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Una veduta di Piazza Castello (Nicola Marfisi/ Agf) 

Com'è (diventata) triste Torino

Niente più Olimpiadi (dopo quelle che la fecero rinascere nel 2006). E poi il Salone che traballa, le notti bianche sempre più buie... Viaggio nella città ex Fiat. Ora di Ronaldo
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A Torino bisognerebbe misurare la pressione a tutti, e sarebbe bassa, anzi bassissima. Poi, i torinesi si arrabbiano: ma come, parlate male della Città. Ma non ce n'è uno contento, in tutte le fasce di età in possesso di comprendonio. Il clima è fiacco, a dispetto di giornate assolate che riempiono i cuori, oltre che i portafogli dei molti proprietari di dehors. A conferma del sentimento, per cui qualunque barista sbuffa, ricordando i tempi d'oro delle famose Olimpiadi, ci sono i dati del Centro Einaudi, che vedono un presente assai grigio per l'ex città dei Savoia, poi della Fiat, ora di Ronaldo. Una metropoli elegante, persino chic, a place to be  per qualche anno, che adesso ha bisogno di energie nuove, sicuramente di un nuovo ritmo.

Il prossimo Rapporto, intitolato da 19 anni all'economista Giorgio Rota, verrà presentato alla Biblioteca Nazionale il 20 ottobre, e fornirà un ritratto del terziario. Titolo: Uscir…
A Torino bisognerebbe misurare la pressione a tutti, e sarebbe bassa, anzi bassissima. Poi, i torinesi si arrabbiano: ma come, parlate male della Città. Ma non ce n'è uno contento, in tutte le fasce di età in possesso di comprendonio. Il clima è fiacco, a dispetto di giornate assolate che riempiono i cuori, oltre che i portafogli dei molti proprietari di dehors. A conferma del sentimento, per cui qualunque barista sbuffa, ricordando i tempi d'oro delle famose Olimpiadi, ci sono i dati del Centro Einaudi, che vedono un presente assai grigio per l'ex città dei Savoia, poi della Fiat, ora di Ronaldo. Una metropoli elegante, persino chic, a place to be  per qualche anno, che adesso ha bisogno di energie nuove, sicuramente di un nuovo ritmo.

Il prossimo Rapporto, intitolato da 19 anni all'economista Giorgio Rota, verrà presentato alla Biblioteca Nazionale il 20 ottobre, e fornirà un ritratto del terziario. Titolo: Uscire dal labirinto, ma anche i titoli precedenti non erano di conforto: Recuperare la rotta, Check up, Liberare il futuro... Interrogato sullo stato di salute della città, Luca Davico, il ricercatore del Politecnico che coordina il Rapporto dall'inizio, dice che la parola chiave è ritardo.

"Qui si parla di fase di transizione dal 1982, cioè dalla chiusura dello stabilimento del Lingotto. Siamo ancora lì, mentre altre città sono decisamente transitate. C'è sempre stata una resistenza culturale al passaggio verso la città terziaria, da alcuni addirittura osteggiato. Questo spiega il ritardo". Nel frattempo "è cambiata la geografia d'Italia, Torino è rimasta in periferia, il motore si è spostato, a formare una specie di grande 7: Milano, il Veneto, Bologna e Firenze - che hanno superato Torino in molti indicatori - fino a Roma, per certi temi".

Dai fuochi d'artificio ai droni
Invitata alla presentazione del Rapporto, la sindaca forse non ci sarà, causa altro impegno. A quello 2016, insediata da pochi mesi, c'era andata. L'anno scorso ha mandato il vice. Non sentirà quindi la relazione sul terziario, che secondo il Centro Einaudi (non pericolosi sovversivi, il Rapporto è fatto con il sostegno della Compagnia di San Paolo e di Banca del Piemonte) presenta "luci brillanti, con esempi all'avanguardia e addirittura competitivi con Milano", spiega Davico, ma anche "ombre pesanti per logistica, trasporti e infrastrutture. La Tav non è l'unico tema. Anzi, è marginale. In sintesi, in questi ambiti Torino è messa male".

 "E io le faccio subito un esempio di innovazione. I droni" risponde Chiara Appendino, sindaca Cinquestelle. "A San Giovanni abbiamo sostituito i fuochi d'artificio con lo spettacolo di luci, 250 droni a guida autonoma. È una nuova filiera, Intel sta lavorando qui, si è creato un interesse".

Appendino è una donna simpatica e ha 33 anni, "sì, sono molto giovane, e ho sulle spalle un triplo peso. L'età, il genere, il Movimento nuovo a cui appartengo". Leggermente diffidente, si fa intervistare di rado, e subito dopo se ne pente. Dice "Torino non è morta!", anche se nessuno glielo ha contestato, mostra con giusto orgoglio la Sala Rossa appena rimessa in ordine, "abbiamo tolto un po' di polvere", forse è una metafora. Per il resto è raggiante, ha appena inaugurato con le altre autorità - un rito della sabaudité, al Teatro Regio - il restauro della Cappella di Guarini, che custodiva la Sindone. Il giorno dopo l'opera è stata aperta ai cittadini, che hanno fatto la coda per rivederla dopo la devastazione dell'incendio.

È la rinascita dalle ceneri, un segno di buon augurio, finalmente. Poi, i turisti. Fioriscono ristoranti e locali, anche se nessuno crede che una città così possa vivere solo di gente che ama mangiare, bere e andar per musei. La qualità della vita è altissima, lo dicono tutti quelli che possono permettersi un buon ristorante, e spesso chi ci passa una volta ci torna entusiasta.

√isione cercasi
"Tutto vero, il problema è che a Torino manca una visione", dice Tommaso Bobbio, 38 anni, già docente universitario a contratto (Storia dell'India), ora ripiombato nel ruolo di ricercatore precario. Bobbio guarda alla parte della città che è rimasta in ombra, le periferie (che votarono compatte Appendino e ora l'accusano di aver dimenticato molte promesse), o al caso Moi, l'ex villaggio olimpico occupato da un migliaio di migranti, "un hub che a suo modo funziona persino, pur nell'illegalità, ma per cui bisogna trovare una soluzione".

Sul punto la sindaca dice "ci stiamo lavorando, e senza ricorrere alla forza". Aggiunge che le periferie le conosce - "ci vado tutti i weekend, a mangiare in trattoria con la mia famiglia" - e di credere "nell'agopuntura urbana, microinterventi ad esempio sui giardinetti. Penso ai giardini Alimonda, e quelli Madre Teresa, lì stanno rinascendo i comitati di quartiere". E Bobbio: "Questa giunta dovrebbe coinvolgere le associazioni, l'università, i cittadini, le cooperative, oltre che le autorità. Riconoscere la complessità dei problemi, ci sono sacche di disagio enormi che non vengono affrontate".

Il dialogo è a distanza, ma lei riconosce che "Torino è divisa in due. Chi ha una vita ottima, chi vive in difficoltà. Torino ha un debito di 3,4 miliardi, quindi io non posso fare altro debito, non posso fare investimenti, e se i cittadini sono sfiduciati non è perché ci sono io su questa poltrona". E allora, perché. "Qui nessuno ha lavorato a un progetto, negli ultimi 30 anni", dice il sociologo Marco Revelli, che riceve al Centro Gobetti, tra gli archivi che raccontano la storia del Novecento. "Manca un gioco di squadra di classe dirigente, manca una intellighenzia, figure come Galante Garrone, Antonicelli, Bobbio, Geymonat, che si assumano una responsabilità nel dibattito politico rispetto alla città". Mancano anche sindaci "capaci di trainare, penso a Diego Novelli, Peyron, Giuseppe Grosso. Appendino? Non fa cose diverse dai suoi predecessori, e potrebbe non essere il male peggiore".

Un'altra sociologa, di altra generazione, è Maddalena Cannito, 31 anni, ha il post doc ma è precaria, racconta una città "con un centro-vetrina e una disoccupazione giovanile tra le più alte in Italia". Lei ci è arrivata nel 2010 da Firenze, "Torino aveva una faccia nuova e una crescita enorme, anche solo di gite scolastiche". Però "c'erano eventi, luoghi di aggregazione, concerti, cultura alternativa", tutta roba che chi l'ha vista, ora la rimpiange come il tempo che fu.

C'è un prima e dopo Olimpiadi 2006, "quando eravamo puntati verso il futuro, il provincialismo un ricordo, ci sentivamo dinamici, internazionali", dice Giulia Pes, 38 anni, guida turistica. Una che accompagna gruppi di italiani e spagnoli a visitare i gioielli, l'Egizio, i Musei Reali, quello del Cinema, i caffè storici, si sente dire sempre più spesso frasi tipo "ma c'è sempre così poca gente qui?", "c'è poco traffico, beati voi", ma se è così, "allora siamo tornati a prima delle Olimpiadi". E avendo dei figli, o sperando di averli, i trentenni e i quarantenni si aspettano una città moderna, impegnata, inclusiva, con possibilità di lavoro, qualche chance di farcela, e viva e vivace, visto che alle 18,40, nell'ora del crepuscolo, c'è un quarto d'ora di quasi buio perché le luci si accendono in ritardo, i portici diventano neri, brillano solo negozi e bar, poi finalmente si accende l'illuminazione pubblica, tutto torna a posto, e si fa l'aperitivo. Questione di risparmio sulla bolletta, una decisione presa dalla giunta Fassino, peraltro.

Siamo tutti più vecchi
"È tutto un problema di sistema, quando la Fiat era qui con la testa, lo faceva. Era un punto di relazioni internazionali che contano, nella vita di una città. Ma per fortuna sono rimaste tante aziende competitive" dice Sergio Chiamparino, un ottimista, ex sindaco, ora presidente della Regione, non ha "nostalgia del passato, dico no al revanchismo", pur vivendo in un ufficio imponente con console e specchiere antiche, vasi cinesi, modellini di treni, pure.

"Dico anche che Torino ha bisogno di un potenziamento nel campo della direzionalità delle infrastrutture. Del collegamento Tav con la Francia, poi, ha bisogno come del pane". Ma il vero problema "è che il Piemonte è mediamente più vecchio. Qualche tempo fa andavo ancora a correre, una volta ho contato 63 cani e 10 bambini, da piazza Vittorio a San Mauro". Parla di Università e Politecnico, cita il Parco della Scienza e della Tecnologia, "un investimento da 600 milioni, il più grande d'Europa". C'è molto orgoglio, soprattutto quando parla del Salone del Libro, "io e la Appendino siamo andati a Roma da Franceschini dicendo che il Salone noi lo facevamo comunque", i due vanno d'accordo, il che non piace a molti del Pd.

C'è poi la querelle Olimpiadi, partita ormai persa perché l'ha vinta Milano con Cortina, ma giovedì 27 settembre, seduta sulla sua poltrona damascata tra le boiseries dell'ufficio del Sindaco, lei ancora ci sperava: "Le migliori condizioni le abbiamo noi, noi dobbiamo fare solo qualche rattoppo sulle strade e sistemare qualche impianto", ignara della battuta guascona che circola a Milano, "non abbiamo le montagne? Vabbè, le costruiamo, che ci vuole?". Lei ride, "ma non sanno quanto costano. Io sto ancora pagando i debiti di quelle del 2006".

Senti chi parla
C'è anche un altro prima e dopo, ed è quello di piazza San Carlo. Il disastro davanti ai maxischermi per la finale di Champions, 1.526 feriti, una donna morta. Lì Torino si è chiusa, ed è stata chiusa. Ne deriva un effetto di vuoto serale e notturno, vien voglia di tornare a casa presto, impulso contrario allo stile di una metropoli. "La città è bloccata, c'è un ritrovato provincialismo... E c'è una voglia di esprimersi, nei giovani, che non trova sbocco. Qui i giovani restano eterni giovani, non diventano mai classe dirigente" dice Marco Grimaldi, 38 anni, capogruppo regionale Leu, direttore di Proxima, festival di politica e altro che si tiene ai Murazzi, un'occasione per riaprire lo spazio meraviglioso in riva al Po, da anni chiuso a eventi e locali, a parte un paio.

Riaprirli sarebbe bello, così "si decongestionerebbero le altre due zone di movida, San Salvario e Santa Giulia", e si ritorna così al tema dei giovani che più che alle Olimpiadi guardano a un modello di città "come Berlino e Parigi, dove c'è un'offerta culturale enorme, e una mobilità facile, mentre a Torino dopo una certa ora resti a piedi" dice Paola Fierro, 30 anni, avvocata divisa tra uno studio a Milano e l'Asgi, Associazione studi giuridici sull'immigrazione, sede in via Gerdil angolo via Cottolengo, "un ghetto", ci abitano solo immigrati poveri, "a Torino c'è poco contatto tra le culture, la sindaca dovrebbe venire qui a farsi un giro, sarebbe interessante".

Uniti alla meta
Alla libreria "Il ponte sulla Dora" c'è Rocco Pinto, uno che si sbatte parecchio per la cultura, e ha inventato Portici di carta (un network di 100 librerie che "escono" in città) e Torino che legge, altra rassegna di successo. Dice Pinto: "La giunta dovrebbe aprirsi di più alla città, e anche farsi aiutare. Premetto che io ci lavoro, con loro, ma dico che dovrebbero ascoltare il cuore della città, parlare con le categorie, mica solo i librai, anche gli artigiani, gli operatori turistici, insomma chi ha delle competenze". Ci sono "tante energie da canalizzare, guardi a questo Borgo Rossini, una volta era zona problematica, oggi ci sono realtà eccellenti che però vanno tutelate, c'è il Campus dell'università, ma sa quanta fatica, per creare delle relazioni, e da lì pensare insieme un futuro...".

Manca una visione, questo lo dicono molti. "Manca un progetto, che pure c'era" dice Marta Dotti, 38 anni, tutor del polo universitario degli studenti detenuti. Ricorda con una certa malinconia "le Notti bianche, molti dicevano: figurati se i torinesi ci vanno... Ci andavano eccome. Io ho una figlia piccola, mi accontenterei di sapere quale può essere la forza motrice dei prossimi anni". La seconda linea di metropolitana? O Ronaldo, appena trasferito alla Juventus e acclamato dagli assessori perché "renderà iconica la nostra città".

Intanto sono comparse nuove icone, come la Nuvola Lavazza e le newyorchesi Ogr, già Officine Grandi Riparazioni, resuscitate dalla Fondazione Crt, e il grattacielo di Intesa San Paolo. Basta salire al 35° piano e guardare in là, basta che ci sia un futuro da guardare, però, e non solo i tetti di Moncalieri.

Sul Venerdì del 12 ottobre 2018