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Il premio Nobel per la medicina James Allison suona l'armonica in un concerto di beneficenza 

Il Nobel che le suona anche al cancro

Intervista, tra un convegno scientifico e un concerto con la sua band, a James Allison. Premiato perché è riuscito a riattivare il nostro sistema immunitario contro i melanomi
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Suonare insieme al proprio idolo davanti a 60 mila persone, curare il cancro e vincere un premio Nobel sono tre grandi sogni proibiti già se presi da soli. Ma James Allison, direttore del dipartimento di immunologia dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas, li ha realizzati tutti e tre. Allison è il fresco vincitore del Nobel per la medicina per aver fondato l’immunoterapia oncologica, vale a dire la strategia capace di scatenare contro i tumori tutta la potenza del nostro sistema immunitario. Un approccio che, per certi tipi di tumore come il melanoma, ha decuplicato l’aspettativa media di vita di oltre metà dei pazienti. Punto di svolta della vita di Allison è stata la scoperta della funzione della molecola CTLA-4, un freno che impedisce al sistema immunitario di aggredire i tumori. Allison ha messo a punto un farmaco, ipilimumab, in grado di rimuovere questo freno. Oggi CTLA-4 è anche la targa persona…
Suonare insieme al proprio idolo davanti a 60 mila persone, curare il cancro e vincere un premio Nobel sono tre grandi sogni proibiti già se presi da soli. Ma James Allison, direttore del dipartimento di immunologia dell’MD Anderson Cancer Center dell’Università del Texas, li ha realizzati tutti e tre. Allison è il fresco vincitore del Nobel per la medicina per aver fondato l’immunoterapia oncologica, vale a dire la strategia capace di scatenare contro i tumori tutta la potenza del nostro sistema immunitario. Un approccio che, per certi tipi di tumore come il melanoma, ha decuplicato l’aspettativa media di vita di oltre metà dei pazienti. Punto di svolta della vita di Allison è stata la scoperta della funzione della molecola CTLA-4, un freno che impedisce al sistema immunitario di aggredire i tumori. Allison ha messo a punto un farmaco, ipilimumab, in grado di rimuovere questo freno. Oggi CTLA-4 è anche la targa personalizzata della Porsche decappottabile con cui Allison si muove da un convegno medico a un concerto benefico della band di immuno-oncologi per cui suona l’armonica.

Professor Allison, dov’era il primo ottobre, quando ha ricevuto la telefonata da Stoccolma?
«Ero in hotel a New York, per un convegno. Alle 5.30 mi sveglia il telefono: non è il comitato del Nobel, ma mio figlio, che aveva sentito la notizia in tv. Poi arriva un’altra chiamata, con il prefisso della Svezia. Rispondo eccitato, ma si tratta solo di un giornalista svedese che voleva intervistarmi. A questo punto sento bussare. Sono i colleghi del convegno, con una bottiglia di champagne. La telefonata del comitato del Nobel è arrivata solo verso le sette».

Avrebbe mai pensato di raggiungere questo traguardo all’inizio della sua carriera?
«Sarebbe stato folle pensarlo. Vengo da una piccola città, Alice, nel Texas, dove alle superiori l’insegnante di biologia non voleva che si parlasse di Darwin. Le sue idee assurde furono per me una spinta verso la scienza. Mio padre avrebbe preferito che diventassi medico come lui, e infatti mi portava spesso quando andava a visitare qualche paziente. Anche perché mia madre non c’era più – portata via da un cancro quando avevo dieci anni. Così, un po’ per fare contento mio padre, un po’ perché pensavo che studiando medicina avrei potuto evitare la chiamata nell’esercito, e quindi il Vietnam, iniziai l’università frequentando i corsi di medicina…».

E cosa le fece cambiare idea?
«Era tutto basato sul mandare a memoria le lezioni. Il che è giusto, intendiamoci: il medico deve avere molte nozioni in mente, utili alla correttezza delle diagnosi. Ma avevo fatto qualche esperienza di ricerca di base in laboratorio, e sentivo che la mia strada era quella. In laboratorio non hai bisogno di memoria, ma di idee. E non devi avere ragione tutte le volte. Anzi: il più delle volte se hai torto è meglio».

E perché?
«Perché significa che stai lavorando su domande importanti, e che potresti scoprire qualcosa di innovativo. Così sono diventato immunologo».

Con i primi straordinari risultati dell’immunoterapia anticancro ha salvato molti malati. Cosa prova quando li incontra?
«Mi commuovo. L’incontro più emozionante è stato il primo, nel 2006. Due anni prima, a Sharon Belvin, ventiduenne appena laureata e sposata, fu diagnosticato un melanoma con una metastasi ai polmoni. Le diedero sei mesi di vita. Poi il suo medico le spiegò che, come ultimo tentativo, avrebbe potuto provare un farmaco mai usato sulle persone, ma che aveva distrutto il melanoma nei topi. Era il mio farmaco. Il tumore di Sharon sparì. Il suo medico mi disse in modo vago che una persona avrebbe voluto conoscermi. Andai da lui ignaro di tutto e mi trovai davanti Sharon e la sua famiglia».

Cosa disse a Sharon?
«Non riuscii nemmeno a parlare. Lei mi abbracciò e piangemmo tutti quanti. Dopo due anni mi arrivò per posta la foto della sua prima figlia. E due anni dopo quella del secondo figlio. Oggi Sharon sta bene. E io incontro almeno 2-3 ex pazienti a settimana. Ho scoperto così la soddisfazione che provano i medici. Superiore a quella che si ha in laboratorio, dove, anche se curi un topolino, quello continuerà a cercare di morderti».

I topolini sono stati cruciali nel suo “momento eureka”…
«Nel 1994 ho capito che, nei topi, la molecola CTLA-4 fermava la risposta immunitaria al tumore, facendolo aggravare. Provammo quindi a bloccare CTLA-4 per un certo periodo di tempo: i tumori sparirono. Il nostro “bersaglio” in quella ricerca non erano – come si era fatto fino ad allora – le cellule cancerose, ma una molecola sulla superficie dei linfociti, i “soldati” del sistema immunitario, che impediva loro di distruggere i tumori. Siccome il bersaglio diretto non era il cancro, mi dicevano: “Come potete curare il cancro se decidete di ignorarlo?”. “È proprio questo il punto!” rispondevo io».

Perché l’immunoterapia è tanto promettente?
«Un vantaggio notevole, rispetto a chemioterapia e radioterapia, è la memoria immunitaria: una volta che i tuoi linfociti T hanno distrutto un tumore, hanno il suo identikit e saranno capaci di sconfiggerlo di nuovo ogni volta che dovesse ripresentarsi».

Quanto è efficace questo metodo?
«Tra i pazienti di melanoma ormai sono il 60 per cento quelli che mostrano una risposta positiva duratura. Di almeno dieci anni. Per altri tipi di cancro le percentuali vanno dal 15 al 50 per cento. Per certi tumori, il glioblastoma e il cancro al pancreas, l’immunoterapia invece non funziona. La sfida ora è aumentare la percentuale di pazienti trattabili e sperimentare combinazioni di terapie. Se si unisce chemioterapia e immunoterapia, ad esempio, i pazienti vivono più a lungo. Perché la chemioterapia, frantumando cellule cancerose, produce molti frammenti che il sistema immunitario può usare come identikit per riconoscere e attaccare il tumore se si ripresenterà in futuro. E poi, se combinata con l’immunoterapia, la chemioterapia non deve più distruggere proprio tutte le cellule tumorali, e quindi si possono usare chemioterapie meno aggressive e pesanti per il paziente. Le cellule restanti saranno spazzate via dai linfociti».

A proposito di combinare con successo realtà diverse: come è riuscito a conciliare la ricerca con la musica?
«Suono l’armonica da quand’ero adolescente. Dopo il dottorato, in California, entrai in una band country-western di texani: ci esibivamo una volta a settimana, ma poi mollai perché non avevo più molto tempo. Una volta però, durante un convegno alle Hawaii, venni a sapere che il grande cantautore country Willie Nelson avrebbe suonato a un evento di gala. Per gente in giacca e cravatta. Io e un collega ci presentammo di straforo, vestiti casual, con barbe incolte e capelli così lunghi che ci scambiarono per musicisti della band di Willie e ci fecero entrare. Così parlai con il mio mito. L’anno scorso, al festival di Austin, mi ha addirittura chiamato sul palco a suonare una canzone con lui. Davanti a 60 mila persone».

E la band con cui suona ora com’è nata?
«Nel 2008, durante un convegno, Tom Gajewski, immuno-oncologo e chitarrista, mi chiese se sapessi suonare. Risposi di sì e insieme a Patrick Hwu, collega e tastierista, fondammo una band. Ci esibiamo per beneficenza ai convegni di medicina e in altre occasioni. L’ultimo concerto è stato un paio di settimane fa. Siamo i Checkpoints, un nome che si ispira ai bersagli della mia strategia immunoterapica: i checkpoint sono i freni ai linfociti».

Curioso anche il nome del suo farmaco, ipilimumab. Da dove viene?
«L’ha deciso la Federal Drug Administration. Per legge i farmaci non devono avere nomi che suggeriscono la loro funzione, e quindi in genere si assegnano nomi astratti come quello. Io, che ero all’Università della California di Berkeley, epicentro dei “figli dei fiori”, scherzai: “Ma non è meglio Hippi-limumab?”»

Sul Venerdì del 23 novembre 2018