Disneyland. Mettetevi in fila per la felicità
Giacomo Papi , di GIACOMO PAPINon voleva solo divertire ma creare un luogo dove la Famiglia Americana potesse far finta di essere sana. Ora un libro racconta come Walt Disney inventò il suo Parco. Alle giostre...
C'era una volta mica tanto tempo fa un uomo che voleva produrre - non riprodurre: produrre ex novo - la felicità. Si chiamava Walt Disney e, dopo avere invaso il mondo di topi ottimisti, paperi avari, elefanti volanti e principesse bianche come la neve, gli saltò in testa l'idea di fabbricare un posto reale. Disneyland, il più famoso parco dei divertimenti del mondo, fu inaugurato ad Anaheim in California il 17 luglio 1955. L'evento fu seguito in tv da metà della popolazione degli Stati Uniti: Walt Disney in persona, con quella sua faccia baffuta sempre uguale a se stessa, parlò alle telecamere seduto su uno scoglio di probabile cartapesta davanti al fossato che circondava il castello della Bella Addormentata, il cuore e l'attrazione principale del parco.
Dalla foto in bianco e nero non è chiaro se i cigni sullo sfondo siano vivi oppure di plastica, ma nel mondo di Disney il confine non è mai chiaro. Il volantino di ben…
Dalla foto in bianco e nero non è chiaro se i cigni sullo sfondo siano vivi oppure di plastica, ma nel mondo di Disney il confine non è mai chiaro. Il volantino di ben…
C'era una volta mica tanto tempo fa un uomo che voleva produrre - non riprodurre: produrre ex novo - la felicità. Si chiamava Walt Disney e, dopo avere invaso il mondo di topi ottimisti, paperi avari, elefanti volanti e principesse bianche come la neve, gli saltò in testa l'idea di fabbricare un posto reale. Disneyland, il più famoso parco dei divertimenti del mondo, fu inaugurato ad Anaheim in California il 17 luglio 1955. L'evento fu seguito in tv da metà della popolazione degli Stati Uniti: Walt Disney in persona, con quella sua faccia baffuta sempre uguale a se stessa, parlò alle telecamere seduto su uno scoglio di probabile cartapesta davanti al fossato che circondava il castello della Bella Addormentata, il cuore e l'attrazione principale del parco.
Dalla foto in bianco e nero non è chiaro se i cigni sullo sfondo siano vivi oppure di plastica, ma nel mondo di Disney il confine non è mai chiaro. Il volantino di benvenuto, firmato "The Disneyland Staff" e illustrato da Trilly di Peter Pan, assicurava: "Questa è la tua mappa del posto più felice della Terra... la tua felicità è la cosa a cui teniamo di più". L'invito, le foto, le mappe sono riprodotte sul monumentale libro illustrato che Taschen dedica a Disneyland (pp. 352, euro 40) per celebrare quella che fu, nel bene e nel male, una delle più grandiose imprese culturali del Novecento. Un'idea così assurda ma potente che ancora oggi, a settant'anni di distanza, un po' ti viene da crederci. Dopo un certo numero d'anni il kitsch può apparire perfino elegante.
Nella testa di Disney (a sentir lui) l'idea di costruire "the Happiest Day on Earth" si manifestò in un imprecisato sabato degli anni Trenta, nel periodo, cioè, in cui la sua creatura più fortunata - Mickey Mouse/Topolino - incominciava a conquistare il pianeta. Disney si trovava con le figlie Diane e Sharon al Griffith Park di Los Angeles: "Le avevo portate alle giostre", avrebbe ricordato anni dopo in un'intervista televisiva, "e mentre me ne stavo seduto su una panchina mangiando noccioline, ho sentito che qualcuno avrebbe dovuto costruire qualcosa, una specie di impresa del divertimento, dove i genitori e i figli potessero divertirsi insieme".
L'aneddoto potrebbe essere inventato, anzi probabilmente lo è, ma contribuisce al mito di fondazione di una felicità per famiglie. Il progetto di costruire il più strabiliante parco dei divertimenti del mondo gironzolava in testa a Walt Disney da quando era bambino e suo padre gli descriveva le meraviglie della World's Columbian Exposition di Chicago del 1893. Prima di buttarsi nell'impresa, però, si documentò meticolosamente: portò la famiglia in Olanda a vedere il parco di Madurodam, che racconta in scala 1:25 la storia del Paese, e nell'estate del 1951 volò ai Giardini di Tivoli di Copenaghen, visitò la Children's Fairyland di Oakland California dove ammirò Willie la Balena e il Paese delle Meraviglie, e la Chicago Railroad Fair inaugurata nel 1948.
Tutti questi parchi erano tentativi e derivazioni dell'immenso sforzo dell'Ottocento (Disney era nato a Chicago nel 1901) di trasformare in divertimento l'istruzione, lo stesso che un secolo prima era stato alla base di Panorami e Diorami, delle Esposizioni Universali e dei Circhi, e forse anche del Cinema. Disney intuì meglio degli altri che la produzione industriale e il sistema dei media del Novecento avrebbe potuto resuscitarli in dimensioni, anche economiche, molto maggiori. Inizialmente i suoi progetti si ispiravano al mondo che aveva creato, erano estensioni dei suoi film e dei suoi personaggi.
È noto, per esempio, che nel 1937 alla prima mondiale di Biancaneve, Walt vagheggiasse l'idea di un parco tematico ispirato ai sette nani. Si sa che il castello, che sarebbe diventato della Bella Addormentata, in origine doveva essere quello di Biancaneve, mentre il primo bozzetto documentato, datato 31 agosto 1948, è per un Mickey Mouse Park. Non è dato sapere - non è chiaro neppure nel libro della Taschen - che cosa gli fece capire che Disneyland avrebbe dovuto essere qualcosa di diverso e di più. Non un semplice regno di fantasia, e neppure una fiera, non un museo e neanche uno spettacolo, ma un luogo capace di conglobare tutto questo. Un altro mondo, dotato di regole proprie, dove le famiglie americane avrebbero potuto essere - o fingere di essere - felici.
Il giorno in cui Disneyland fu inaugurata, Walt Disney aveva 54 anni e da vivere gliene restavano soltanto sei. Fu la sua ultima impresa e, forse, la sua più grande: quella grazie a cui la fantasia di un altro mondo riuscì a tracimare dalla carta e dalla celluloide dentro la realtà, fino a plasmarla e a invaderla. Disney aveva ben chiaro che bisognava "raccontare una storia" e che ogni storia è fondata sulla cura dei dettagli: "Quando incominciammo a progettare Disneyland", ha raccontato John Hench, il capo dei progettisti, "l'approccio fu esattamente quello dei film. Dovevamo raccontare una storia o, in questo caso, una serie di storie e Walt sapeva che se i dettagli mancano o sono sbagliati non crederai alla storia. Se un dettaglio ne contraddice un altro, gli ospiti si sentiranno delusi e perfino ingannati".
Sono i principi dello storytelling che oggi domina perfino la politica. Per creare illusioni - e ingannare - è fondamentale essere credibili. Quella prima Disneyland fu concepita come un'enciclopedia vivente del fantasmagorico in cui ognuna delle "terre" del parco - il passato (Main Street, Usa), il futuro (Tomorrowland), la natura (Adventureland), il mito della frontiera (Frontierland) e il mondo immaginario creato dal fondatore (Fantasyland e Mickey's Toontown) - potesse essere reinventata, rivissuta e rivenduta. Disneyland fu un metodo e uno stile architettonico, come il barocco o il romanico, che ispirò il design dei razzi spaziali della Nasa, lo stile dei mall americani e quindi dei nostri, e che ancora oggi è alla base, del look tipico e pseudoantico che dilaga nei ristoranti e nei bar di tutto il mondo. Ma Disneyland fu anche l'intuizione realizzata dell'intima natura fantasmagorica del capitalismo, che può trasformare ogni cosa in merce e spargere sul mondo la polverina magica dei soldi.
Sul Venerdì del 28 ottobre 2018
Dalla foto in bianco e nero non è chiaro se i cigni sullo sfondo siano vivi oppure di plastica, ma nel mondo di Disney il confine non è mai chiaro. Il volantino di benvenuto, firmato "The Disneyland Staff" e illustrato da Trilly di Peter Pan, assicurava: "Questa è la tua mappa del posto più felice della Terra... la tua felicità è la cosa a cui teniamo di più". L'invito, le foto, le mappe sono riprodotte sul monumentale libro illustrato che Taschen dedica a Disneyland (pp. 352, euro 40) per celebrare quella che fu, nel bene e nel male, una delle più grandiose imprese culturali del Novecento. Un'idea così assurda ma potente che ancora oggi, a settant'anni di distanza, un po' ti viene da crederci. Dopo un certo numero d'anni il kitsch può apparire perfino elegante.
Nella testa di Disney (a sentir lui) l'idea di costruire "the Happiest Day on Earth" si manifestò in un imprecisato sabato degli anni Trenta, nel periodo, cioè, in cui la sua creatura più fortunata - Mickey Mouse/Topolino - incominciava a conquistare il pianeta. Disney si trovava con le figlie Diane e Sharon al Griffith Park di Los Angeles: "Le avevo portate alle giostre", avrebbe ricordato anni dopo in un'intervista televisiva, "e mentre me ne stavo seduto su una panchina mangiando noccioline, ho sentito che qualcuno avrebbe dovuto costruire qualcosa, una specie di impresa del divertimento, dove i genitori e i figli potessero divertirsi insieme".
L'aneddoto potrebbe essere inventato, anzi probabilmente lo è, ma contribuisce al mito di fondazione di una felicità per famiglie. Il progetto di costruire il più strabiliante parco dei divertimenti del mondo gironzolava in testa a Walt Disney da quando era bambino e suo padre gli descriveva le meraviglie della World's Columbian Exposition di Chicago del 1893. Prima di buttarsi nell'impresa, però, si documentò meticolosamente: portò la famiglia in Olanda a vedere il parco di Madurodam, che racconta in scala 1:25 la storia del Paese, e nell'estate del 1951 volò ai Giardini di Tivoli di Copenaghen, visitò la Children's Fairyland di Oakland California dove ammirò Willie la Balena e il Paese delle Meraviglie, e la Chicago Railroad Fair inaugurata nel 1948.
Tutti questi parchi erano tentativi e derivazioni dell'immenso sforzo dell'Ottocento (Disney era nato a Chicago nel 1901) di trasformare in divertimento l'istruzione, lo stesso che un secolo prima era stato alla base di Panorami e Diorami, delle Esposizioni Universali e dei Circhi, e forse anche del Cinema. Disney intuì meglio degli altri che la produzione industriale e il sistema dei media del Novecento avrebbe potuto resuscitarli in dimensioni, anche economiche, molto maggiori. Inizialmente i suoi progetti si ispiravano al mondo che aveva creato, erano estensioni dei suoi film e dei suoi personaggi.
È noto, per esempio, che nel 1937 alla prima mondiale di Biancaneve, Walt vagheggiasse l'idea di un parco tematico ispirato ai sette nani. Si sa che il castello, che sarebbe diventato della Bella Addormentata, in origine doveva essere quello di Biancaneve, mentre il primo bozzetto documentato, datato 31 agosto 1948, è per un Mickey Mouse Park. Non è dato sapere - non è chiaro neppure nel libro della Taschen - che cosa gli fece capire che Disneyland avrebbe dovuto essere qualcosa di diverso e di più. Non un semplice regno di fantasia, e neppure una fiera, non un museo e neanche uno spettacolo, ma un luogo capace di conglobare tutto questo. Un altro mondo, dotato di regole proprie, dove le famiglie americane avrebbero potuto essere - o fingere di essere - felici.
Il giorno in cui Disneyland fu inaugurata, Walt Disney aveva 54 anni e da vivere gliene restavano soltanto sei. Fu la sua ultima impresa e, forse, la sua più grande: quella grazie a cui la fantasia di un altro mondo riuscì a tracimare dalla carta e dalla celluloide dentro la realtà, fino a plasmarla e a invaderla. Disney aveva ben chiaro che bisognava "raccontare una storia" e che ogni storia è fondata sulla cura dei dettagli: "Quando incominciammo a progettare Disneyland", ha raccontato John Hench, il capo dei progettisti, "l'approccio fu esattamente quello dei film. Dovevamo raccontare una storia o, in questo caso, una serie di storie e Walt sapeva che se i dettagli mancano o sono sbagliati non crederai alla storia. Se un dettaglio ne contraddice un altro, gli ospiti si sentiranno delusi e perfino ingannati".
Sono i principi dello storytelling che oggi domina perfino la politica. Per creare illusioni - e ingannare - è fondamentale essere credibili. Quella prima Disneyland fu concepita come un'enciclopedia vivente del fantasmagorico in cui ognuna delle "terre" del parco - il passato (Main Street, Usa), il futuro (Tomorrowland), la natura (Adventureland), il mito della frontiera (Frontierland) e il mondo immaginario creato dal fondatore (Fantasyland e Mickey's Toontown) - potesse essere reinventata, rivissuta e rivenduta. Disneyland fu un metodo e uno stile architettonico, come il barocco o il romanico, che ispirò il design dei razzi spaziali della Nasa, lo stile dei mall americani e quindi dei nostri, e che ancora oggi è alla base, del look tipico e pseudoantico che dilaga nei ristoranti e nei bar di tutto il mondo. Ma Disneyland fu anche l'intuizione realizzata dell'intima natura fantasmagorica del capitalismo, che può trasformare ogni cosa in merce e spargere sul mondo la polverina magica dei soldi.
Sul Venerdì del 28 ottobre 2018