C’erano una volta i preti e le suore
Filippo di Giacomo , di FILIPPO DI GIACOMO
In Italia vivono circa ventimila frati, duemila dei quali provenienti da altri Paesi. Appartengono a 118 istituti religiosi: ordini, congregazioni, abbazie, fraternità. Tra parrocchie (1.200), case di spiritualità (207), oratori e centri giovanili (477), istituti scolastici (263), centri culturali (120), librerie (99), redazioni di giornali e riviste (337), emittenti radiotelevisive (30), opere socio-sanitarie (336), si arriva a contare 3.069 "conventi" sparsi per l'Italia. La media dei loro "abitanti" si attesta (per la statistica e in teoria) intorno alle 6 unità.
La Penisola è popolata anche da 67 mila suore e monache di clausura, che abitano in 8.183 "conventi", con una media di circa 8 sorelle per casa. Da quando la borghesia cattolica ("la rogna della Chiesa" secondo don Primo Mazzolari) si è laicizzata, molte opere destinate alle virgulte della upper class sono state abbandonate e le suore sembrano …
La Penisola è popolata anche da 67 mila suore e monache di clausura, che abitano in 8.183 "conventi", con una media di circa 8 sorelle per casa. Da quando la borghesia cattolica ("la rogna della Chiesa" secondo don Primo Mazzolari) si è laicizzata, molte opere destinate alle virgulte della upper class sono state abbandonate e le suore sembrano …
In Italia vivono circa ventimila frati, duemila dei quali provenienti da altri Paesi. Appartengono a 118 istituti religiosi: ordini, congregazioni, abbazie, fraternità. Tra parrocchie (1.200), case di spiritualità (207), oratori e centri giovanili (477), istituti scolastici (263), centri culturali (120), librerie (99), redazioni di giornali e riviste (337), emittenti radiotelevisive (30), opere socio-sanitarie (336), si arriva a contare 3.069 "conventi" sparsi per l'Italia. La media dei loro "abitanti" si attesta (per la statistica e in teoria) intorno alle 6 unità.
La Penisola è popolata anche da 67 mila suore e monache di clausura, che abitano in 8.183 "conventi", con una media di circa 8 sorelle per casa. Da quando la borghesia cattolica ("la rogna della Chiesa" secondo don Primo Mazzolari) si è laicizzata, molte opere destinate alle virgulte della upper class sono state abbandonate e le suore sembrano occupate a presidiare le frontiere del disagio, dell'esclusione, della povertà.
Il quadro demografico è veramente sconsolante. Tra i frati, solo il 4 per cento è compreso nella fascia di età tra i 20 e i 30, circa il 45 è tra i 30 e i 60, il resto va oltre. Già ora molte delle case sono eroicamente tenute aperte da "comunità" composte da uno o due religiosi anziani, ai quali i superiori riescono a far credere che a 70-80 anni si è ancora "giovani" in rapporto al grande numero di confratelli ultraottantenni.
Nel 2014, trionfali statistiche di qualche chierico entusiasta raccontavano all'Orbe che erano stati ben 1.000 i giovani italiani che avevano scelto la vita religiosa, ospitati in 800 tra "seminari, comunità di accoglienza vocazionale, noviziati, studentati, centri di formazione, centri teologici". In altre parole, in ognuna delle strutture che componevano la gloriosa litania, erano presenti 1,25 seminaristi e scolastici. Tra decessi ed abbandoni, è facile prevedere che verso il 2030, delle 3.069 comunità maschili presenti in Italia, sopravviveranno circa il 20 per cento. E le loro case, i seminari già vuoti e le opere evacuate che fine faranno? Lo stesso vale per le suore, il cui calo numerico è impressionante: in 20 anni, sono diminuite del 25 per cento. Una situazione ancora più grave di quella dei confratelli maschi. Anche in questo caso, che ne sarà di case e proprietà?
In teoria, ma molto in teoria, il Papa è l'amministratore di tutti i beni della Chiesa. In pratica, nella Chiesa chi possiede case, terre e altri beni, agisce come vuole o come meglio gli riesce. Il motivo? La mancanza di un qualunque piano "ufficiale" di riutilizzo sociale dei beni dismessi dalla Chiesa e dalle istituzioni religiose, l'abbondanza di piani "ufficiosi", tutorati anche da preti affaristi, per la messa a frutto degli immobili, anzitutto nel campo dell'accoglienza alberghiera.
Non per caso il 19 maggio del 2015, ricevendo i vescovi italiani in pellegrinaggio nella basilica vaticana per il Giubileo della misericordia, papa Francesco ha affrontato di petto l'argomento attribuendo ai presuli una mancanza di sensibilità ecclesiale: "Perché si lasciano invecchiare così tanto gli Istituti religiosi, Monasteri, Congregazioni, tanto da non essere quasi più testimonianze evangeliche fedeli al carisma fondativo? Perché non si provvede ad accorparli prima che sia tardi sotto tanti punti di vista?".
Dopo tre anni, il 29 e 30 novembre, il Pontificio Consiglio della Cultura ha convocato all'Università Gregoriana gli esponenti di una trentina di Paesi per conoscere le strategie delle loro Chiese in proposito. C'è una massa enorme di immobili, per la quale non esistono a oggi statistiche attendibili, da mettere in mano alle comunità per fini ecclesiali: i beni culturali ecclesiastici sono da valorizzare come parte integrante della pastorale diocesana e non come patrimonio per apprendisti albergatori che non vogliono neppure pagare le tasse. L'Anno santo del 2025 incombe, e chi vuole essere indotto nelle stesse tentazioni del Giubileo del 2000, prima farebbe meglio a informarsi sulla legislazione fiscale italiana.
Sul Venerdì del 30 novembre 2018
La Penisola è popolata anche da 67 mila suore e monache di clausura, che abitano in 8.183 "conventi", con una media di circa 8 sorelle per casa. Da quando la borghesia cattolica ("la rogna della Chiesa" secondo don Primo Mazzolari) si è laicizzata, molte opere destinate alle virgulte della upper class sono state abbandonate e le suore sembrano occupate a presidiare le frontiere del disagio, dell'esclusione, della povertà.
Il quadro demografico è veramente sconsolante. Tra i frati, solo il 4 per cento è compreso nella fascia di età tra i 20 e i 30, circa il 45 è tra i 30 e i 60, il resto va oltre. Già ora molte delle case sono eroicamente tenute aperte da "comunità" composte da uno o due religiosi anziani, ai quali i superiori riescono a far credere che a 70-80 anni si è ancora "giovani" in rapporto al grande numero di confratelli ultraottantenni.
Nel 2014, trionfali statistiche di qualche chierico entusiasta raccontavano all'Orbe che erano stati ben 1.000 i giovani italiani che avevano scelto la vita religiosa, ospitati in 800 tra "seminari, comunità di accoglienza vocazionale, noviziati, studentati, centri di formazione, centri teologici". In altre parole, in ognuna delle strutture che componevano la gloriosa litania, erano presenti 1,25 seminaristi e scolastici. Tra decessi ed abbandoni, è facile prevedere che verso il 2030, delle 3.069 comunità maschili presenti in Italia, sopravviveranno circa il 20 per cento. E le loro case, i seminari già vuoti e le opere evacuate che fine faranno? Lo stesso vale per le suore, il cui calo numerico è impressionante: in 20 anni, sono diminuite del 25 per cento. Una situazione ancora più grave di quella dei confratelli maschi. Anche in questo caso, che ne sarà di case e proprietà?
In teoria, ma molto in teoria, il Papa è l'amministratore di tutti i beni della Chiesa. In pratica, nella Chiesa chi possiede case, terre e altri beni, agisce come vuole o come meglio gli riesce. Il motivo? La mancanza di un qualunque piano "ufficiale" di riutilizzo sociale dei beni dismessi dalla Chiesa e dalle istituzioni religiose, l'abbondanza di piani "ufficiosi", tutorati anche da preti affaristi, per la messa a frutto degli immobili, anzitutto nel campo dell'accoglienza alberghiera.
Non per caso il 19 maggio del 2015, ricevendo i vescovi italiani in pellegrinaggio nella basilica vaticana per il Giubileo della misericordia, papa Francesco ha affrontato di petto l'argomento attribuendo ai presuli una mancanza di sensibilità ecclesiale: "Perché si lasciano invecchiare così tanto gli Istituti religiosi, Monasteri, Congregazioni, tanto da non essere quasi più testimonianze evangeliche fedeli al carisma fondativo? Perché non si provvede ad accorparli prima che sia tardi sotto tanti punti di vista?".
Dopo tre anni, il 29 e 30 novembre, il Pontificio Consiglio della Cultura ha convocato all'Università Gregoriana gli esponenti di una trentina di Paesi per conoscere le strategie delle loro Chiese in proposito. C'è una massa enorme di immobili, per la quale non esistono a oggi statistiche attendibili, da mettere in mano alle comunità per fini ecclesiali: i beni culturali ecclesiastici sono da valorizzare come parte integrante della pastorale diocesana e non come patrimonio per apprendisti albergatori che non vogliono neppure pagare le tasse. L'Anno santo del 2025 incombe, e chi vuole essere indotto nelle stesse tentazioni del Giubileo del 2000, prima farebbe meglio a informarsi sulla legislazione fiscale italiana.
Sul Venerdì del 30 novembre 2018