Mio nonno Carlo Carrà e la sua risata rotolante
Chiara Gatti , di CHIARA GATTILe sgridate della nonna per le macchie di colore sul parquet. I rapporti con De Chirico, Ungaretti, Casella. Le estati al mare... Parla il nipote Luca, che ha collaborato alla realizzazione della grande mostra in corso a Milano
Mentre sfoglia le carte da mettere in teca - manifesti del Futurismo, edizioni rare di Lacerba o La Voce - ne sfila una vecchia foto: un bambino vicino a Carlo Carrà (1881-1966). "Ecco, qui ero col nonno alla galleria Annunciata, negli anni Sessanta". Luca Carrà, fotografo e custode della memoria di un maestro del Novecento, ha affiancato la curatrice Maria Cristina Bandera nell'organizzazione della grande mostra di Milano, (palazzo Reale, fino al 3 febbraio 2019). "Cade a 31 anni dalla retrospettiva curata da Dell'Acqua e da mio padre Massimo". Nel '62 era stato Roberto Longhi a presentare un'antologica nella stessa sede. "All'epoca il nonno era ancora in vita" dice sbirciando la foto dove Carrà ride all'ombra del suo basco da pittore. "Longhi parlava spesso della sua risata "rotolante"".
Fondatore del Futurismo e della Metafisica, passò da un movimento all'altro; quale era la v…
Fondatore del Futurismo e della Metafisica, passò da un movimento all'altro; quale era la v…
Mentre sfoglia le carte da mettere in teca - manifesti del Futurismo, edizioni rare di Lacerba o La Voce - ne sfila una vecchia foto: un bambino vicino a Carlo Carrà (1881-1966). "Ecco, qui ero col nonno alla galleria Annunciata, negli anni Sessanta". Luca Carrà, fotografo e custode della memoria di un maestro del Novecento, ha affiancato la curatrice Maria Cristina Bandera nell'organizzazione della grande mostra di Milano, (palazzo Reale, fino al 3 febbraio 2019). "Cade a 31 anni dalla retrospettiva curata da Dell'Acqua e da mio padre Massimo". Nel '62 era stato Roberto Longhi a presentare un'antologica nella stessa sede. "All'epoca il nonno era ancora in vita" dice sbirciando la foto dove Carrà ride all'ombra del suo basco da pittore. "Longhi parlava spesso della sua risata "rotolante"".
Fondatore del Futurismo e della Metafisica, passò da un movimento all'altro; quale era la vera anima di Carlo Carrà?
"Per lui non contavano i movimenti, ma la spinta a rinnovarsi restando fedele a se stesso. Fu tra i primi ad aderire al Futurismo con un'opera simbolo come Il cavaliere rosso, salvo andarsene quando il gruppo prese una piega troppo marinettiana. Cercava la purificazione. I suoi studi su Giotto, il Trecento o Paolo Uccello erano preamboli a un'idea intima della metafisica".
Come lo ricorda?
"Invece di andare all'asilo, trascorrevo le giornate nella sua casa di via Sandri, dietro Brera. Da un lato della stanza c'era un tavolo trasformato in una gigantesca tavolozza. Intingeva il pennello e attraversava il locale per andare al cavalletto che stava sul lato opposto. Il rito durava ore. E la nonna lo sgridava per le macchie di colore sul parquet".
Era affascinato da lui?
"Mi sentivo orgoglioso di avere un nonno importante. Ogni tanto comparivano le troupe della Rai per intervistarlo; era eccitante. La sera uscivamo per andare all'Annunciata, dove riceveva una processione di artisti e letterati. C'erano Ungaretti e Quasimodo; lavorò con entrambi per illustrare alcuni testi".
Quale fu il rapporto con Boccioni?
"Il nonno e Severini si erano seccati per l'uscita del libro di Boccioni, Pittura e scultura futuriste. Dicevano che s'era appropriato di idee elaborate da tutti. Ma quando morì, cadendo da cavallo nel 1916, all'indomani degli scontri di Dosso Casina, e fu sepolto in una fossa comune, Carrà seguì le pratiche perché fosse sepolto degnamente. Non poteva sopportare di lasciarlo in quella buca".
De Chirico invece?
"Alti e bassi. La loro metafisica aveva origini diverse. De Chirico era ellenico e di cultura tedesca, amava il mito e gli enigmi. Mio nonno era legato ai padri toscani della pittura; lo si vede in dipinti come La Musa di Brera, modello di equilibrio e misura. Ebbero un rapporto fatto di screzi e gelosie. Poi però De Chirico si quietava e scriveva chiedendogli la ricetta che usavano a Ferrara per i fondi delle tele".
L'amicizia con Alfredo Casella?
"Durò tutta la vita. Casella era un grande compositore e un amante della pittura. Aveva un occhio eccezionale. Comprò alcuni dei lavori migliori, come L'attesa, inno magico al tempo sospeso. Per l'inaugurazione è previsto un concerto di musiche sue e mi dispiace che non ci sarà la figlia Fulvia, appena mancata; con lei avevo un rapporto speciale e quotidiano".
Come si dipana il percorso?
"Parte da un'opera giovanile, La strada di casa del 1900, e arriva all'ultima rimasta sul cavalletto quando morì, Natura morta con bottiglia e chicchera. Ci sono gli esordi divisionisti e l'esperienza futurista, con quadri come L'uscita da teatro della Estorick di Londra. Poi si incontra il primitivismo con la Composizione del Pushkin. Dopo la stagione metafisica, si passa alla pittura murale e a icone del Novecento: Il pino sul mare emana tranquillità interiore. Seguono le marine coi capanni e immagini eterne come Estate".
Parliamo di Forte dei Marmi.
"La scoprì negli anni Venti. Nel '26 con i proventi della Biennale acquistò un terreno, con gli incassi della Biennale successiva costruì la casa, e con quella del '30 completò lo studio".
Vi riparò in tempo di guerra?
"No, era sfollato a Corenno, dove dipinse paesaggi di lago. La casa in Versilia stava sulla linea gotica e fu occupata dai tedeschi che gli rubarono una cartella di disegni. Ci scherzò su: disse che s'intendevano di pittura. Bruciarono però i cavalletti e lui si rifiutò di comprarne altri. Da allora cominciò a dipingere poggiando le tele sui muretti".
Trascorrevate l'estate insieme?
"Ricordo il rito delle bocce. Si sfidavano Longhi, che tirava dall'alto con la sigaretta fra le labbra, e Francesco Messina, che lanciava lungo. Erano due bocciatori nati. Poi si trasferivano al caffè Roma per un rabarbaro. E lì c'era Montale ad aspettarli".
Il senso di Carrà per il mare?
"Uso parole sue: "Sebbene per natura io non sia un navigatore, il mare ha esercitato sul mio spirito una potente attrattiva". Il mare gli permetteva di chiudersi in un silenzioso raccoglimento e di fermare sulla tela la commozione che gli suscitava nell'animo".
Speciale Arte nel Venerdì del 5 ottobre
Fondatore del Futurismo e della Metafisica, passò da un movimento all'altro; quale era la vera anima di Carlo Carrà?
"Per lui non contavano i movimenti, ma la spinta a rinnovarsi restando fedele a se stesso. Fu tra i primi ad aderire al Futurismo con un'opera simbolo come Il cavaliere rosso, salvo andarsene quando il gruppo prese una piega troppo marinettiana. Cercava la purificazione. I suoi studi su Giotto, il Trecento o Paolo Uccello erano preamboli a un'idea intima della metafisica".
Come lo ricorda?
"Invece di andare all'asilo, trascorrevo le giornate nella sua casa di via Sandri, dietro Brera. Da un lato della stanza c'era un tavolo trasformato in una gigantesca tavolozza. Intingeva il pennello e attraversava il locale per andare al cavalletto che stava sul lato opposto. Il rito durava ore. E la nonna lo sgridava per le macchie di colore sul parquet".
Era affascinato da lui?
"Mi sentivo orgoglioso di avere un nonno importante. Ogni tanto comparivano le troupe della Rai per intervistarlo; era eccitante. La sera uscivamo per andare all'Annunciata, dove riceveva una processione di artisti e letterati. C'erano Ungaretti e Quasimodo; lavorò con entrambi per illustrare alcuni testi".
Quale fu il rapporto con Boccioni?
"Il nonno e Severini si erano seccati per l'uscita del libro di Boccioni, Pittura e scultura futuriste. Dicevano che s'era appropriato di idee elaborate da tutti. Ma quando morì, cadendo da cavallo nel 1916, all'indomani degli scontri di Dosso Casina, e fu sepolto in una fossa comune, Carrà seguì le pratiche perché fosse sepolto degnamente. Non poteva sopportare di lasciarlo in quella buca".
De Chirico invece?
"Alti e bassi. La loro metafisica aveva origini diverse. De Chirico era ellenico e di cultura tedesca, amava il mito e gli enigmi. Mio nonno era legato ai padri toscani della pittura; lo si vede in dipinti come La Musa di Brera, modello di equilibrio e misura. Ebbero un rapporto fatto di screzi e gelosie. Poi però De Chirico si quietava e scriveva chiedendogli la ricetta che usavano a Ferrara per i fondi delle tele".
L'amicizia con Alfredo Casella?
"Durò tutta la vita. Casella era un grande compositore e un amante della pittura. Aveva un occhio eccezionale. Comprò alcuni dei lavori migliori, come L'attesa, inno magico al tempo sospeso. Per l'inaugurazione è previsto un concerto di musiche sue e mi dispiace che non ci sarà la figlia Fulvia, appena mancata; con lei avevo un rapporto speciale e quotidiano".
Come si dipana il percorso?
"Parte da un'opera giovanile, La strada di casa del 1900, e arriva all'ultima rimasta sul cavalletto quando morì, Natura morta con bottiglia e chicchera. Ci sono gli esordi divisionisti e l'esperienza futurista, con quadri come L'uscita da teatro della Estorick di Londra. Poi si incontra il primitivismo con la Composizione del Pushkin. Dopo la stagione metafisica, si passa alla pittura murale e a icone del Novecento: Il pino sul mare emana tranquillità interiore. Seguono le marine coi capanni e immagini eterne come Estate".
Parliamo di Forte dei Marmi.
"La scoprì negli anni Venti. Nel '26 con i proventi della Biennale acquistò un terreno, con gli incassi della Biennale successiva costruì la casa, e con quella del '30 completò lo studio".
Vi riparò in tempo di guerra?
"No, era sfollato a Corenno, dove dipinse paesaggi di lago. La casa in Versilia stava sulla linea gotica e fu occupata dai tedeschi che gli rubarono una cartella di disegni. Ci scherzò su: disse che s'intendevano di pittura. Bruciarono però i cavalletti e lui si rifiutò di comprarne altri. Da allora cominciò a dipingere poggiando le tele sui muretti".
Trascorrevate l'estate insieme?
"Ricordo il rito delle bocce. Si sfidavano Longhi, che tirava dall'alto con la sigaretta fra le labbra, e Francesco Messina, che lanciava lungo. Erano due bocciatori nati. Poi si trasferivano al caffè Roma per un rabarbaro. E lì c'era Montale ad aspettarli".
Il senso di Carrà per il mare?
"Uso parole sue: "Sebbene per natura io non sia un navigatore, il mare ha esercitato sul mio spirito una potente attrattiva". Il mare gli permetteva di chiudersi in un silenzioso raccoglimento e di fermare sulla tela la commozione che gli suscitava nell'animo".
Speciale Arte nel Venerdì del 5 ottobre