Mario Martone: ecco la mia isoletta di libertà
Stefano Pistolini , di STEFANO PISTOLINIUna comune di artisti nell'Europa che brucia nella Grande guerra. Con Capri Revolution il regista napoletano rielabora a modo suo una storia vera. "Per dire che la danza è più bella della clava"
ROMA. Nel microcosmo di Capri, mentre deflagra la Prima guerra mondiale, convivono e talvolta confliggono tribù diverse tra loro. Ci sono i componenti della civiltà contadina locale, attaccata alle aspre terre e alle smunte mandrie e assediata dall'industrializzazione. Ma sono arrivati anche personaggi legati agli avvenimenti che stanno incendiando l'Europa, come il giovane medico sbarcato nell'isola per curare i malati ma anche per diffondere il verbo socialista e dare asilo ai profughi in arrivo da Mosca, dove la Rivoluzione suona i suoi rintocchi. Poi c'è qualcuno d'ancor più bizzarro: una comune di forestieri del Nord Europa, guidati da un pittore visionario chiamato Seybu, dediti alla sperimentazione artistica di gruppo, al vegetarianesimo e a un'organizzazione animista e contemplativa.
Dall'incontro/scontro tra queste differenze e seguendo il viaggio esistenziale della giovane capraia Lucia, da una vita di stenti e sottom…
Dall'incontro/scontro tra queste differenze e seguendo il viaggio esistenziale della giovane capraia Lucia, da una vita di stenti e sottom…
ROMA. Nel microcosmo di Capri, mentre deflagra la Prima guerra mondiale, convivono e talvolta confliggono tribù diverse tra loro. Ci sono i componenti della civiltà contadina locale, attaccata alle aspre terre e alle smunte mandrie e assediata dall'industrializzazione. Ma sono arrivati anche personaggi legati agli avvenimenti che stanno incendiando l'Europa, come il giovane medico sbarcato nell'isola per curare i malati ma anche per diffondere il verbo socialista e dare asilo ai profughi in arrivo da Mosca, dove la Rivoluzione suona i suoi rintocchi. Poi c'è qualcuno d'ancor più bizzarro: una comune di forestieri del Nord Europa, guidati da un pittore visionario chiamato Seybu, dediti alla sperimentazione artistica di gruppo, al vegetarianesimo e a un'organizzazione animista e contemplativa.
Dall'incontro/scontro tra queste differenze e seguendo il viaggio esistenziale della giovane capraia Lucia, da una vita di stenti e sottomissione verso l'affrancamento e la scoperta di entusiasmanti orizzonti, si muove Capri-Revolution il nuovo film di Mario Martone, scritto con la moglie Ippolita Di Majo, in sala il 20 dicembre (mentre esce il 22 novembre, per La Nave di Teseo, il libro che racconta il film, il set, l'idea dell'autore e la sua metamorfosi).
Nella pellicola di Martone vige la libera rielaborazione di fatti realmente accaduti: in effetti il pittore spiritualista tedesco Karl Diefenbach tra il 1910 e il '13 si stabilì a Capri, fondando una comunità collegata a quella di Monte Verità in Svizzera, entrambe dedite a ricerche sull'espressività attraverso la danza, con connessioni alle spericolate teorie psicoanalitiche di Otto Gross sulla liberazione della sfera sessuale. Martone sposta in avanti di qualche anno la vicenda, la fa coincidere con lo choc collettivo della guerra e attribuisce alla comune caprese un accento di modernità, inglobando nella sua rappresentazione vicende che a Capri sarebbero accadute ben più tardi, come le performarmance di Joseph Beuys, che qui nel 1985 esprimerà il suo canto del cigno con Lemon Light/Capri Battery, il limone che illumina la lampadina, simbolo del delicato equilibrio tra natura e progresso. Martone, in particolare, è attratto da una particolare revisione del mito del buon selvaggio, declinato al femminile nella figura della ribelle Lucia, con la sua affiliazione ai trasgressori venuti di lontano e la sua esperienza che sfiora il brivido psichedelico che mezzo secolo più tardi andrà a braccetto col femminismo. Ma lasciamo la parola al regista, che ci parla del film nel salotto della sua casa romana.
Cominciamo dalla sbalorditiva visualità pittorica dell'opera.
"Lo spunto viene proprio da un pittore, Diefenbach, le cui caratteristiche erano l'uso della luce e la comunione con la natura. Di lui mi ha colpito l'idea di arte gettata nell'esperienza umana, più che nei quadri. L'intuizione di una possibile rivoluzione. Una cosa scontata, se si pensa agli anni 60 del Living Theatre o di Jackson Pollock, ma che collocata a inizio Novecento assume un valore diverso. Con Michele D'Attanasio, il direttore della fotografia, ci siamo fatti indicare la strada visuale da quelle opere. E pensare che io, abituato a sopralluoghi accurati prima d'iniziare le riprese, stavolta ho deciso di andare a Capri solo dopo aver scritto la sceneggiatura, perché volevo continuare a immaginare la mia isola. Perché Capri è diversa dalle altre: è un pezzo di Dolomiti piantato in mezzo al mare, uno scoglio magnetico dove il rapporto con la natura diventa simbolico. La sua verticalità è una vertigine che dice molto sulla condizione umana. Per questo Diefenbach ne restò stregato. Anche se nella realtà, la comune lui non l'aprì in una zona remota come accade nel film, ma in un palazzo vicino alla Piazzetta, proprio dove adesso c'è il negozio di Prada".
Un altro fattore serpeggiante nella vicenda, è la teatralità. Nella comune di Seybu si studiano nuove frontiere del suono e della danza. E la rappresentazione della comune, per come si rivela agli occhi della contadina, ha una valenza teatrale...
"In queste comuni, soprattutto in quella di Monte Verità, è nata la danza moderna. La danza è l'arte che in quel momento ha maggiore impulso, grazie a Rudolf Laban, che ha liberato il corpo dalle costrizioni del balletto classico. Prima di lui il balletto era stare sulle punte ed elevarsi verso il cielo. Laban introduce nella danza la caduta, la forza della gravità che trascina a terra. Per questo la danza è al centro della mia comune inventata. E Raffaella Giordano, la coreografa di Sosta Palmizi, ha lavorato con delicatezza su queste scene. Infatti la danza del film non è quella di Laban, ma quella che, partendo da quella idea, ha creato oggi Raffaella".
Ecco il punto centrale: Capri-Revolution, come già Noi credevamo e Il giovane favoloso, è un film sul passato proiettato nel nostro presente.
"Venivo dall'ultima scena di Il giovane favoloso: Leopardi guarda il golfo di Napoli e scrive versi sulla natura e sul progresso. Lucia la capraia non rimane ingabbiata da implicazioni ideologiche, ma raggiunge la consapevolezza solo lavorando sull'umano. È il segnale a cui tengo di più. Oltre gli schemi e le appartenenze, conta il suo sguardo sugli altri: sui personaggi della storia, sui membri della comune, sul medico interventista, sui membri della sua famiglia, che la cacciano ma che lei non smette di amare. Perché si può amare anche nel conflitto. Che è l'opposto di ciò che accade oggi. Noi non riusciamo nemmeno a guardare in faccia colui che la pensa diversamente. È la fine della dialettica, irrinunciabile fattore umano. E ha a che fare col fatto che la comunicazione si fa sempre meno fisica e più virtuale. Gli anni 60 e 70, ma anche il presente sono dentro questa vicenda. E non considero "storici" i film di questa trilogia: vorrei che scuotessero lo spettatore, lo disturbassero attraverso una rappresentazione d'epoca che lancia continuamente fili verso il presente. Prendiamo la musica: con Sascha Ring, alias Apparat, abbiamo concepito una colonna sonora originale. Lui è un musicista elettronico berlinese e ha adottato i moduli ripetitivi che riconducono a Steve Reich, alla musica indiana, perfino alla stravagante musicalità di Georges Gurdjieff. Ma la sua è una colonna sonora attuale, scritta al presente. In sostanza, spero di aver fatto un film che attraversi il tempo e faccia riflettere sugli sviluppi che provengono da quelle esperienze libertarie".
Un appello a riscoprire i canali di comunicazione, come fanno i suoi giovani eroi capresi...
"Diceva Pasolini: "Ci salverà solo una relazione vitale". Loro sono così diversi, ma riescono a confrontarsi. Nel nostro presente è invalso il muro contro muro, sordo e intransigente. La disponibilità all'ascolto e alla relazione devono tornare a essere essenziali anche nell'epoca dei social, in cui attacchi una persona di cui non conosci nemmeno il volto. Perché leopardianamente, "il vero è il dubbio". L'unica certezza è il dubbio. Ci si spinge in avanti per avere certezze, ma le avrai solo attraverso l'ascolto e la relazione con gli altri. Non ragionando con la clava".
In tutto ciò, un trionfo della curiosità e della sensibilità femminili.
"Da L'amore molesto del 1995 non facevo un film con una donna come protagonista. Il mondo, per come è costruito, proviene da una cultura maschile. Ma queste strutture ora scricchiolano e non funzionano più. Al di là di qualsiasi discorso femminista, questo mi pare un dato politico, storico. Che porta con sé un inevitabile cambiamento. E io confido profondamente in questo avvento femminile".
Sul Venerdì del 16 novembre 2018
Dall'incontro/scontro tra queste differenze e seguendo il viaggio esistenziale della giovane capraia Lucia, da una vita di stenti e sottomissione verso l'affrancamento e la scoperta di entusiasmanti orizzonti, si muove Capri-Revolution il nuovo film di Mario Martone, scritto con la moglie Ippolita Di Majo, in sala il 20 dicembre (mentre esce il 22 novembre, per La Nave di Teseo, il libro che racconta il film, il set, l'idea dell'autore e la sua metamorfosi).
Nella pellicola di Martone vige la libera rielaborazione di fatti realmente accaduti: in effetti il pittore spiritualista tedesco Karl Diefenbach tra il 1910 e il '13 si stabilì a Capri, fondando una comunità collegata a quella di Monte Verità in Svizzera, entrambe dedite a ricerche sull'espressività attraverso la danza, con connessioni alle spericolate teorie psicoanalitiche di Otto Gross sulla liberazione della sfera sessuale. Martone sposta in avanti di qualche anno la vicenda, la fa coincidere con lo choc collettivo della guerra e attribuisce alla comune caprese un accento di modernità, inglobando nella sua rappresentazione vicende che a Capri sarebbero accadute ben più tardi, come le performarmance di Joseph Beuys, che qui nel 1985 esprimerà il suo canto del cigno con Lemon Light/Capri Battery, il limone che illumina la lampadina, simbolo del delicato equilibrio tra natura e progresso. Martone, in particolare, è attratto da una particolare revisione del mito del buon selvaggio, declinato al femminile nella figura della ribelle Lucia, con la sua affiliazione ai trasgressori venuti di lontano e la sua esperienza che sfiora il brivido psichedelico che mezzo secolo più tardi andrà a braccetto col femminismo. Ma lasciamo la parola al regista, che ci parla del film nel salotto della sua casa romana.
Cominciamo dalla sbalorditiva visualità pittorica dell'opera.
"Lo spunto viene proprio da un pittore, Diefenbach, le cui caratteristiche erano l'uso della luce e la comunione con la natura. Di lui mi ha colpito l'idea di arte gettata nell'esperienza umana, più che nei quadri. L'intuizione di una possibile rivoluzione. Una cosa scontata, se si pensa agli anni 60 del Living Theatre o di Jackson Pollock, ma che collocata a inizio Novecento assume un valore diverso. Con Michele D'Attanasio, il direttore della fotografia, ci siamo fatti indicare la strada visuale da quelle opere. E pensare che io, abituato a sopralluoghi accurati prima d'iniziare le riprese, stavolta ho deciso di andare a Capri solo dopo aver scritto la sceneggiatura, perché volevo continuare a immaginare la mia isola. Perché Capri è diversa dalle altre: è un pezzo di Dolomiti piantato in mezzo al mare, uno scoglio magnetico dove il rapporto con la natura diventa simbolico. La sua verticalità è una vertigine che dice molto sulla condizione umana. Per questo Diefenbach ne restò stregato. Anche se nella realtà, la comune lui non l'aprì in una zona remota come accade nel film, ma in un palazzo vicino alla Piazzetta, proprio dove adesso c'è il negozio di Prada".
Un altro fattore serpeggiante nella vicenda, è la teatralità. Nella comune di Seybu si studiano nuove frontiere del suono e della danza. E la rappresentazione della comune, per come si rivela agli occhi della contadina, ha una valenza teatrale...
"In queste comuni, soprattutto in quella di Monte Verità, è nata la danza moderna. La danza è l'arte che in quel momento ha maggiore impulso, grazie a Rudolf Laban, che ha liberato il corpo dalle costrizioni del balletto classico. Prima di lui il balletto era stare sulle punte ed elevarsi verso il cielo. Laban introduce nella danza la caduta, la forza della gravità che trascina a terra. Per questo la danza è al centro della mia comune inventata. E Raffaella Giordano, la coreografa di Sosta Palmizi, ha lavorato con delicatezza su queste scene. Infatti la danza del film non è quella di Laban, ma quella che, partendo da quella idea, ha creato oggi Raffaella".
Ecco il punto centrale: Capri-Revolution, come già Noi credevamo e Il giovane favoloso, è un film sul passato proiettato nel nostro presente.
"Venivo dall'ultima scena di Il giovane favoloso: Leopardi guarda il golfo di Napoli e scrive versi sulla natura e sul progresso. Lucia la capraia non rimane ingabbiata da implicazioni ideologiche, ma raggiunge la consapevolezza solo lavorando sull'umano. È il segnale a cui tengo di più. Oltre gli schemi e le appartenenze, conta il suo sguardo sugli altri: sui personaggi della storia, sui membri della comune, sul medico interventista, sui membri della sua famiglia, che la cacciano ma che lei non smette di amare. Perché si può amare anche nel conflitto. Che è l'opposto di ciò che accade oggi. Noi non riusciamo nemmeno a guardare in faccia colui che la pensa diversamente. È la fine della dialettica, irrinunciabile fattore umano. E ha a che fare col fatto che la comunicazione si fa sempre meno fisica e più virtuale. Gli anni 60 e 70, ma anche il presente sono dentro questa vicenda. E non considero "storici" i film di questa trilogia: vorrei che scuotessero lo spettatore, lo disturbassero attraverso una rappresentazione d'epoca che lancia continuamente fili verso il presente. Prendiamo la musica: con Sascha Ring, alias Apparat, abbiamo concepito una colonna sonora originale. Lui è un musicista elettronico berlinese e ha adottato i moduli ripetitivi che riconducono a Steve Reich, alla musica indiana, perfino alla stravagante musicalità di Georges Gurdjieff. Ma la sua è una colonna sonora attuale, scritta al presente. In sostanza, spero di aver fatto un film che attraversi il tempo e faccia riflettere sugli sviluppi che provengono da quelle esperienze libertarie".
Un appello a riscoprire i canali di comunicazione, come fanno i suoi giovani eroi capresi...
"Diceva Pasolini: "Ci salverà solo una relazione vitale". Loro sono così diversi, ma riescono a confrontarsi. Nel nostro presente è invalso il muro contro muro, sordo e intransigente. La disponibilità all'ascolto e alla relazione devono tornare a essere essenziali anche nell'epoca dei social, in cui attacchi una persona di cui non conosci nemmeno il volto. Perché leopardianamente, "il vero è il dubbio". L'unica certezza è il dubbio. Ci si spinge in avanti per avere certezze, ma le avrai solo attraverso l'ascolto e la relazione con gli altri. Non ragionando con la clava".
In tutto ciò, un trionfo della curiosità e della sensibilità femminili.
"Da L'amore molesto del 1995 non facevo un film con una donna come protagonista. Il mondo, per come è costruito, proviene da una cultura maschile. Ma queste strutture ora scricchiolano e non funzionano più. Al di là di qualsiasi discorso femminista, questo mi pare un dato politico, storico. Che porta con sé un inevitabile cambiamento. E io confido profondamente in questo avvento femminile".
Sul Venerdì del 16 novembre 2018