Il Venerdì

(Illustrazione Ale+Ale) 

Il gioco della Trump Tower

Il cemento dei mafiosi. Il cash sporco di Mosca. E poi il vertice al 26º piano per quel Russiagate che ora può costargli caro. La storia del presidente americano attraverso quella della sua Torre

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NEW YORK. Passerà alla Storia, sicuramente: ma per che cosa? Il Monumento a se stesso eretto dal 45º presidente americano, che fece scrivere il suo cognome in lettere alte sei metri, color oro. O forse come il colosso di cemento che legò per sempre il giovane Donald Trump prima alla mafia siciliana e poi a quella russa. O forse sarà ricordato nelle riviste di architettura come il preclaro esempio dello stile barocco-schiavista che accompagnò la fase finale del capitalismo. Oppure: la più grande lavanderia di denaro sporco? La base operativa dalla quale i servizi segreti di Putin hanno distrutto la democrazia americana? In attesa della verità, c'è anche un autorevole e molto malizioso paragone: la Trump Tower - parole dell'ex capo dell'Fbi James Comey - ricorda molto, per atmosfera e persone che vi circolano, il Cafè Giardino di Brooklyn da cui, negli anni Ottanta, il boss John Gambino organizzava il traffico internazionale di eroina. Il risultato elettorale del 6 novembre prossimo (ci sarà la riscossa dei Democratici?) e il gran finale della superinchiesta del procuratore Mueller (con il botto o con un flop?) aiuteranno a decidere come saranno ricordati questi 202 metri di cemento supercompresso sulla Quinta Strada nell'isolato più caro di Manhattan.

Sessantotto piani sopra un atrio colossale con fontane di marmo e cascate d'acqua. Costruita, sventrando storici edifici, tra il 1979 e il 1983, con 270 unità messe in vendita al prezzo base di 600 mila dollari (one bedroom) fino a 12 milioni (il triplex) da un 33enne noto alle cronache mondane come un playboy simbolo dell'edonismo reaganiano, la Trump Tower fu in realtà un vero trionfo delle "cinque famiglie" di Cosa Nostra di New York, che misero nell'opera la materia prima, i sindacati, la protezione e i primi compratori.

Mentre tutti gli altri architetti sceglievano il vetro acciaio, le imprese edili che il giovane Donald utilizzò seguivano la vecchia scuola ed erano di proprietà di personaggi dai nomi folkloristici, ma non per questo dei bonaccioni: Anthony "Fat" Salerno e Paul Castellano - tipi che hanno fatto la storia del crimine e del calcestruzzo - si occuparono di tutto; la costruzione marciò rapida e senza un solo sciopero, le banche pagavano volentieri visto il celere "avanzamento lavori"; d'altronde Trump e Cosa Nostra avevano lo stesso avvocato, il leggendario Roy Cohn, considerato l'uomo più malvagio d'America e il più convincente "facilitatore" della città.  E così la Torre venne inaugurata, con inquilini famosi, da Sophia Loren a Steven Spielberg a Johnny Carson, e altri meno famosi, che Donald (unico immobiliarista a farlo a New York) accettava a patto che pagassero in contanti, senza chiederne la provenienza.

Qualche suite andò pure agli amici di Palermo, persino il giovane figlio di Vito Ciancimino disse di avere a disposizione una suite per weekend di relax. Ai clienti della Torre, servizi di lusso in loco; le limousine della società di John Staluppi (barocchi salottini comprensivi dello shredder, il trituratore di documenti), riciclatore di denaro nei casinò di Atlantic City, insieme ad un altro abitante della Torre, Robert LiButti, ramo droga della famiglia Gambino. Il servizio di elicotteri era fornito da Joseph Weichselbaum, uno dei governatori della cocaina di New York.

In un misto di abitazioni e uffici, la Torre era già allora dominata dall'attico di Donald - tre piani foderati in oro, avorio e pietre luccicanti, copiato dall'arredamento del mercante d'armi saudita Adnan Khashoggi, in cui erano programmate visite guidate a potenziali acquirenti. La penthouse - dal 66º al 68º piano - ancora oggi è collegata da ascensori privati con il 26º-27º piano, che ospita la Trump Organization, il business del Nostro,  mentre più in basso, al quinto piano, lo studio televisivo della trasmissione The Apprentice ha fatto poi spazio alla sede della campagna elettorale presidenziale del 2016.

Ma è dalla fine degli anni Ottanta che gli inquilini cambiano: secondo Craig Unger, autore di Casa di Trump, Casa di Putin (pubblicato in Italia dalla Nave di Teseo), il futuro presidente, nelle sue varie iniziative immobiliari, concluse in un decennio 1.300 vendite di proprietà che erano in realtà operazioni di riciclaggio. Sono i tempi della fine dell'Urss, delle grandi privatizzazioni, dei padrini di Mosca che escono dalla galera e vanno alla conquista del mondo. I soldi che maneggiano sono "trillions, not billions", e dalla Trump Organization ne passa qualche fetta. Denaro di cui il non più giovane Trump comincia ad avere un dannato bisogno: ha investito nel casino business del New Jersey - mestiere che necessita un grande pelo sullo stomaco - ma gli è andata male, le banche gli hanno tolto i fidi. Solo i russi gli pompano denaro liquido. E dunque, il nostro pensa di moltiplicare il meccanismo, e costruisce nuove torri: dal Canada all'Azerbaijan, e compra centinaia di appartamenti in Florida.

Il meccanismo è sempre lo stesso: arrivano i russi e pagano cash. E i clienti sono di quelli spessi. Aveva cominciato a comprare, cinque condos di lusso nella Trump Tower nel 1987 per 6 milioni di dollari, tale David Bogatin, prestanome apripista della mafia russa. A lui fanno seguito altri 13 mafiosi russi, tutti inviati dal grande capo Semion Mogilevich, ucraino, secondo l'Fbi il più feroce ed intelligente criminale oggi all'ombra di Vladimir Putin; arriva poi Felix Sater, un altro ucraino, re dell'alluminio, che nella Torre occupa due piani e fonda addirittura una società con Trump prima di fuggire all'arresto. Compra tutto un piano, il 59º, Eduard Nektalov, uzbeko, re dei diamanti. L'Fbi lo avvicina e gli propone di collaborare, i suoi compari sospettano e quindi lo stendono a mitragliate sulla Sesta Avenue. Chissà se lo conosceva la vicina di appartamento Kellyanne Conway, che abita al piano di sopra e che oggi è consigliera speciale del presidente. Chissà se lo conosceva Guido Lombardi, che si autodefinisce "un conte italiano" e immobiliarista: possiede tutto il 62º piano e ha fatto una comparsata nelle televisioni italiane per sostenere l'azione politica di Matteo Salvini.

Compra casa nella Torre anche Paul Manafort, il più grande lobbista che il Partito repubblicano abbia mai avuto. Paul lavora per l'Ucraina filorussa, e le sue figlie sospettano che il denaro che ricevono da papà sia sporco di sangue delle rivolte di Kiev. Manafort sta aspettando l'ascensore; anche Trump, che davanti agli ascensori ha l'abitudine di mettere le mani addosso alle ragazze. Ma stavolta Donald è un politico, si è appena candidato. Gli fa: "Perché non mi dai una mano?". "Con piacere, Donald, lo faccio gratis" e diventa il suo campaign manager. Già condannato, e con accuse da ergastolo, oggi Manafort è l'asso nella manica del procuratore. E così Michael Cohen, anche lui inquilino di lusso, e avvocato, spiccia faccende per Trump. È quello che ha pagato la pornostar Stormy Daniels per farla star zitta. Ha voltato gabbana anche lui, che aveva l'abitudine, quando parlava con il padrone, di registrare tutto di nascosto. E ora i nastri li ha il procuratore. I due "infami", così li chiama il presidente, saranno i testimoni chiave dell'accusa principale, il grave fatto che avvenne al 26º piano, il giorno 9 giugno del 2016. Seduti intorno a un tavolo, Paul Manafort, il genero Jared Kushner, il figlio Donald Trump jr. e cinque inviati del Cremlino, guidati dall'avvocatessa Natalia Veselnitskaya. I russi annunciano che hanno materiale contro Hillary Clinton e si offrono di cominciare un devastante attacco mediatico. Il figlio Donald chiede l'assenso del padre, la trattativa comincia.

In una pubblica conferenza stampa, il 27 luglio 2016, il futuro presidente dà il via libera all'operazione, con una frase diventata famosa: "Russia, se sei in ascolto... Io spero possiate trovare le 30 mila mail sparite di Hillary Clinton...". Sulla base di questa catena di eventi, il procuratore Mueller ha già incriminato 12 alti ufficiali dei servizi segreti militari russi con l'accusa di cospirazione contro la democrazia americana. Ora, i nuovi "pentiti" possono dare dettagli sul famoso incontro del 26º piano. Se sarà così, sarà la famosa pistola fumante che porterà il presidente verso l'impeachment.

Ma ci può essere anche un'altra sorpresa. La visione del Café Giardino, di cui abbiamo parlato all'inizio. Strana storia. L'anno scorso, James Comey, il capo dell'Fbi licenziato da Trump perché non aveva accettato di fermare l'inchiesta sul Russiagate, ha scritto un libro di memorie sui suoi incontri con il presidente (A Higher Loyalty, immediato bestseller da tre milioni di copie). Sulla Trump Tower Comey si dilunga parecchio, la descrive con l'occhio dello sbirro. I corridoi e i servizi di sicurezza, il tendaggio color oro delle stanze riservate, gli sguardi degli addetti agli ascensori, i vestiti dell'entourage, le movenze, i silenzi, le possibili cimici e videocamere. Comey disse al presidente che c'era un'inchiesta che riguardava il suo consigliere alla sicurezza, il generale Michael T. Flynn, e Trump gli disse: "Lascialo andare, è un bravo ragazzo". Comey lo avvertì di un filmato in mano ai russi in cui lo si vede, a Mosca, impegnato con prostitute che pisciano sul letto in cui avevano dormito Obama e Michelle. Trump rispose: "Non è possibile, tutti sanno che sono germofobico. Lascia perdere, non vorrei che Melania ci rimanesse male". Poi gli chiese "lealtà", se voleva mantenere il posto.

E fu lì, tra quei tendaggi, quelle guardie del corpo, quegli ascensori che al capo dell'Fbi venne in mente la rassomiglianza del presidente con un boss della mafia, anzi un particolare boss, il famoso John Gambino, che lo stesso Comey e Rudolph Giuliani avevano fatto condannare all'ergastolo. La Torre gli ricordò i social club di Cosa Nostra (il Café Giardino, The Ravenite, The Palma Boys), che facevano da schermo alle grandi operazioni di import-export di eroina. Si ricordò del processo a Anthony "Fat" Salerno, il costruttore amico del futuro presidente. E di un pentito siciliano che lo aveva introdotto alla psicologia e ai rituali dei boss, alla lealtà e al tradimento. Un nome che forse qualcuno, in Italia, ricorda: Francesco Marino Mannoia, l'asso nella manica di Giovanni Falcone che mandò al tappeto le cinque famiglie di New York, il testimone oculare (creduto in tre gradi di giudizio) dell'incontro tra Giulio Andreotti e i capi della mafia palermitana, il depositario di mille segreti, che si rifece una vita e una famiglia in America. Oggi ha 67 anni, chissà se lui e Comey sono rimasti in contatto. Aspettiamo gli eventi. Consiglio per i turisti: i selfie vengono bene davanti all'ingresso principale, tra i blindati e gli uomini col mitra che fanno da cornice al maestoso ingresso della dimora dell'uomo più potente del mondo.   

Sul Venerdì del 26 ottobre 2018
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