Quei paesi senza sindaci né candidati
Fiammetta Cupellaro , di FIAMMETTA CUPELLAROTroppa burocrazia. Troppi pericoli. Troppa fatica. Per ora sono solo sette i piccoli Comuni in cui il primo cittadino ha gettato la spugna. Potrebbero crescere. Inchiesta
L'Italia avrà mille campanili, ma non ha altrettanti sindaci. Ci sono municipi in cui nessuno vuole entrare. «Troppa burocrazia, chi me lo fa fare» ha detto uscendo per l’ultima volta dal Comune Attilio Epistolio, sindaco per dieci anni di Rodero, paese in provincia di Como ma già quasi in Svizzera. Come lui la pensano i colleghi in altre sei Comuni, in cui nessuno nel maggio scorso si è candidato alla poltrona di primo cittadino. La fascia tricolore è rimasta nel cassetto anche ad Austis, Ortueri e Sarule, provincia di Nuoro; a Magomadas, di Oristano; a Putifigari, Sassari, e a San Luca, provincia di Reggio Calabria. «Finora si tratta di paesi piccoli, ma il fenomeno della mancanza di candidati è in ascesa. Troppe competenze ricadono sui Comuni, perfino quelle della Protezione civile. E gli eletti si sentono esposti» spiega Antonio Decaro, presidente dell’Anci e sindaco di Bari, «perché i cittadin…
L'Italia avrà mille campanili, ma non ha altrettanti sindaci. Ci sono municipi in cui nessuno vuole entrare. «Troppa burocrazia, chi me lo fa fare» ha detto uscendo per l’ultima volta dal Comune Attilio Epistolio, sindaco per dieci anni di Rodero, paese in provincia di Como ma già quasi in Svizzera. Come lui la pensano i colleghi in altre sei Comuni, in cui nessuno nel maggio scorso si è candidato alla poltrona di primo cittadino. La fascia tricolore è rimasta nel cassetto anche ad Austis, Ortueri e Sarule, provincia di Nuoro; a Magomadas, di Oristano; a Putifigari, Sassari, e a San Luca, provincia di Reggio Calabria. «Finora si tratta di paesi piccoli, ma il fenomeno della mancanza di candidati è in ascesa. Troppe competenze ricadono sui Comuni, perfino quelle della Protezione civile. E gli eletti si sentono esposti» spiega Antonio Decaro, presidente dell’Anci e sindaco di Bari, «perché i cittadini, dopo essersi visti cancellare i servizi, nei centri più piccoli dal sindaco ci vanno ugualmente per risolvere i problemi». Decaro guarda con preoccupazione alle elezioni amministrative del 2019 che coinvolgeranno quattromila comuni. Sarà un’Italia dei mille (piccoli) commissari?
Bilanci in rosso, disincanto verso la politica, problemi troppo grandi che ricadono su sindaci di paesi troppo piccoli. Non politici di professione, ma amministratori nel tempo libero. Prendete Mariangela Barca, fino a maggio scorso prima cittadina di Sarule, 1.700 abitanti. Insegnante e madre di tre figli, prima di andare a casa passava ad aprire la biblioteca, scriveva una delibera, controllava l’ufficio anagrafe... Appena eletta si è ritrovata sulla sua scrivania il fascicolo sull’ecocentro, l’impianto per la gestione dei rifiuti. «Sembrava che dovessimo solo inaugurarlo, invece abbiamo scoperto che i lavori non erano rendicontati alla Regione e che le rampe non erano della pendenza giusta. Abbiamo dovuto ricominciare tutto daccapo, ma la burocrazia ci ha steso e l’ecocentro è rimasto chiuso. Come facciamo a spiegarlo ai cittadini?». Alla fine, ha detto basta.
Parrebbe che i primi a cadere sotto gli attacchi alla ”casta” siano i rappresentanti della politica minore, paradossalmente proprio quella più vicina ai cittadini. Anche l’ondata delle liste civiche, che negli ultimi venti anni si erano sostituite ai partiti tradizionali, in molti paesini si è ritirata. E poi i sindaci che si arrendono restano senza eredi. «I nostri territori si stanno spopolando. Chiusa la scuola e pure il tribunale, ora chiude anche l’Inps. Chi vuole che rimanga ad investire speranze e passione in una amministrazione pubblica?» dice disillusa Lucia Chessa, già sindaca di Austis per dieci anni, passata dal Pd al movimento Rossobruni, e ora nel Progetto Autodeterminazione. Il suo paese, ottocento abitanti, si è diviso in due dopo una travagliata vicenda giudiziaria e di liti per l’uso delle terre pubbliche: «Il problema è che ci conosciamo tutti, siamo mezzi parenti, e così passa l’idea che il sindaco debba accontentare tutti. Ma non è possibile». Risultato? Da tre anni ad Austis non si candida nessuno. A San Luca, nella Locride, è da cinque anni che nessuno si candida e nemmeno tenta di fare una lista. Considerato il regno delle cosche di ‘ndrangheta Nirta, Strangio, Pelle e Vottari, qui è la politica la grande assente, mentre i cittadini devono fare i conti con la paura. A maggio del 2019 anche i cittadini di San Luca tenteranno di nuovo di eleggere un proprio sindaco. Ma prima devono trovare un candidato.
A mille e duecento chilometri di distanza la storia si ripete. Ma la paura non c’entra niente. Attilio Epistolio, per due mandati sindaco di Rodero, a giugno ha tentato di mettere insieme una lista. Ma si sono presentati in tre. È l’emblema della dissolvenza di questo mondo antico in cui c’era sempre un sindaco Peppone a fronteggiare un prelato che invitava a votare Dc. Peraltro qui, dove più della metà degli abitanti sono “frontalieri” (ogni mattina varcano la frontiera per lavorare in Svizzera), un don Camillo esiste davvero. «Mio fratello è don Angelo Epistolio, che a Rodero da anni gestisce, con la cooperativa sociale Agorà 97, La Casa di Luca per bambini» racconta l’ex sindaco Attilio, finito tritato da una disputa con i suoi concittadini in nome di antiche rivalità di campanile: aver tentato – e fallito – la fusione con due comuni vicini, Albiolo e Valmorea. Si è però preso una piccola rivincita sul commissario: «Ha mandato in ritardo il bilancio di tre giorni, così il ministero ha fatto saltare l’assunzione di una dipendente: ora dovrà aspettare e rimarrà precaria per un altro anno».
Una distrazione, forse una dimenticanza. Con una morale: «Alla fine questo mestiere lo fai, e lo fai bene, solo se ci metti la passione, soprattutto nei paesi più piccoli. Un bellissimo mestiere dal punto di vista umano» dice Decaro. Che racconta. «Ho conosciuto Massimo Caravaggio, il sindaco di Gombito, paese di seicento persone in provincia di Cremona. Con un consigliere e un assessore stava tagliando in un parco pubblico una siepe pericolosa per i bambini. Ed è stato multato di 3.000 euro. E sa perché? Perché non ha rispettato le “condizioni di di sicurezza”. Sa, è che noi sindaci siamo un po’ come il personaggio di Pulp Fiction che nel film, quando si presenta alla porta, dice: “Io sono il signor Wolf: risolvo problemi”».
Sul Venerdi del 23 novembre 2018
Bilanci in rosso, disincanto verso la politica, problemi troppo grandi che ricadono su sindaci di paesi troppo piccoli. Non politici di professione, ma amministratori nel tempo libero. Prendete Mariangela Barca, fino a maggio scorso prima cittadina di Sarule, 1.700 abitanti. Insegnante e madre di tre figli, prima di andare a casa passava ad aprire la biblioteca, scriveva una delibera, controllava l’ufficio anagrafe... Appena eletta si è ritrovata sulla sua scrivania il fascicolo sull’ecocentro, l’impianto per la gestione dei rifiuti. «Sembrava che dovessimo solo inaugurarlo, invece abbiamo scoperto che i lavori non erano rendicontati alla Regione e che le rampe non erano della pendenza giusta. Abbiamo dovuto ricominciare tutto daccapo, ma la burocrazia ci ha steso e l’ecocentro è rimasto chiuso. Come facciamo a spiegarlo ai cittadini?». Alla fine, ha detto basta.
Parrebbe che i primi a cadere sotto gli attacchi alla ”casta” siano i rappresentanti della politica minore, paradossalmente proprio quella più vicina ai cittadini. Anche l’ondata delle liste civiche, che negli ultimi venti anni si erano sostituite ai partiti tradizionali, in molti paesini si è ritirata. E poi i sindaci che si arrendono restano senza eredi. «I nostri territori si stanno spopolando. Chiusa la scuola e pure il tribunale, ora chiude anche l’Inps. Chi vuole che rimanga ad investire speranze e passione in una amministrazione pubblica?» dice disillusa Lucia Chessa, già sindaca di Austis per dieci anni, passata dal Pd al movimento Rossobruni, e ora nel Progetto Autodeterminazione. Il suo paese, ottocento abitanti, si è diviso in due dopo una travagliata vicenda giudiziaria e di liti per l’uso delle terre pubbliche: «Il problema è che ci conosciamo tutti, siamo mezzi parenti, e così passa l’idea che il sindaco debba accontentare tutti. Ma non è possibile». Risultato? Da tre anni ad Austis non si candida nessuno. A San Luca, nella Locride, è da cinque anni che nessuno si candida e nemmeno tenta di fare una lista. Considerato il regno delle cosche di ‘ndrangheta Nirta, Strangio, Pelle e Vottari, qui è la politica la grande assente, mentre i cittadini devono fare i conti con la paura. A maggio del 2019 anche i cittadini di San Luca tenteranno di nuovo di eleggere un proprio sindaco. Ma prima devono trovare un candidato.
A mille e duecento chilometri di distanza la storia si ripete. Ma la paura non c’entra niente. Attilio Epistolio, per due mandati sindaco di Rodero, a giugno ha tentato di mettere insieme una lista. Ma si sono presentati in tre. È l’emblema della dissolvenza di questo mondo antico in cui c’era sempre un sindaco Peppone a fronteggiare un prelato che invitava a votare Dc. Peraltro qui, dove più della metà degli abitanti sono “frontalieri” (ogni mattina varcano la frontiera per lavorare in Svizzera), un don Camillo esiste davvero. «Mio fratello è don Angelo Epistolio, che a Rodero da anni gestisce, con la cooperativa sociale Agorà 97, La Casa di Luca per bambini» racconta l’ex sindaco Attilio, finito tritato da una disputa con i suoi concittadini in nome di antiche rivalità di campanile: aver tentato – e fallito – la fusione con due comuni vicini, Albiolo e Valmorea. Si è però preso una piccola rivincita sul commissario: «Ha mandato in ritardo il bilancio di tre giorni, così il ministero ha fatto saltare l’assunzione di una dipendente: ora dovrà aspettare e rimarrà precaria per un altro anno».
Una distrazione, forse una dimenticanza. Con una morale: «Alla fine questo mestiere lo fai, e lo fai bene, solo se ci metti la passione, soprattutto nei paesi più piccoli. Un bellissimo mestiere dal punto di vista umano» dice Decaro. Che racconta. «Ho conosciuto Massimo Caravaggio, il sindaco di Gombito, paese di seicento persone in provincia di Cremona. Con un consigliere e un assessore stava tagliando in un parco pubblico una siepe pericolosa per i bambini. Ed è stato multato di 3.000 euro. E sa perché? Perché non ha rispettato le “condizioni di di sicurezza”. Sa, è che noi sindaci siamo un po’ come il personaggio di Pulp Fiction che nel film, quando si presenta alla porta, dice: “Io sono il signor Wolf: risolvo problemi”».
Sul Venerdi del 23 novembre 2018