Non fateci diventare i Khashoggi di domani
Francesca Caferri , dalla nostra inviata FRANCESCA CAFERRIDopo l'omicidio del giornalista saudita, i dissidenti fuggiti all'estero hanno paura. Anche gli emiratini e gli egiziani. Perché, ci dicono, se l'Occidente non punisce Riad sono tutti più a rischio
RIAD. "Partirò fra qualche giorno. A mia madre non l'ho neanche detto. Le dirò che devo star fuori per lavoro. Non posso certo raccontarle che si tratta della mia sicurezza". La voce dell'accompagnatore saudita è un sussurro, in uno dei ristoranti degli hotel di lusso di Riad, uno dei pochi posti dove uomini e donne possono sedere insieme anche senza essere sposati o familiari. "Me lo hanno fatto capire chiaramente: sono sulla lista. Non sono ancora arrivati al mio nome: non sono abbastanza importante, evidentemente. Ma dopo quello che è accaduto a Khashoggi non posso più permettermi di aspettare". La lista di cui l'anonimo - per evidenti ragioni - parla è quella che negli ultimi quattordici mesi ha portato in prigione in Arabia Saudita centinaia di persone: economisti, giornalisti, islamisti, attori, attivisti liberali, scrittori, avvocati, uomini d'affari, funzionari governativi e anche principi di sangue …
RIAD. "Partirò fra qualche giorno. A mia madre non l'ho neanche detto. Le dirò che devo star fuori per lavoro. Non posso certo raccontarle che si tratta della mia sicurezza". La voce dell'accompagnatore saudita è un sussurro, in uno dei ristoranti degli hotel di lusso di Riad, uno dei pochi posti dove uomini e donne possono sedere insieme anche senza essere sposati o familiari. "Me lo hanno fatto capire chiaramente: sono sulla lista. Non sono ancora arrivati al mio nome: non sono abbastanza importante, evidentemente. Ma dopo quello che è accaduto a Khashoggi non posso più permettermi di aspettare". La lista di cui l'anonimo - per evidenti ragioni - parla è quella che negli ultimi quattordici mesi ha portato in prigione in Arabia Saudita centinaia di persone: economisti, giornalisti, islamisti, attori, attivisti liberali, scrittori, avvocati, uomini d'affari, funzionari governativi e anche principi di sangue reale. Tutti con un unico punto in comune: l'aver espresso opinioni critiche nei confronti del principe ereditario Mohammed Bin Salman e dei suoi progetti di riforma di uno dei Paesi più chiusi del mondo, l'Arabia Saudita appunto.
Conosciuta e raccontata dagli addetti ai lavori, l'esistenza della lista è diventata nota al grande pubblico solo dopo l'assassinio, per mano di un commando arrivato da Riad, di Jamal Khashoggi, il giornalista entrato il 2 ottobre nel consolato del regno a Istanbul per non uscirne più vivo. Nell'elenco dei dissidenti da mettere a tacere, Khashoggi occupava un posto di rilievo: e ne era ben consapevole. Temendo il clima sempre più pesante intorno a lui, nell'estate del 2017 era andato negli Stati Uniti: qualche settimana dopo, a settembre, la casa reale aveva ordinato la prima di una serie di retate di arresti, e messo in carcere diversi suoi amici e colleghi. Per Khashoggi, ritornare era diventato impossibile.
Per molti dei dissidenti arabi - non solo sauditi - che negli anni passati sono fuggiti all'estero, la sua morte è stata uno shock: non solo per la perdita di quello che molti di loro consideravano un amico e una guida, ma per il segnale che ha mandato. "Abbiamo sempre temuto che potessero raggiungerci: c'erano stati rapimenti, persone prelevate in altri Paesi e poi riportate a forza in patria. C'era un disegno chiaro del governo per mettere a tacere ogni critica: ma non erano ancora arrivati ad uccidere. Prendere di mira Jamal è stato come prendere di mira tutti noi" spiega Manal al Sharif, 39 anni, una delle più importanti attiviste per il diritto alla guida delle donne in Arabia Saudita, da anni in Australia.
Un timore che non riguarda soltanto i cittadini del regno. "Per gli attivisti arabi ormai esiste una sorta di no-go area, un arco di Paesi in cui è bene non recarsi" spiega Madawi al Rasheed, docente della London School of Economics, lei stessa oggetto di ripetuti attacchi da Riad. "Non si può andare in Giordania, in Egitto, nei Paesi del Golfo, in Marocco: e non si può andare per un motivo chiaro. Fra i governi c'è un accordo per fermare e rimpatriare personaggi considerati pericolosi". Al Rasheed cita il caso di un suo cugino, scomparso in Kuwait e riapparso in cella in Arabia Saudita. Ma l'elenco non si ferma qui. Loujain al Hathloul, 29 anni, un'altra attivista saudita per la guida, nel 2017 si era trasferita negli Emirati Arabi Uniti per studiare: a maggio la polizia ha fermato la sua auto, l'ha arrestata e riportata a Riad dove è stata rinchiusa in carcere. Da allora di lei non si hanno più notizie. Una sorte simile è toccata a suo marito, il famoso attore Fahad al Butairi, che su Twitter si definiva come il suo "orgoglioso compagno": fermato in Giordania e rimpatriato su un volo in cui era l'unico passeggero, è stato costretto a divorziare e a cancellare qualunque attività pubblica.
"Siamo una comunità piccola, ci conosciamo tutti: sarebbe una bugia dire che tutti questi episodi non ci avessero già spaventato" ragiona Iyad el Baghdadi, 41 anni, uno dei più noti attivisti del mondo arabo, "ma la morte di Jamal ha dato a tutto un altro senso". El Baghdadi ha una storia molto speciale: palestinese di famiglia, nato in Kuwait, cresciuto negli Emirati, è una delle vittime più note della repressione seguita alla Primavera araba. In quei mesi di speranza, la sua capacità di tradurre in inglese e diffondere via social network le voci dei principali attivisti egiziani lo hanno reso famoso. Ma ne ha fatto anche un obiettivo, tanto che nel 2014 il governo degli Emirati lo ha cacciato insieme alla moglie, incinta di sette mesi.
Per El Baghdadi è iniziata una lunga peregrinazione, terminata solo quando la Norvegia gli ha concesso asilo politico. Dal giorno del suo arrivo a Oslo non ha mai smesso di far sentire la sua voce - a marzo pubblicherà con Laterza Triangolo vizioso. Tiranni, terroristi e Occidente - ma la morte di Khashoggi ha cambiato le cose anche per lui: "La prima reazione è stata di paura. E lo è ancora. Ho pensato: se hanno preso Jamal possono prendere me e i miei figli quando vogliono. E a farlo potrebbe essere non solo Mohammed Bin Salman, ma anche l'emiratino Mohammed Bin Zayed, l'egiziano Sisi e tutti i dittatori del mondo arabo. Ma poi ho visto la risposta che c'è stata e mi ha dato forza: abbiamo alzato la voce e questa storia non è passata inosservata. La reputazione di Bin Salman è rovinata: il fantasma di Jamal lo perseguiterà ovunque vada. Dà coraggio sapere che se mai ti accadesse qualcosa ci sarebbe gente pronta a parlare per te, come noi stiamo facendo oggi per Jamal".
L'esistenza di un programma di rendition forzate degli attivisti all'estero è stata confermata dallo stesso governo saudita, nel tentativo di spiegare la morte di Khashoggi come un "incidente di percorso" nell'attuazione di quello stesso programma. Ghanem al Dosari lo ha sperimentato di persona: in esilio in Gran Bretagna dal 2003, con un imponente seguito di follower sui social network, per anni ha respinto le richieste - gentili o ricattatorie - di rappresentanti sauditi per presentarsi in ambasciata. Due settimane prima della morte di Khashoggi è stato aggredito nel cuore di Londra da un gruppo di sauditi che lo accusavano di aver insultato il re. "Sono stato fortunato" racconta, "perché mi hanno solo picchiato. Dicevano che della polizia britannica non gli importava nulla, che possono controllare chi vogliono. È stato brutto ma, se fossi andato in ambasciata a ritirare il passaporto come mi avevano invitato a fare tempo prima, avrei potuto fare la fine di Khashoggi. Potrebbero uccidermi ogni giorno: forse ora non lo faranno perché c'è troppa pressione. Ma sono certo che ci riproveranno". Un'idea condivisa da Omaima al Najjar, attivista saudita che da anni vive in Italia da rifugiata politica: "Se il governo saudita non pagherà per quello che è accaduto a Khashoggi il messaggio sarà chiaro. Ognuno di noi, egiziano, saudita, emiratino è un target. Ovunque si trovi".
Sul Venerdì del 16 novembre 2018
Conosciuta e raccontata dagli addetti ai lavori, l'esistenza della lista è diventata nota al grande pubblico solo dopo l'assassinio, per mano di un commando arrivato da Riad, di Jamal Khashoggi, il giornalista entrato il 2 ottobre nel consolato del regno a Istanbul per non uscirne più vivo. Nell'elenco dei dissidenti da mettere a tacere, Khashoggi occupava un posto di rilievo: e ne era ben consapevole. Temendo il clima sempre più pesante intorno a lui, nell'estate del 2017 era andato negli Stati Uniti: qualche settimana dopo, a settembre, la casa reale aveva ordinato la prima di una serie di retate di arresti, e messo in carcere diversi suoi amici e colleghi. Per Khashoggi, ritornare era diventato impossibile.
Per molti dei dissidenti arabi - non solo sauditi - che negli anni passati sono fuggiti all'estero, la sua morte è stata uno shock: non solo per la perdita di quello che molti di loro consideravano un amico e una guida, ma per il segnale che ha mandato. "Abbiamo sempre temuto che potessero raggiungerci: c'erano stati rapimenti, persone prelevate in altri Paesi e poi riportate a forza in patria. C'era un disegno chiaro del governo per mettere a tacere ogni critica: ma non erano ancora arrivati ad uccidere. Prendere di mira Jamal è stato come prendere di mira tutti noi" spiega Manal al Sharif, 39 anni, una delle più importanti attiviste per il diritto alla guida delle donne in Arabia Saudita, da anni in Australia.
Un timore che non riguarda soltanto i cittadini del regno. "Per gli attivisti arabi ormai esiste una sorta di no-go area, un arco di Paesi in cui è bene non recarsi" spiega Madawi al Rasheed, docente della London School of Economics, lei stessa oggetto di ripetuti attacchi da Riad. "Non si può andare in Giordania, in Egitto, nei Paesi del Golfo, in Marocco: e non si può andare per un motivo chiaro. Fra i governi c'è un accordo per fermare e rimpatriare personaggi considerati pericolosi". Al Rasheed cita il caso di un suo cugino, scomparso in Kuwait e riapparso in cella in Arabia Saudita. Ma l'elenco non si ferma qui. Loujain al Hathloul, 29 anni, un'altra attivista saudita per la guida, nel 2017 si era trasferita negli Emirati Arabi Uniti per studiare: a maggio la polizia ha fermato la sua auto, l'ha arrestata e riportata a Riad dove è stata rinchiusa in carcere. Da allora di lei non si hanno più notizie. Una sorte simile è toccata a suo marito, il famoso attore Fahad al Butairi, che su Twitter si definiva come il suo "orgoglioso compagno": fermato in Giordania e rimpatriato su un volo in cui era l'unico passeggero, è stato costretto a divorziare e a cancellare qualunque attività pubblica.
"Siamo una comunità piccola, ci conosciamo tutti: sarebbe una bugia dire che tutti questi episodi non ci avessero già spaventato" ragiona Iyad el Baghdadi, 41 anni, uno dei più noti attivisti del mondo arabo, "ma la morte di Jamal ha dato a tutto un altro senso". El Baghdadi ha una storia molto speciale: palestinese di famiglia, nato in Kuwait, cresciuto negli Emirati, è una delle vittime più note della repressione seguita alla Primavera araba. In quei mesi di speranza, la sua capacità di tradurre in inglese e diffondere via social network le voci dei principali attivisti egiziani lo hanno reso famoso. Ma ne ha fatto anche un obiettivo, tanto che nel 2014 il governo degli Emirati lo ha cacciato insieme alla moglie, incinta di sette mesi.
Per El Baghdadi è iniziata una lunga peregrinazione, terminata solo quando la Norvegia gli ha concesso asilo politico. Dal giorno del suo arrivo a Oslo non ha mai smesso di far sentire la sua voce - a marzo pubblicherà con Laterza Triangolo vizioso. Tiranni, terroristi e Occidente - ma la morte di Khashoggi ha cambiato le cose anche per lui: "La prima reazione è stata di paura. E lo è ancora. Ho pensato: se hanno preso Jamal possono prendere me e i miei figli quando vogliono. E a farlo potrebbe essere non solo Mohammed Bin Salman, ma anche l'emiratino Mohammed Bin Zayed, l'egiziano Sisi e tutti i dittatori del mondo arabo. Ma poi ho visto la risposta che c'è stata e mi ha dato forza: abbiamo alzato la voce e questa storia non è passata inosservata. La reputazione di Bin Salman è rovinata: il fantasma di Jamal lo perseguiterà ovunque vada. Dà coraggio sapere che se mai ti accadesse qualcosa ci sarebbe gente pronta a parlare per te, come noi stiamo facendo oggi per Jamal".
L'esistenza di un programma di rendition forzate degli attivisti all'estero è stata confermata dallo stesso governo saudita, nel tentativo di spiegare la morte di Khashoggi come un "incidente di percorso" nell'attuazione di quello stesso programma. Ghanem al Dosari lo ha sperimentato di persona: in esilio in Gran Bretagna dal 2003, con un imponente seguito di follower sui social network, per anni ha respinto le richieste - gentili o ricattatorie - di rappresentanti sauditi per presentarsi in ambasciata. Due settimane prima della morte di Khashoggi è stato aggredito nel cuore di Londra da un gruppo di sauditi che lo accusavano di aver insultato il re. "Sono stato fortunato" racconta, "perché mi hanno solo picchiato. Dicevano che della polizia britannica non gli importava nulla, che possono controllare chi vogliono. È stato brutto ma, se fossi andato in ambasciata a ritirare il passaporto come mi avevano invitato a fare tempo prima, avrei potuto fare la fine di Khashoggi. Potrebbero uccidermi ogni giorno: forse ora non lo faranno perché c'è troppa pressione. Ma sono certo che ci riproveranno". Un'idea condivisa da Omaima al Najjar, attivista saudita che da anni vive in Italia da rifugiata politica: "Se il governo saudita non pagherà per quello che è accaduto a Khashoggi il messaggio sarà chiaro. Ognuno di noi, egiziano, saudita, emiratino è un target. Ovunque si trovi".
Sul Venerdì del 16 novembre 2018