere loro: «È sicuro il posto in cui abito?». Senza aspettare che ci crollino addosso, anche quando non dovrebbero.
A Montecilfone, epicentro del sisma (130 sfollati, su 1.400 abitanti), la zona rossa lascia fuori una piccolissima porzione di paese. Inagibili il municipio, le Poste, la chiesa principale. Neppure al cimitero, ironia della sorte, si può andare. Sono crollate le cappelle, ed è crollato il tetto dell’unico minuscolo supermercato. Mentre era chiuso, per fortuna, perché era già ora di cena. Nicola, il proprietario, ha trovato un locale vuoto, lo ha allestito in fretta, riempito, e lo ha aperto, senza insegna, senza nulla, per dire alle gente che chi si ferma è perduto.
Le persone che dormono in tenda, nell’area di nove comuni colpita dal terremoto del Molise, sono sempre di meno. Si stanno organizzando, ognuna come può. Resta, chi non ha altra scelta. Il Consiglio dei ministri, intanto, ha decretato, per la provincia di Campobasso, lo stato di emergenza. Tutti sperano che i due milioni di euro che arriveranno (a fronte dei quattro che erano stati richiesti) vengano assegnati, con rigore, soltanto a chi ha realmente subìto dei danni. A chi dovrà riparare, a chi dovrà traslocare. Anna, 81 anni, è stata invitata ad andare a stare in Francia, da una figlia: ma è molto stanca, arrabbiata, e il viaggio è troppo lungo. Lei vuole rimanere qua.
Sul Venerdì del 28 settembre 2018
Troppo vicino al crollo del ponte Morandi, questo terremoto, e alla disgrazia del Pollino: ecco perché, di questi sfollati nessuno parla. «Ero ospite di una trasmissione» dice il neo sindaco di Guglionesi, Mario Bellotti, «e mi sono accorto che la storia che stavo raccontando era troppo poco tragica, per la giornalista. Non abbiamo avuto morti, per fortuna, e allora la cosa non era televisivamente attraente». Nessuna vittima, nessun ferito, tutti quelli con cui parlo finiscono la frase dicendo grazie a Dio!. Ma i funzionari della Protezione Civile, che stanno coordinando in questi giorni un lavoro sfiancante, dicono che se invece del 5.2 che c’è stato si fosse arrivati a un 5.4, molte delle strutture rimaste solo lesionate sarebbero crollate. E allora perché raccontare questa storia, dato che le scosse di assestamento sono finite e non ci stanno vite da piangere?
Perché la gente, pure qua, in questa terra piccola che non esiste, non può tornare a casa a prendere i vestiti, o la collanina di famiglia, o la foto del matrimonio. Perché Anna ha 81 anni, sei figli sparsi per il mondo, un corpo minuto e tutto storto, e ha dormito tre notti in macchina, altre tre in un garage, e adesso sta dalle suore, ma le suore fra poco dovranno lasciare l’istituto che le ospita e anche lei dovrà andare in una tenda, quella dove già sta alloggiando il suo settimo figlio, l’unico che le è rimasto in Molise: Donato, 49 anni, gli occhi chiarissimi, e molto preoccupati. Non dice nulla, ma alza le spalle continuamente. Me lo faccio bastare. Nicoletta, 35 anni, è nata e cresciuta in Romania: ha conosciuto Bernardo, poi, ed è finita a vivere qua, a Guglionesi. Hanno due figli, adesso. Il più piccolo, Giovanni, girella con i suoi 7 anni vispissimi fra le tende, e i furgoni, e gli attrezzi del campo. Ha nelle gambe e negli occhi l’allegria di certi bambini, quelli capaci di trasformare una cosa brutta, con un poco di fantasia, in un’avventura straordinaria. In un gioco speciale. La madre lo richiama un paio di volte, poi si arrende. Non ha fiducia in quello che sarà, e quasi grida nel domandare a me, ma non a me: «Come facciamo, noi, senza casa?». Quando si calma, ci tiene a ripetermi che qua, però, vengono trattati benissimo. Ed è chiaro che è il futuro prossimo, il problema.
Maria, 43 anni, ha un marito e cinque figli: quattro li ha sistemati a casa di persone care, ma Anna, la più piccola, è rimasta qui, nel campo, perché è dalla sera del terremoto che non riesce a mettere il naso in una casa. «Ha paura» racconta a proposito di sua figlia, «qualunque posto chiuso la spaventa terribilmente, comincia a piangere… Mi manca la mia famiglia, la rivoglio tutta insieme». Chiude così, con gli occhi neri neri che le si fanno pieni di lacrime. Questo impasto di vite è una specie di comunità provvisoria, a guardarlo da fuori. Un condominio senza scale, senza muri, senza domani. Mangio con loro, con Maria, con Giovanni, con Anna, con Donato, con i funzionari della Protezione Civile, con i volontari: rigatoni al sugo, carne alla pizzaiola, insalata. Cucinano Nicola e Nicoletta, che ormai conoscono tutti gli ospiti del campo, e che sanno già, senza bisogno di chiedere, chi ci vuole il formaggio, sulla pasta, e chi invece no.
Quello che si racconta troppo poco, dei terremoti, è la paura che lasciano. Pure quando le macerie spariscono, rimane l’angoscia di sentire di nuovo quel boato, di sentire di nuovo che tutto si muove, che a niente ci si può tenere. Il Molise ha una storia sismica drammatica. Una terra silenziosa, che però balla. Balla continuamente dal 2002, da quel giorno d’ottobre in cui la scuola di San Giuliano di Puglia è crollata, togliendo a un paese tutti i 27 bambini della prima elementare, e la loro maestra. Da quella tragedia in poi, chiunque ha cominciato a pensare alla sicurezza, a preoccuparsene. Perché una scuola crollata, in un piccolo centro, racconta una storia crudele, e perenne. Così, le mamme che hanno i figli iscritti alle due scuole danneggiate da quest’ultimo sisma stanno combattendo una battaglia feroce: vogliono la garanzia della totale sicurezza delle strutture proposte come sostitutive.
Ma il rischio zero, ci ripetono dalla Protezione Civile, e ci ripete il sindaco di Guglionesi, purtroppo non esiste. Nessuna struttura antisismica, o che sia perfettamente a norma, è certo che rimanga in piedi se dovesse arrivare una scossa più prepotente delle altre. E nemmeno bisogna dimenticare che i nostri figli stanno a scuola cinque ore soltanto, mentre il resto della giornata lo trascorrono a casa. Se è vero che nessun terremoto è prevedibile, è altrettanto vero che da molti anni l’Italia del centro, sveglissima dal punto di vista sismico, si muove, e uccide, e distrugge. Dobbiamo occuparci delle nostre case, allora, prima di tutto. Chiamare i tecnici, chiedere loro: «È sicuro il posto in cui abito?». Senza aspettare che ci crollino addosso, anche quando non dovrebbero.
A Montecilfone, epicentro del sisma (130 sfollati, su 1.400 abitanti), la zona rossa lascia fuori una piccolissima porzione di paese. Inagibili il municipio, le Poste, la chiesa principale. Neppure al cimitero, ironia della sorte, si può andare. Sono crollate le cappelle, ed è crollato il tetto dell’unico minuscolo supermercato. Mentre era chiuso, per fortuna, perché era già ora di cena. Nicola, il proprietario, ha trovato un locale vuoto, lo ha allestito in fretta, riempito, e lo ha aperto, senza insegna, senza nulla, per dire alle gente che chi si ferma è perduto.
Le persone che dormono in tenda, nell’area di nove comuni colpita dal terremoto del Molise, sono sempre di meno. Si stanno organizzando, ognuna come può. Resta, chi non ha altra scelta. Il Consiglio dei ministri, intanto, ha decretato, per la provincia di Campobasso, lo stato di emergenza. Tutti sperano che i due milioni di euro che arriveranno (a fronte dei quattro che erano stati richiesti) vengano assegnati, con rigore, soltanto a chi ha realmente subìto dei danni. A chi dovrà riparare, a chi dovrà traslocare. Anna, 81 anni, è stata invitata ad andare a stare in Francia, da una figlia: ma è molto stanca, arrabbiata, e il viaggio è troppo lungo. Lei vuole rimanere qua.
Sul Venerdì del 28 settembre 2018