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L’architetto Mario Bellini sul suo divano Via lattea (Meritalia) (Ansa) 

Mario Bellini: "Vi avverto: il design ha gli anni contati"

"Come gli altri stili, anche quello del nostro tempo è destinato a morire". Il grande architetto milanese, intanto, spiega ai bambini in un libro il significato di una parola molto usata. E abusata
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MILANO. L'unico momento libero per l'intervista è la domenica mattina. Il resto della settimana l'architetto Mario Bellini, classe 1935, lavora di continuo: cantieri in giro per il mondo, riunioni con i clienti e con lo staff, progetti di mobili e accessori, allestimento di mostre d'arte e l'istituzione di una Fondazione che raccolga 58 anni di carriera. "Per ogni oggetto che ho realizzato" dice "ho conservato almeno due esemplari e poi i disegni, i modelli, la corrispondenza...".

Bellini si è però ritagliato il tempo per scrivere un piccolo libro illustrato,  Il design spiegato ai bambini (Bompiani, pp. 32, euro 15, disegni di Erika Pittis), per cercare di rendere più chiara, e non solo ai più piccoli, una parola che ha invaso tutti i campi, diventando una sorta di marchio per piazzare sul mercato qualsiasi cosa. Con otto Compassi d'oro (nessuno ne ha mai avuti tanti) e centinaia di prodotti progetta…
MILANO. L'unico momento libero per l'intervista è la domenica mattina. Il resto della settimana l'architetto Mario Bellini, classe 1935, lavora di continuo: cantieri in giro per il mondo, riunioni con i clienti e con lo staff, progetti di mobili e accessori, allestimento di mostre d'arte e l'istituzione di una Fondazione che raccolga 58 anni di carriera. "Per ogni oggetto che ho realizzato" dice "ho conservato almeno due esemplari e poi i disegni, i modelli, la corrispondenza...".

Bellini si è però ritagliato il tempo per scrivere un piccolo libro illustrato,  Il design spiegato ai bambini (Bompiani, pp. 32, euro 15, disegni di Erika Pittis), per cercare di rendere più chiara, e non solo ai più piccoli, una parola che ha invaso tutti i campi, diventando una sorta di marchio per piazzare sul mercato qualsiasi cosa. Con otto Compassi d'oro (nessuno ne ha mai avuti tanti) e centinaia di prodotti progettati - parecchi ancora nei negozi dopo decenni - Bellini scrive che una delle sedie che ama di più è quella di un ricco funzionario dell'antico Egitto. "Ciò significa che il tempo che passa non cambierà mai troppo le sedie che tutti usiamo e conosciamo così bene".

Scusi architetto, ma se era già perfetta la sedia di quattromila anni fa, perché stiamo ancora a interrogarci su come disegnarle?
"Lì c'era già tutto: lo schienale leggermente inclinato per dare più comfort, la seduta concava per accogliere le rotondità delle terga, la solidità delle giunture per non cadere in terra. E anche dei decori per esprimere la dignità del rango. Quella sedia che era comoda allora lo sarebbe anche oggi. È con il Bauhaus, a partire dagli anni Venti, che si è inventata la favola che stavamo creando il mobile perfetto che avrebbe decretato per sempre la morte di tutti gli stili".

Una favola?
"Il principio secondo cui la forma segue la funzione è ingenuo e venato dell'arroganza di tutte le avanguardie. Si sosteneva che il mobile razionale dava la risposta giusta e definitiva a ogni necessità".

Non è così?
"Eh no. La fine degli stili, oltre che non vera - c'è ancora chi arreda Art Déco la propria casa - non è nemmeno desiderabile. Ogni epoca ha il diritto di esprimere il proprio stile. E di disegnare le proprie sedie".

Il design nasce quindi su una bufala?
"La definizione di design, in fondo, è semplice: è lo stile di questo nostro tempo. È esso stesso uno stile. Che ha avuto una nascita, uno sviluppo e avrà una morte. E arriveremo, presto o tardi, al post-design. Questa affermazione farà inorridire studiosi, creativi e anche industriali, ma è quello che penso".

Nel libro scrive che molti suoi oggetti ricordano gli animali. È la natura a ispirarla?
"Uso quell'immagine solo per spiegarmi, ma dietro ogni progetto c'è l'homo faber. Le faccio un esempio: la copertura del padiglione di arte islamica del Louvre e il disegno a onde del vassoio Dune per Kartell non nascono dall'osservazione del deserto ma da un pezzo di lamiera che avevo in studio e che ho lavorato e plasmato. Dopo averlo scannerizzato ho visto che l'immagine che restituiva era quella di un mare in tempesta o del bronzo fuso che ribolle".

Tra gli anni Sessanta e Settanta ha disegnato il primo mangiadischi di successo, il primo personal computer, la prima monovolume... Intuizione o fortuna di essere al posto giusto nel momento giusto?
"Prima del mangiadischi Pop, che fu un successo incredibile, avevo disegnato l'Irradiette e il Fonette che però, colori squillanti a parte, avevano ancora una forma a scatolaccia. Il Pop, invece, ridottissimo nelle dimensioni, veniva portato in macchina e in camporella dai giovani di tutta Europa esprimendo lo stile libero e creativo del Sessantotto".

Con il P101 di Olivetti finì addirittura sulla Luna...
"Sulla Luna no, ma nei laboratori della Nasa che calcolavano la traiettoria dell'Apollo 11. Io ero consulente Olivetti da anni e per loro avevo disegnato macchine da scrivere e calcolatrici celebri come la Divisumma 18. Ma del progetto del Programma 101 nessuno mi aveva detto niente. Una domenica mattina mi telefonò Roberto Olivetti pregandomi di raggiungerlo a casa sua. Trovai il tavolo da pranzo pieno di schede e circuiti. Mi spiegò di cosa si trattava e che avevano chiesto a un designer molto celebre di fare il progetto della macchina di Pier Giorgio Perotto ma il risultato non lo convinceva per niente. Mi disse: "Architetto lei pensa di farcela?". Gli risposi: "Mi dia tre settimane". Feci riprodurre in polistirolo tutti i circuiti e con un blocco di creta, come fossi uno scultore, realizzai il P101. A Olivetti piacque molto e iniziò subito la produzione".

Deve aver colpito molto anche Steve Jobs visto che venne a bussare alla sua porta per portarla a Cupertino.
"Jobs aveva assistito a una mia conferenza ad Aspen nel 1982. Anni dopo mi chiamò e poi si presentò direttamente nel mio studio di Corso Venezia. Mi chiese di andare alla Apple come capo del design ma io avevo un contratto di consulenza esclusiva con Olivetti. A fermarmi fu la certezza che avrei di fatto smesso di disegnare. Un i-Phone deve avere lo schermo più grande possibile e lo spessore minimo. La mia attività si sarebbe ridotta a smussare gli angoli. Sarei diventato molto più ricco ma sarei stato un company designer. Dissi di no d'istinto senza pensarci. E non me ne pento".

Jonathan Ive, che prese quel posto, l'ha ringraziata?
"No, mai".

Meno successo ebbe la Kar-A-Sutra, quella che gli storici dell'automobile definiscono la prima monovolume, rimasta solo un concept.
"Fu creata per la mostra Italy: the New Domestic Landscape al Moma di New York nel 1972. Era un'auto abitabile con dei cuscini speciali che prendevano la forma delle persone, poteva variare il suo assetto e permettere ai viaggiatori di scoprire il mondo dal tettino. Pensai: quando i giornali americani pubblicheranno le foto Ford e General Motors mi chiameranno per metterla in produzione. Nessuno telefonò. Anni dopo nacque la Renault Espace, discendente diretta della Kar-A-Sutra, ma nessuno mi ha neanche detto grazie per l'idea".

Negli ultimi anni si parla tanto di ecodesign. Moriremo con i mobili di cartone riciclato?
"Le aziende serie già sono eco: quando ti commissionano un oggetto ti chiedono che sia facilmente disassemblabile per poter differenziare i componenti. Per me un mobile è eco quando, per i suoi materiali, non si rompe e dura per generazioni. Gli arredi di bassa qualità saranno pure democratici perché economici, ma cadono facilmente a pezzi e inducono le persone a cambiare l'arredamento come fosse un abito. Riempiendo il pianeta di rifiuti".

Sul Venerdì del 9 novembre 2018