Sotto lo sguardo di Sigmund Freud
Benedetta Craveri , di BENEDETTA CRAVERIA Parigi, una mostra ideata dal critico Jean Clair indaga sul rapporto tra il padre della psicoanalisi e le immagini. E sul perché a un certo punto si interruppe. Intervista
PARIGI. Ideatore di mostre eccezionali (Marcel Duchamp, 1977; Vienna, l'Apocalissi gioiosa, 1986; Balthus, 1990; Identità e alterità,1995; Melanconia, 2005; Delitto e castigo, 2010) Jean Clair è lui stesso una figura d'eccezione. In un'epoca di specialismi, l'illustre critico - già direttore del Museo Picasso di Parigi e curatore della Biennale di Venezia del centenario - si sottrae alle definizioni e, nel segno dell'umanesimo, giudica lo studio della storia dell'arte inseparabile da quello della letteratura, della filosofia, delle scienze, della religione. Ogni mostra è dunque per lui l'occasione di ricostuire, sul filo delle immagini, lo spaccato di un modo di vivere, sentire, pensare di un'epoca. E quella che si inaugura a Parigi, al Museo d'Arte e di Storia dell'Ebraismo, il 10 ottobre, e ha come titolo Sigmund Freud. Dallo sguardo all'ascolto, costituisce una autentica sfida. Jean Clair rit…
PARIGI. Ideatore di mostre eccezionali (Marcel Duchamp, 1977; Vienna, l'Apocalissi gioiosa, 1986; Balthus, 1990; Identità e alterità,1995; Melanconia, 2005; Delitto e castigo, 2010) Jean Clair è lui stesso una figura d'eccezione. In un'epoca di specialismi, l'illustre critico - già direttore del Museo Picasso di Parigi e curatore della Biennale di Venezia del centenario - si sottrae alle definizioni e, nel segno dell'umanesimo, giudica lo studio della storia dell'arte inseparabile da quello della letteratura, della filosofia, delle scienze, della religione. Ogni mostra è dunque per lui l'occasione di ricostuire, sul filo delle immagini, lo spaccato di un modo di vivere, sentire, pensare di un'epoca. E quella che si inaugura a Parigi, al Museo d'Arte e di Storia dell'Ebraismo, il 10 ottobre, e ha come titolo Sigmund Freud. Dallo sguardo all'ascolto, costituisce una autentica sfida. Jean Clair ritorna a mettere in scena, in quella Vienna tra Otto e Novecento che appariva già a Kraus come "un laboratorio per una fine del mondo", non già l'opera di un artista ma il pensiero in progress del padre della psicoanalisi. Siamo andati a trovarlo per chiedergli di illustrarcene l'impostazione critica.
Come ha ricordato in un bellissimo racconto autobiografico (La part de l'ange) il suo primo incontro con la psicoanalisi freudiana risale agli anni difficili dell'adolescenza. Si è trattato per lei di una esperienza cruciale?
"La proposta del direttore del Museo, Paul Salmona, di curare una mostra su Freud, mi ha consentito di ritornare a riflettere su un percorso iniziato per me in anni lontani. Passo per essere un direttore di musei, uno storico dell'arte, uno scrittore, ma il fattore determinante della mia formazione è sempre stato la psicoanalisi. Freud ha avuto un ruolo centrale in diverse mie mostre come Wunderblock, che rivedeva il suo pensiero a cinquant'anni dalla morte, L'âme au corps o Melanconia. La nuova mostra mi dà modo di affrontare Freud in maniera diversa, di rivisitarlo alla luce del suo rapporto con la scienza della sua epoca, con l'immagine, con la tradizione ebraica".
Come ha impostato questa sua rivisitazione?
"Mi sono chiesto: in che misura la psicoanalisi può essere considerata una scienza ebraica? In che misura Freud è rimasto un ebreo - non praticante ma vicino al giudaismo - non avendo mai rinnegato né suo padre, né la Torah, né ancor meno il Talmud? Apparteneva a una generazione, quella della fine del XIX secolo, il cui ideale rimaneva quello dell'assimilazione e dell'illuminismo ebraico della Haskalah. E anche se aveva intrattenuto una lunga corrispondenza con Herzl, il padre del sionismo, non ne aveva mai condiviso gli ideali. La mostra consente di vedere come, nonostante l'insistenza con cui Freud si dichiarava "materialista" e sosteneva che la psicoanalisi non era "una scienza ebraica", egli fosse rimasto fedele al giudaismo".
Eppure l'antisemitismo - pensiamo al caso Dreyfus in Francia - non sembra costituire un problema per lui.
"Freud ne parla nella sua corrispondenza ma il fenomeno non è per lui una fonte di inquietudine come lo sarà per la generazione successiva. Non immagina che si possa essere antisemiti come lo saranno i nazisti e non capisce il significato dei roghi dei libri del '33. È Marie Bonaparte a costringerlo nel '38 a lasciare Vienna e a rifugiarsi a Londra. Nel frattempo l'Istituto di psicoanalisi veniva dissolto per essere sostituito da un Istituto tedesco di ricerca psicologica, con alla sua testa un certo Göring, cugino del gerarca nazista. E le sorelle di Freud sarebbero morte nei lager".
La mostra ricostruisce il percorso che portò Freud dallo studio delle immagini - scientifiche, mediche, artistiche - al loro rifiuto.
"Ho cercato di illustrare il suo rapporto con l'immagine in quattro tappe successive. Premesso che Freud vive in un ambiente saturo di immagini - le case viennesi di fine secolo sono piccoli musei gremiti all'inverosimile di quadri, fotografie, oggetti - la prima tappa è quella consacrata a Freud neurologo, che moltiplica schemi, diagrammi, illustrazioni cifrate nel tentativo di spiegare il funzionamento del cervello. La seconda coincide con il viaggio a Parigi del 1885, quando egli entra in contatto con un pandemonio visivo: il Grand-Guignol della Salpêtrière, l'ospizio femminile della capitale, dove Charcot aveva appena creato la prima cattedra di neurologia e attirava un vasto pubblico alle sue lezioni del martedì, in cui presentava spettacolari casi di isteria. Ma quando, la sera, Freud va a a teatro per vedere Sarah Bernhardt impersonare Cleopatra o Yvette Guibert cantare, non cambia molto né di ambiente né di registro".
Che importanza ha Charcot per lui?
"Freud ammira il suo genio visivo, la sua capacità di spiegare tutto con dei disegni, ma si convincerà che non è con un vocabolario di posture che si può capire cosa passa nella testa degli ammalati, e si interesserà piuttosto all'ipnosi, alla catalessi e, infine, al silenzio di uno studio. Abbiamo avuto la fortuna di avere in prestito delle immagini e degli oggetti mai esposti finora, come il famoso quadro di Brouillet, La lezione di Charcot alla Salpêtrière, e una ricca serie di disegni e foto di donne isteriche. Persino la tinozza di cui Mesmer si serviva per i suoi esperimenti di magnetismo".
E la terza tappa dove conduce?
"Alla raccolta di immagini antiche che Freud colleziona con l'idea che tutte quelle figurine egiziane, greche e romane parlino sempre della stessa cosa. Esse svelano il substrato psichico dell'individuo, attraverso le stesse raffigurazioni dello spavento, della seduzione, dell'assassinio del padre, dell'incesto... e lo confermano nella convinzione che sono sempre gli stessi miti ad abitare la psiche umana. Mentre, nella quarta tappa le immagini non sono più né scientifiche né mitologiche, ma rispondono ormai solo a un'esigenza estetica. Freud è affascinato dall'arte, dalla pittura, dalla scultura, a prescindere da qualsiasi interpretazione scientifica e psicoanalitica, tuttavia non sempre è in grado di coglierne il significato. Malgrado ciò egli si circonda di analisti che getteranno le fondamenta di un nuovo approccio dell'arte. È il caso di Ernst Kris che studia per primo le sculture di Messerschmidt e vi scopre i sintomi della schizofrenia; o quello di Karl Abraham, che si interessa alla serie delle "cattive madri" di Segantini. Sono i primi lavori di storia dell'arte che prescindono dallo studio formalista delle opere. Da questo punto di vista Freud apre la strada ad Aby Warburg".
Come ha affrontato il problema della sessualità, così centrale per Freud?
"C'è una stanza dedicata a questo tema dove figura anche la celebre Origine del Mondo di Courbet, prestito generoso del Museo d'Orsay, insieme al quadro, meno esplicito, che la ricopriva e che Jacques Lacan aveva commissionato a Masson. Lacan lo rimuoveva per gli invitati di vaglia. Prima di lui Khalil-Bey, il committente turco dell'Origine del Mondo, aveva fatto ricorso a una tenda verde. In questa sezione c'è anche un disegno di Picasso, preparatorio delle Demoiselles d'Avignon, prima raffigurazione della sessualità che si ricollega alle osservazioni di Freud sulla bruttezza o meno degli organi genitali".
Ma per quale motivo Freud smette di interessarsi alle immagini?
"Freud prende progressivamente coscienza che la disposizione delle parole, l'uso della sintassi e del vocabolario ci dicono quanto e forse più delle immagini e rivelano la complessità della psiche".
Questa scommessa sulla forza salvifica della parola come unica fonte di verità va interpretato come un ritorno di Freud alla religiosità ebraica?
"La priorità data all'ascolto; il modo di conferire sempre dei significati a una parola ricordano in modo sorprendente quella saggezza talmudica a cui Freud ha fatto ritorno nei suoi ultimi anni di vita. È ciò che avvicina non poco la psicoanalisi a un tipo di spiritualità ebraica e ad un certo modo di leggere, ascoltare e interpretare le parole. La psicoanalisi comporta un passo indietro a favore del silenzio e dell'ascolto. E, fatto su cui non si insiste abbastanza, questa presa di distanza dalla dimensione visiva è sottolineata dal fatto che l'analista non deve essere visto dall'analizzato e a sua volta costui non deve vedere in faccia il suo analista. Quante volte vediamo nei film la poltrona dello psicoanalista affiancata al divano? È un errore madornale, perché la poltrona deve essere collocata dietro la testata del divano. Ci è forse dato di vedere il volto di Dio? Mosè si vela la faccia davanti al Roveto ardente. Dio ha una voce, non un volto. In un certo qual modo la psicoanalisi ripete questo meccanismo".
Cosa sopravvive dell'insegnamento di Freud a 80 anni dalla scomparsa?
"Come neurologo, Freud è entrato nella storia come quelli della sua generazione; ha fatto progredire la neurologia e poi è passato ad altro. Ma il suo apporto è importante e destinato a durare. È consapevole di avere scoperto una cosa straordinaria - il metodo analitico - ma, quanto alla terapeutica è assai più prudente. A suo giudizio è una pratica troppo lunga, troppo impegnativa, troppo cara - lo dichiara già nel 1938! - e prevede che sarà la chimica a prendere il suo posto. Che confessione straordinaria da parte di un uomo giunto al termine del suo cammino! La psicoanalisi è stato lo strumento che ha consentito di penetrare nella psiche. E la pratica psicoanalitica non ci appare forse come una forma di saggezza vicina al Talmud di cui ci sarebbe più che mai bisogno in un'epoca caotica, furiosa e volgare come la nostra? Fermatevi! Ascoltate! Riflettete! Tornate ad ascoltare! È una straordinaria lezione di saggezza, se non una terapia di guarigione".
Sul Venerdì del 5 ottobre 2018
Come ha ricordato in un bellissimo racconto autobiografico (La part de l'ange) il suo primo incontro con la psicoanalisi freudiana risale agli anni difficili dell'adolescenza. Si è trattato per lei di una esperienza cruciale?
"La proposta del direttore del Museo, Paul Salmona, di curare una mostra su Freud, mi ha consentito di ritornare a riflettere su un percorso iniziato per me in anni lontani. Passo per essere un direttore di musei, uno storico dell'arte, uno scrittore, ma il fattore determinante della mia formazione è sempre stato la psicoanalisi. Freud ha avuto un ruolo centrale in diverse mie mostre come Wunderblock, che rivedeva il suo pensiero a cinquant'anni dalla morte, L'âme au corps o Melanconia. La nuova mostra mi dà modo di affrontare Freud in maniera diversa, di rivisitarlo alla luce del suo rapporto con la scienza della sua epoca, con l'immagine, con la tradizione ebraica".
Come ha impostato questa sua rivisitazione?
"Mi sono chiesto: in che misura la psicoanalisi può essere considerata una scienza ebraica? In che misura Freud è rimasto un ebreo - non praticante ma vicino al giudaismo - non avendo mai rinnegato né suo padre, né la Torah, né ancor meno il Talmud? Apparteneva a una generazione, quella della fine del XIX secolo, il cui ideale rimaneva quello dell'assimilazione e dell'illuminismo ebraico della Haskalah. E anche se aveva intrattenuto una lunga corrispondenza con Herzl, il padre del sionismo, non ne aveva mai condiviso gli ideali. La mostra consente di vedere come, nonostante l'insistenza con cui Freud si dichiarava "materialista" e sosteneva che la psicoanalisi non era "una scienza ebraica", egli fosse rimasto fedele al giudaismo".
Eppure l'antisemitismo - pensiamo al caso Dreyfus in Francia - non sembra costituire un problema per lui.
"Freud ne parla nella sua corrispondenza ma il fenomeno non è per lui una fonte di inquietudine come lo sarà per la generazione successiva. Non immagina che si possa essere antisemiti come lo saranno i nazisti e non capisce il significato dei roghi dei libri del '33. È Marie Bonaparte a costringerlo nel '38 a lasciare Vienna e a rifugiarsi a Londra. Nel frattempo l'Istituto di psicoanalisi veniva dissolto per essere sostituito da un Istituto tedesco di ricerca psicologica, con alla sua testa un certo Göring, cugino del gerarca nazista. E le sorelle di Freud sarebbero morte nei lager".
La mostra ricostruisce il percorso che portò Freud dallo studio delle immagini - scientifiche, mediche, artistiche - al loro rifiuto.
"Ho cercato di illustrare il suo rapporto con l'immagine in quattro tappe successive. Premesso che Freud vive in un ambiente saturo di immagini - le case viennesi di fine secolo sono piccoli musei gremiti all'inverosimile di quadri, fotografie, oggetti - la prima tappa è quella consacrata a Freud neurologo, che moltiplica schemi, diagrammi, illustrazioni cifrate nel tentativo di spiegare il funzionamento del cervello. La seconda coincide con il viaggio a Parigi del 1885, quando egli entra in contatto con un pandemonio visivo: il Grand-Guignol della Salpêtrière, l'ospizio femminile della capitale, dove Charcot aveva appena creato la prima cattedra di neurologia e attirava un vasto pubblico alle sue lezioni del martedì, in cui presentava spettacolari casi di isteria. Ma quando, la sera, Freud va a a teatro per vedere Sarah Bernhardt impersonare Cleopatra o Yvette Guibert cantare, non cambia molto né di ambiente né di registro".
Che importanza ha Charcot per lui?
"Freud ammira il suo genio visivo, la sua capacità di spiegare tutto con dei disegni, ma si convincerà che non è con un vocabolario di posture che si può capire cosa passa nella testa degli ammalati, e si interesserà piuttosto all'ipnosi, alla catalessi e, infine, al silenzio di uno studio. Abbiamo avuto la fortuna di avere in prestito delle immagini e degli oggetti mai esposti finora, come il famoso quadro di Brouillet, La lezione di Charcot alla Salpêtrière, e una ricca serie di disegni e foto di donne isteriche. Persino la tinozza di cui Mesmer si serviva per i suoi esperimenti di magnetismo".
E la terza tappa dove conduce?
"Alla raccolta di immagini antiche che Freud colleziona con l'idea che tutte quelle figurine egiziane, greche e romane parlino sempre della stessa cosa. Esse svelano il substrato psichico dell'individuo, attraverso le stesse raffigurazioni dello spavento, della seduzione, dell'assassinio del padre, dell'incesto... e lo confermano nella convinzione che sono sempre gli stessi miti ad abitare la psiche umana. Mentre, nella quarta tappa le immagini non sono più né scientifiche né mitologiche, ma rispondono ormai solo a un'esigenza estetica. Freud è affascinato dall'arte, dalla pittura, dalla scultura, a prescindere da qualsiasi interpretazione scientifica e psicoanalitica, tuttavia non sempre è in grado di coglierne il significato. Malgrado ciò egli si circonda di analisti che getteranno le fondamenta di un nuovo approccio dell'arte. È il caso di Ernst Kris che studia per primo le sculture di Messerschmidt e vi scopre i sintomi della schizofrenia; o quello di Karl Abraham, che si interessa alla serie delle "cattive madri" di Segantini. Sono i primi lavori di storia dell'arte che prescindono dallo studio formalista delle opere. Da questo punto di vista Freud apre la strada ad Aby Warburg".
Come ha affrontato il problema della sessualità, così centrale per Freud?
"C'è una stanza dedicata a questo tema dove figura anche la celebre Origine del Mondo di Courbet, prestito generoso del Museo d'Orsay, insieme al quadro, meno esplicito, che la ricopriva e che Jacques Lacan aveva commissionato a Masson. Lacan lo rimuoveva per gli invitati di vaglia. Prima di lui Khalil-Bey, il committente turco dell'Origine del Mondo, aveva fatto ricorso a una tenda verde. In questa sezione c'è anche un disegno di Picasso, preparatorio delle Demoiselles d'Avignon, prima raffigurazione della sessualità che si ricollega alle osservazioni di Freud sulla bruttezza o meno degli organi genitali".
Ma per quale motivo Freud smette di interessarsi alle immagini?
"Freud prende progressivamente coscienza che la disposizione delle parole, l'uso della sintassi e del vocabolario ci dicono quanto e forse più delle immagini e rivelano la complessità della psiche".
Questa scommessa sulla forza salvifica della parola come unica fonte di verità va interpretato come un ritorno di Freud alla religiosità ebraica?
"La priorità data all'ascolto; il modo di conferire sempre dei significati a una parola ricordano in modo sorprendente quella saggezza talmudica a cui Freud ha fatto ritorno nei suoi ultimi anni di vita. È ciò che avvicina non poco la psicoanalisi a un tipo di spiritualità ebraica e ad un certo modo di leggere, ascoltare e interpretare le parole. La psicoanalisi comporta un passo indietro a favore del silenzio e dell'ascolto. E, fatto su cui non si insiste abbastanza, questa presa di distanza dalla dimensione visiva è sottolineata dal fatto che l'analista non deve essere visto dall'analizzato e a sua volta costui non deve vedere in faccia il suo analista. Quante volte vediamo nei film la poltrona dello psicoanalista affiancata al divano? È un errore madornale, perché la poltrona deve essere collocata dietro la testata del divano. Ci è forse dato di vedere il volto di Dio? Mosè si vela la faccia davanti al Roveto ardente. Dio ha una voce, non un volto. In un certo qual modo la psicoanalisi ripete questo meccanismo".
Cosa sopravvive dell'insegnamento di Freud a 80 anni dalla scomparsa?
"Come neurologo, Freud è entrato nella storia come quelli della sua generazione; ha fatto progredire la neurologia e poi è passato ad altro. Ma il suo apporto è importante e destinato a durare. È consapevole di avere scoperto una cosa straordinaria - il metodo analitico - ma, quanto alla terapeutica è assai più prudente. A suo giudizio è una pratica troppo lunga, troppo impegnativa, troppo cara - lo dichiara già nel 1938! - e prevede che sarà la chimica a prendere il suo posto. Che confessione straordinaria da parte di un uomo giunto al termine del suo cammino! La psicoanalisi è stato lo strumento che ha consentito di penetrare nella psiche. E la pratica psicoanalitica non ci appare forse come una forma di saggezza vicina al Talmud di cui ci sarebbe più che mai bisogno in un'epoca caotica, furiosa e volgare come la nostra? Fermatevi! Ascoltate! Riflettete! Tornate ad ascoltare! È una straordinaria lezione di saggezza, se non una terapia di guarigione".
Sul Venerdì del 5 ottobre 2018