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André Malraux (1901-1976) in una foto del ‘34 (Fred Stein Archive/  Archive Photos / Getty Images) 

Bentornato André Malraux

Riesce, in una nuova traduzione, il suo romanzo più famoso, La condizione umana. Un'occasione per riscoprire un autore mitico e un uomo d'azione allergico alla vita privata. Specie la propria
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Nello spot filmato per i cinegiornali Pathé dopo la vittoria del premio Goncourt anno 1933 con La condition humaine, reclamizzava il suo romanzo così: "Ho cercato di mostrare alcune immagini della grandezza umana. Le ho trovate tra i comunisti cinesi schiacciati, assassinati, gettati vivi nelle caldaie e distrutti in ogni maniera. È per quei morti che scrivo". Lo diceva fissando il pubblico dalla scrivania, una sigaretta fumante tra le dita e la mano incollata su un occhio tipo benda corsara. Con quelle pose dava sfogo alla sua teatralità, ma nascondeva anche il firmamento di tic che gli sconvolgevano il volto trasformandolo in una specie di flipper impazzito. Era la sindrome di Tourette, e André Malraux se la portava appresso sin da ragazzino.

Qualche biografo sospetta che, a 16 anni, fosse stata proprio la malattia a precludergli l'accesso allo schizzinoso Lycée Condorcet. Fu un'umiliazione. Ma anche una fortuna, perch&eac…
Nello spot filmato per i cinegiornali Pathé dopo la vittoria del premio Goncourt anno 1933 con La condition humaine, reclamizzava il suo romanzo così: "Ho cercato di mostrare alcune immagini della grandezza umana. Le ho trovate tra i comunisti cinesi schiacciati, assassinati, gettati vivi nelle caldaie e distrutti in ogni maniera. È per quei morti che scrivo". Lo diceva fissando il pubblico dalla scrivania, una sigaretta fumante tra le dita e la mano incollata su un occhio tipo benda corsara. Con quelle pose dava sfogo alla sua teatralità, ma nascondeva anche il firmamento di tic che gli sconvolgevano il volto trasformandolo in una specie di flipper impazzito. Era la sindrome di Tourette, e André Malraux se la portava appresso sin da ragazzino.

Qualche biografo sospetta che, a 16 anni, fosse stata proprio la malattia a precludergli l'accesso allo schizzinoso Lycée Condorcet. Fu un'umiliazione. Ma anche una fortuna, perché avrebbe fatto di lui un favoloso autodidatta. Troncati per sempre gli studi, i libri diverranno la prima avventura dell'avventuriero Malraux. Dumas, Balzac, Hugo - più tardi Nietzsche e Dostoevskij - gonfiano i suoi astratti furori, alimentando una propensione precoce al titanismo. E alla mitomania.

Riformato, André schiva la Grande guerra e prende ad aggirarsi per Parigi in costume da dandy: mantello nero foderato di satin rosa, fermacravatta con perla, guanti, bastone da passeggio. Deve farsi notare perché viene dal nulla. Dice d'essere figlio di un banchiere. Balle. Papà Ferdinand non è che un infimo agente di borsa che ha mollato la famiglia per farsene un'altra e morirà suicida. André è cresciuto a Bondy, banlieue parigina, con la madre Berthe, di origine italiana, la nonna e la zia. Le tre gestiscono una drogheria. Abitano tutti sopra al negozio. Allevato in un gineceo, Malraux avrà con la propria fanciullezza relazioni a dir poco pessime.

"Quasi tutti gli scrittori amano la loro infanzia, io la mia la detesto" ammetterà notoriamente nelle Antimemorie, singolare libro di ricordi dove quel passato praticamente non c'è. Depennato, sciò. Se André si vergogna dell'ambiente piccolo-borghese da cui proviene è perché vi ravvisa una perfetta negazione di sé. Delle drammatiche aspirazioni che sole rendono, secondo lui, una vita degna di essere vissuta. Vissuta e non semplicemente consumata. Comincia anche da lì, dalla rimozione delle origini, quella che sarà una tra le principali imprese  - riuscite - di AM: la fabbricazione del proprio mito.

Del Malraux che si indora il curriculum fino alle più preoccupanti fanfaluche s'è detto, scritto e smascherato quasi tutto. Su internet c'è addirittura un sito dove le sue frottole vengono smontate una per una con accanimento inquisitoriale. Ma forse la vera chiave per capire, e in parte assolvere, quel suo vizietto si annida in una pagina della Condizione umana, libro leggendario che ora torna da Bompiani in una nuova e bella traduzione di Stefania Ricciardi. È il passaggio nel quale, a proposito del barone Clappique - antiquario divenuto trafficante d'armi - si legge: "La sua mitomania è, beninteso, un modo per negare la vita, non per dimenticare. Su questioni del genere, non fidarti della logica. Non esiste nulla: tutto è sogno".

Insomma: le bugie possono diventare una forma d'arte. Così, almeno, le vive André Malraux. Quando scrive La condition humaine ha 32 anni, alcuni dei quali trascorsi pericolosamente in Oriente. Nel romanzo, la disastrosa rivoluzione cinese del 1927, che vide i comunisti massacrati dopo il voltafaccia pro-occidentale dei nazionalisti di Chiang Kai-shek, e il tradimento del Komintern staliniano, è raccontata con dialoghi metafisici e interrogativi filosofici, ma - genialata - luci, suggestioni, atmosfere sono quelle dei film espressionisti tedeschi e dei noir americani. Sarà anche per questo che, riletto 85 anni dopo, La condizione umana ti fa l'effetto di un romanzo felicemente démodé. Anacronistico non tanto per via dell'impianto corale - di libri corali se ne continuano a scrivere, si pensi solo alle terrificanti saghe familiari - quanto perché affronta epica, dilemmi e fallimenti di un'azione collettiva, ossia qualcosa che oggi ci sembra appartenere a remote civiltà.

Tutta zanzariere, risciò, fumerie d'oppio e postriboli, quella di Malraux è una Cina di cartongesso, tipica proiezione del desiderio occidentale, una patacca - però indimenticabile. Nelle terre del Celeste Impero André c'è stato soltanto da turista, ma  trucca le proprie credenziali: "In Asia ho organizzato il movimento Giovane Annam, poi sono diventato commissario del Kuomintang in Indocina e quindi a Canton" scrive al critico statunitense Edmund Wilson. La fake se la sarebbe bevuta persino Trotsky, che ammirava Malraux come scrittore ma non come politico ("È organicamente incapace di indipendenza morale") e lo riteneva pedina di Stalin: "Nel 1926 si trovava in Cina al servizio del Komintern-Kuomintang ed è tra i responsabili del soffocamento della rivoluzione" assicurava il "profeta armato". Macché. Nel '26 André è appena tornato dall'Oriente e se ne sta bello tranquillo in una pensione parigina di Passy. Però, siccome la storia è contorta, riprendiamola da dove l'avevamo lasciata. Da quel giovane Malraux che, forte soltanto delle proprie ambizioni, volteggia sulla capitale come un rapace parvenu.

A caccia di varchi per intrufolarsi in società, AM si guadagna da vivere trafficando in opere d'arte, libri rari, vuoi pornografici; si infiltra nell'editoria, scribacchia recensioni, vagabonda al Louvre o tra la statuaria asiatica dell'ipnotico Musée Guimet. A introdurlo nelle conventicole di Montmartre (Picasso, Braque, Cocteau, Satie...) sarà il poeta Max Jacob, apripista oggi un po' dimenticato di Dada e Surrealismo. Ispirato dal mentore, nel '21 Malraux pubblica Lunes en papier: è il suo esordio e il primo degli scritti giovanili da lui definiti farfelus - bislacchi quanto quelli di Jacob.

Di cena in vernissage, André conosce Clara Goldschmidt, che diverrà la sua prima moglie: ebrea di origine tedesca, raffinata, sveglissima, abbastanza danarosa. Insieme viaggiano, discettano su Hölderlin, vivono con i soldi di lei che lui manovra in borsa. Finché il tonfo di alcuni titoli messicani non lascia la coppia ko. Che fare? "Non crederete mica che io mi metta a lavorare!" insorge André. E per risollevarsi che s'inventa? Un colpaccio in Asia. Su una rivista specializzata ha scoperto che nella zona di Angkor, Cambogia, dorme ormai inghiottito dalla giungla il tempio khmer di Banteay Srei, X secolo. Bassorilievi, statue in grès rosa, pezzi che farebbero felice qualsiasi museo europeo o collezionista americano. Fingendo una spedizione scientifica, Malraux, Clara e un complice di razzie arrivano sul posto e si servono. Per tre giorni scalpellano via tutto quello che possono. Il bottino riempie alcune casse. Ma le autorità coloniali sono sul chi vive. E pizzicano il trio con le dita nell'archeo-marmellata. Poco prima di salpare da Phnom Penh, i predatori sono messi agli arresti - ma dorati, al Grand Hotel. Seguiranno processi roventi (sul banco degli imputati, André si difende recitando l'Eneide in latino), polemiche, vibranti petizioni innocentiste firmate dalla meglio intellettualità parigina, insomma una piccola cause célèbre.

Malraux se la caverà con una condanna lieve. Rientrato in Francia, riparte subito per l'Indocina. Durante il soggiorno forzato ha scoperto la "condizione disumana" dei colonizzati. E ne sosterrà il riscatto sulle colonne di due giornaletti dissidenti di sua creazioone, L'Indochine e poi L'Indochine enchaînée che, pur senza esprimere posizioni troppo radicali (i tempi non sono ancora maturi per pronunciare la parola "indipendenza"), faranno comunque abbastanza rumore da procurargli una nomea di sovversivo. Entrambe le pubblicazioni hanno vita effimera, ma poco importa: ormai il mito di Malraux è nato. Sorge all'insegna del paradosso - il paladino degli oppressi che voleva saccheggiarne le antichità - e sotto quel segno rimarrà fino alla fine.

Smilzo, elegante, un ciuffo nero sulla fronte, André attraversa gli anni Trenta da travolgente agit-prop antifascista, tribuno senza partito ma compagnon de route dei comunisti. Davanti ai misfatti staliniani non acconsente, però tace. Se la verità nuoce all'unità della lotta, tanto peggio per la verità. Malraux non è né sarà mai marxista: è il movimento operaio internazionale a intrigarlo. Delle tre parole incise sugli edifici pubblici francesi, quella che preferisce è fraternité. Ma "fraternità" è ancora un alato concetto. Ci penserà la Guerra civile spagnola a dargli corpo. E sangue.

Appena scoppiato il golpe franchista André schizza di là dai Pirenei. Per la Repubblica mette su una donchisciottesca squadriglia aerea di volontari e mercenari. Malraux bluffa, ma non bara. A differenza di turisti della guerra tipo Hemingway, lui ai combattimenti partecipa davvero. Non ha la minima idea di come si piloti un aereo, non sa nemmeno guidare un'auto se è per questo, però si butta, a bordo fa quello che può. È maldestro ma ha coraggio. Per i compagni diventa el Coronel, il Colonnello. Dalla tragedia spagnola tornerà con un altro grande romanzo, L'espoir, e un film omonimo girato durante la contesa. Nel '40, incassata l'ennesima sconfitta, quella della drôle de guerre e della Francia umiliata dall'invasione hitleriana, AM piomba in depressione. Vede i fascismi dilagare ovunque ed è stufo di prenderle. Abulico, alla Resistenza si aggiunge tardi, nel '44. Viene arrestato dai tedeschi, ma sfugge misteriosamente a torture e plotone d'esecuzione. Tra i partigiani della raccogliticcia, però sanguigna, Brigata Alsazia-Lorena, ritroverà la fraternité sperimentata in Spagna.

Ma intanto nel suo spirito si è prodotta un'enorme sostituzione. Adesso al posto del proletariato c'è la Nazione, la Francia, o meglio: La France. È l'inizio del sodalizio con de Gaulle, che non solo da sinistra costerà a Malraux comprensibili accuse di opportunismo. Però quello di André per Le Général è un vero e proprio innamoramento: politico, intellettuale. Ricambiato, AM sarà due volte ministro. È rimasto accanto al suo idolo anche durante la famosa "traversata del deserto", l'uscita di scena del Generale nel dopoguerra, prima che lo richiamassero al potere - "come un dittatore romano, non fascista" - di una République che la crisi algerina stava portando all'infarto.

Si è sempre raccontato Malraux come un poseur, ballista enfatico e vagamente trombonesco, tutto vero. Ma era anche un tipo generoso, fedele alle amicizie, bizzarro e perfino divertente. Crivellata da un'incredibile sfilza di lutti (la seconda moglie finita sotto un treno, i fratellastri vittime dei nazisti, i due figli morti in un incidente d'auto), la sua vita privata resta un enigma. D'altronde - secondo una sua celebre formula - l'intimità non è che "un miserabile mucchietto di segreti". Nella Condizione umana aveva scritto: "Un uomo è la somma delle sue azioni, di ciò che ha fatto, di ciò che può fare". Anche in polemica con il romanzo psicologico o "proustiano". E in accordo con quanto Claudel diceva della Recherche: "Al mondo ci sono anche cose diverse da quei domestici e da quegli oziosi". Malraux vuole essere unidimensionale, vuole che si parli soltanto del suo emisfero emerso, pubblico, del resto abbastanza sfaccettato. Si rileggano a riguardo i pirotecnici libri di "estetica", Le voci del silenzio, Il museo immaginario, La metamorfosi degli dei...  Testi snobbati dagli specialisti come dilettanteschi, ma che formano una sorta di monumentale romanzo sull'arte.

"Il XXI secolo sarà spirituale o non sarà": la frase più citata di Malraux lui non la scrisse mai, la pronunciò in un'intervista. Rispecchiava le preoccupazioni di un agnostico attratto dal divino, per niente misoneista ma allarmato da una modernità dove l'immanenza delle macchine annienta ogni trascendenza, religiosa come laica. Alla fine il suo romanzo più bello è forse l'ultimo, Lazare, dove AM si racconta fragile e stordito durante un ricovero d'urgenza nell'ospedalone pubblico della Salpêtrière. Ricordi epici e riflessioni pascaliane si impastano con la prosa dei pigiami, delle ciabatte, delle carrozzelle, del ragazzino italiano che di notte nella stanza accanto chiama: "Mamma...". "Qui i malati si succedono come le generazioni" scrive Malraux. Da vecchio combattente è sconcertato perché sta morendo, ma banalmente, senza soffrire. Sul comodino ha un mazzo di fiori tristi e una foto incorniciata del Général.