Canyon e praterie, i paesaggi della psiche
Vittorio Lingiardi , di VITTORIO LINGIARDIPeriodicamente viene dato per un genere tramontato e invece il western continua ad affascinare. Lo psichiatra e psicoanalista Vittorio Lingiardi ci spiega perché
Pistole, speroni, cactus, cavalli, teepee, saloon, fucili, bestiame, sceriffi, duelli, diligenze: che li si ami o no, i film western, i loro oggetti e i loro paesaggi, fanno parte di noi, da sempre. Da John Ford a Clint Eastwood (ma anche La fanciulla del West di Puccini e Tex Willer). Perché nei western si incontrano il mito e la storia, Shakespeare e il cinema, l'infanzia e la costruzione della mascolinità, la civiltà e la frontiera selvaggia. Insomma sono un immenso paesaggio psichico.
Il genere western, in tutte le sue varianti, Kurosawa compreso, è una narrazione intramontabile. Il critico francese André Bazin lo considerava "il cinema americano per eccellenza". Chi, come me, nel western ha sempre visto, anche con una certa insofferenza, l'epica della conquista e la celebrazione del maschio bianco, si è riconciliato con il genere attraverso le sue trasfigurazioni: la politica, la crepuscolare, la decadente e persino la …
Il genere western, in tutte le sue varianti, Kurosawa compreso, è una narrazione intramontabile. Il critico francese André Bazin lo considerava "il cinema americano per eccellenza". Chi, come me, nel western ha sempre visto, anche con una certa insofferenza, l'epica della conquista e la celebrazione del maschio bianco, si è riconciliato con il genere attraverso le sue trasfigurazioni: la politica, la crepuscolare, la decadente e persino la …
Pistole, speroni, cactus, cavalli, teepee, saloon, fucili, bestiame, sceriffi, duelli, diligenze: che li si ami o no, i film western, i loro oggetti e i loro paesaggi, fanno parte di noi, da sempre. Da John Ford a Clint Eastwood (ma anche La fanciulla del West di Puccini e Tex Willer). Perché nei western si incontrano il mito e la storia, Shakespeare e il cinema, l'infanzia e la costruzione della mascolinità, la civiltà e la frontiera selvaggia. Insomma sono un immenso paesaggio psichico.
Il genere western, in tutte le sue varianti, Kurosawa compreso, è una narrazione intramontabile. Il critico francese André Bazin lo considerava "il cinema americano per eccellenza". Chi, come me, nel western ha sempre visto, anche con una certa insofferenza, l'epica della conquista e la celebrazione del maschio bianco, si è riconciliato con il genere attraverso le sue trasfigurazioni: la politica, la crepuscolare, la decadente e persino la trasfigurazione omofila, un elenco lunghissimo che va da Il mucchio selvaggio a Butch Cassidy, da Il piccolo grande uomo a Django Unchained. Come capita a tutte le grandi narrazioni, il genere western, termometro politico e sociale, è stato più volte riscritto, riscoperto, parodiato, spesso creando sottotesti sorprendenti. "Il western è flessibile, per questo è ancora vivo" dice Richard Aquila, autore di Wanted Dead or Alive: The American West in Popular Culture. "È come il test di Rorschach, e ogni generazione lo usa a modo suo". Al punto che si potrebbe pensare a Guerre stellari come a un western trasferito nello Spazio.
Era inevitabile che arrivasse alle serie televisive. Westworld è una serie Hbo (cast superlativo: su tutti, Anthony Hopkins) che gli autori descrivono come "un'oscura odissea sull'alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato". Westworld è il nome di un parco a tema, dove i visitatori hanno la libertà di picchiare o uccidere i residenti, definiti "attrazioni", androidi molto evoluti del tutto identici a esseri umani. Perché ambientare questo futuro distopico in uno scenario western? Perché mescolare cavalli e robot? Perché il western, mi suggerisce lo psicologo junghiano e cinefilo Guido Giovanardi, "è un mondo dove Bene e Male si affrontano archetipicamente, dove il territorio (dell'Es o dell'inconscio collettivo, a seconda che si scelga Freud o Jung) è sterminato e tutto da attraversare, dove si diventa se stessi incontrando l'Ombra. E ogni figura ha qualcosa di assoluto e fiabesco: il femminile materno del ranch vs le prostitute del saloon; lo sceriffo vs il fuorilegge; le scorribande degli indiani vs la civiltà in costruzione...". E qui, tra fiabe e aggressività, cade a fagiolo una frase da Il mucchio selvaggio che ci aiuta a capire qualcosa del fascino western: "Tutti sognano di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti".
Basta un cappello, un cavallo o un canyon per farci entrare nell'atmosfera. Per parlarci di storia e mitologia, di avventura e politica. E anche di noi, stando almeno a un ricordo personale che il collega Nino Ferro racconta in un'intervista di tanti anni fa a Luciana Sica. Era negli Stati Uniti per una conferenza e doveva prendere un treno da New York a Washington. La conferenza lo preoccupava, si sentiva a disagio e continuava a chiedersi: "Ma come diavolo si prende quel treno?". Decide allora di chiamare un'amica per condividere quel turbamento. E lei, scherzando, gli dice quattro parole: Quel treno per Yuma... , che è un famoso western degli anni Cinquanta dove un agricoltore, in Arizona, si trova a scortare un feroce bandito, in un viaggio pieno di insidie. Bene, dice Ferro, la semplice citazione di quel film annidato nei ricordi d'infanzia è stata sufficiente a trasformare in un'immagine la sua ansia, a condensare quello stato d'animo confuso e persecutorio riconducendolo alle sue radici infantili. Il malumore è passato e l'analista si è potuto godere il trenino che lo portava al congresso. Come dicevo, il paesaggio dell'inconscio prevede anche i canyon.
Sul Venerdì del 26 ottobre 2018
Il genere western, in tutte le sue varianti, Kurosawa compreso, è una narrazione intramontabile. Il critico francese André Bazin lo considerava "il cinema americano per eccellenza". Chi, come me, nel western ha sempre visto, anche con una certa insofferenza, l'epica della conquista e la celebrazione del maschio bianco, si è riconciliato con il genere attraverso le sue trasfigurazioni: la politica, la crepuscolare, la decadente e persino la trasfigurazione omofila, un elenco lunghissimo che va da Il mucchio selvaggio a Butch Cassidy, da Il piccolo grande uomo a Django Unchained. Come capita a tutte le grandi narrazioni, il genere western, termometro politico e sociale, è stato più volte riscritto, riscoperto, parodiato, spesso creando sottotesti sorprendenti. "Il western è flessibile, per questo è ancora vivo" dice Richard Aquila, autore di Wanted Dead or Alive: The American West in Popular Culture. "È come il test di Rorschach, e ogni generazione lo usa a modo suo". Al punto che si potrebbe pensare a Guerre stellari come a un western trasferito nello Spazio.
Era inevitabile che arrivasse alle serie televisive. Westworld è una serie Hbo (cast superlativo: su tutti, Anthony Hopkins) che gli autori descrivono come "un'oscura odissea sull'alba della coscienza artificiale e sul futuro del peccato". Westworld è il nome di un parco a tema, dove i visitatori hanno la libertà di picchiare o uccidere i residenti, definiti "attrazioni", androidi molto evoluti del tutto identici a esseri umani. Perché ambientare questo futuro distopico in uno scenario western? Perché mescolare cavalli e robot? Perché il western, mi suggerisce lo psicologo junghiano e cinefilo Guido Giovanardi, "è un mondo dove Bene e Male si affrontano archetipicamente, dove il territorio (dell'Es o dell'inconscio collettivo, a seconda che si scelga Freud o Jung) è sterminato e tutto da attraversare, dove si diventa se stessi incontrando l'Ombra. E ogni figura ha qualcosa di assoluto e fiabesco: il femminile materno del ranch vs le prostitute del saloon; lo sceriffo vs il fuorilegge; le scorribande degli indiani vs la civiltà in costruzione...". E qui, tra fiabe e aggressività, cade a fagiolo una frase da Il mucchio selvaggio che ci aiuta a capire qualcosa del fascino western: "Tutti sognano di tornare bambini, anche i peggiori fra noi. Forse i peggiori lo sognano più di tutti".
Basta un cappello, un cavallo o un canyon per farci entrare nell'atmosfera. Per parlarci di storia e mitologia, di avventura e politica. E anche di noi, stando almeno a un ricordo personale che il collega Nino Ferro racconta in un'intervista di tanti anni fa a Luciana Sica. Era negli Stati Uniti per una conferenza e doveva prendere un treno da New York a Washington. La conferenza lo preoccupava, si sentiva a disagio e continuava a chiedersi: "Ma come diavolo si prende quel treno?". Decide allora di chiamare un'amica per condividere quel turbamento. E lei, scherzando, gli dice quattro parole: Quel treno per Yuma... , che è un famoso western degli anni Cinquanta dove un agricoltore, in Arizona, si trova a scortare un feroce bandito, in un viaggio pieno di insidie. Bene, dice Ferro, la semplice citazione di quel film annidato nei ricordi d'infanzia è stata sufficiente a trasformare in un'immagine la sua ansia, a condensare quello stato d'animo confuso e persecutorio riconducendolo alle sue radici infantili. Il malumore è passato e l'analista si è potuto godere il trenino che lo portava al congresso. Come dicevo, il paesaggio dell'inconscio prevede anche i canyon.
Sul Venerdì del 26 ottobre 2018