Troppa Imu, pochi preti. E il Vaticano svende
Andrea Gualtieri , di ANDREA GUALTIERIIl calo delle vocazioni che svuota i conventi e ora la Ue che ricorda alla Chiesa di pagare l'Imu. Due buone ragioni per mettere molti immobili sul mercato. Affare fatto? Non sempre
I mercanti sono rientrati nel tempio. E se lo sono comprato. Nessuna profanazione, è solo una questione di vocazioni: quelle che mancano per la vita religiosa e quella che, di conseguenza, bisogna riscoprire per gli edifici finora adibiti a conventi, monasteri, seminari e annesse cappelline. In Italia è una dinamica che si ripete a tutte le latitudini: le schiere di frati e suore, a corto di milizie divine, si compattano, accorpano le comunità e abbandonano i loro avamposti di preghiera, che spesso finiscono sul mercato. Uno strano mercato multimilionario nel quale gli acquirenti hanno buoni margini di guadagno perché l'offerta è alta e perché chi vende ha fretta di liberarsi di immobili che richiedono ingenti costi di manutenzione. E così il prezzo lo decide spesso l'acquirente. A condizione però di sobbarcarsi le spese di adeguamento della struttura e il carico dell'iter burocratico per ottenere la nuova destinazion…
I mercanti sono rientrati nel tempio. E se lo sono comprato. Nessuna profanazione, è solo una questione di vocazioni: quelle che mancano per la vita religiosa e quella che, di conseguenza, bisogna riscoprire per gli edifici finora adibiti a conventi, monasteri, seminari e annesse cappelline. In Italia è una dinamica che si ripete a tutte le latitudini: le schiere di frati e suore, a corto di milizie divine, si compattano, accorpano le comunità e abbandonano i loro avamposti di preghiera, che spesso finiscono sul mercato. Uno strano mercato multimilionario nel quale gli acquirenti hanno buoni margini di guadagno perché l'offerta è alta e perché chi vende ha fretta di liberarsi di immobili che richiedono ingenti costi di manutenzione. E così il prezzo lo decide spesso l'acquirente. A condizione però di sobbarcarsi le spese di adeguamento della struttura e il carico dell'iter burocratico per ottenere la nuova destinazione d'uso.
LEGGI ANCHE: C'ERANO UNA VOLTA I PRETI E LE SUORE
Con qualche abile intervento di adeguamento, i grandi fabbricati circondati da parchi o giardini nelle zone più isolate diventano così ottime soluzioni per sale ricevimenti. Oppure vengono trasformati in case di riposo: è successo, ad esempio, con l'ex convento di Pontecorvo, in provincia di Frosinone. I padri passionisti dieci anni fa l'hanno ceduto in affitto e adesso l'edificio offre 98 posti letto per anziani "in camere doppie con bagno privato, anche pro-handicap". Ora la congregazione sta valutando una soluzione simile per un'altra struttura ciociara, quella di Falvaterra, vuota da un anno.
Di certo, però, sono più facili - e redditizie - le trattative che riguardano aree pregiate. Ha fatto clamore il caso del terreno attorno al monastero delle benedettine di Milano, che si trova a poche centinaia di metri dal quadrilatero della moda: è stato venduto dieci anni fa a suon di milioni a una società che fa capo a Dolce & Gabbana, anche se il progetto di riconversione dell'area ancora adesso è al centro di una contesa con gli abitanti del quartiere, che trovano sponda nella linea dura adottata dalla giunta di Palazzo Marino. Alle porte di Roma, invece, un'ala del collegio di Palestrina, chiuso da anni ma di proprietà dei padri trinitari, è stato acquistato dalla Banca del Centro Lazio che ha stanziato 9 milioni di euro solo per la ristrutturazione, con l'obiettivo di farne la propria sede centrale.
Nella capitale della cristianità, in realtà, gli ordini religiosi ci pensano due volte prima di vendere un immobile. Archiviato infatti l'Anno Santo della Misericordia, all'orizzonte c'è già il Giubileo del 2025 e, a differenza di quello indetto a sorpresa da papa Francesco, stavolta ci sarà tutto il tempo di organizzare i pellegrinaggi e la relativa ospitalità. Certo, per lanciarsi nell'impresa bisogna essere bravi a far quadrare i conti. Imu compresa, perché la recente sentenza della Corte di giustizia europea non ha lasciato spazio alle ambiguità: pur riconoscendo la legittimità dell'esenzione per gli immobili destinati a finalità religiose, ha ribadito l'obbligo di versare i tributi per tutte le attività che producono incassi. Il centro Giovanni XXIII di Frascati, gestito dai padri dehoniani, sa bene cosa questo comporti perché è un modello virtuoso: da quando esiste l'imposta sugli immobili ha sempre pagato per intero. "Ogni anno spendiamo circa 80 mila euro di Imu e altrettanti di tassa per i rifiuti" dice padre Antonio Pizzonia, responsabile della struttura. E spiega: "In totale abbiamo dato al Comune una cifra attorno ai due milioni di euro. È la legge, è giusto farlo. Però è difficile restare a galla, perché ai gruppi religiosi si deve proporre un pacchetto che non sia troppo costoso".
Per molte congregazioni è più facile, a questo punto, cedere ai gruppi imprenditoriali turistici gli immobili più appetibili. A Venezia il collegio delle suore mantellate Serve di Maria è diventato un hotel 4 stelle della catena Best Western e pochi giorni fa la giunta comunale lagunare ha dato il via libera ai lavori che trasformeranno in struttura ricettiva un altro ex convento, quello delle religiose di San Giuseppe di Rivalba. Però c'è chi non si rassegna: "Il nostro monastero è nato come luogo di spiritualità e non diventerà un albergo", affermano le claustrali visitandine. Un anno fa hanno dovuto lasciare l'edificio del centro di Milano, costruito ai tempi del santo cardinale Carlo Borromeo e affidato al loro ordine contemplativo più di trecento anni fa: un immobile enorme circondato da un parco, a pochi passi dall'università, tra le fermate Crocetta e Messori della linea M3 della metropolitana e di fianco al cantiere della nuova M4. Farebbe gola a molti, ma le monache, in questo caso, hanno sbarrato le porte: "Non ci interessa guadagnare, noi non abbiamo fini di lucro: vogliamo che resti un presidio di preghiera nel cuore della città e stiamo valutando una soluzione insieme alla Curia di Milano".
È quello che prevede la prassi, anche perché la diocesi locale ha una prelazione sui beni religiosi. Il vescovo di Piazza Armerina, ad esempio, ha preso in carico la cura dell'ex convento degli agostiniani di Gela con un contratto ventennale gratuito. Molti episcopi, però, hanno già le loro grane da risolvere. Come in Piemonte, dove c'è da sistemare il seminario interdiocesano che ospitava gli aspiranti preti di Alessandria, Asti, Casale, Tortona e Acqui. Il vescovo Guido Gallese spiega: "C'erano una ventina di studenti undici anni fa, adesso erano in tre e l'abbiamo chiuso. Vorrà dire che troveremo un'altra soluzione per l'edificio: c'è tanto bisogno di spazi di socialità".
La Curia di Alessandria, del resto, ha già dimostrato di essere pronta a sperimentare: nel vecchio convento di Santa Chiara è stato inaugurato da poco un collegio, affidato a un'impresa non profit, per ospitare i borsisti dell'università. "Prima di pensare a una vendita si prova sempre a contattare gli enti pubblici che potrebbero destinare l'immobile a finalità sociali", spiega padre Maurizio Di Paolo. Lui è procuratore generale dei frati minori conventuali, un ordine che negli ultimi anni ha dovuto chiudere diverse strutture, da Vicenza a Città di Castello, da Mestre a Cortona e a Ragusa. Nella città siciliana, almeno, si è riusciti ad affidare l'ex convento a un'associazione che promuove il dialogo interreligioso. "Quando si cede una casa religiosa cerchiamo di capire in mano a chi finisce perché abbiamo un vincolo morale nei confronti di chi ha fondato quel luogo" spiega il frate. Poi però si deve trovare una soluzione e allora, nella maggior parte dei casi, si accettano le offerte dei privati. "Sempre meglio che vedere quegli edifici cadere a pezzi" afferma padre Maurizio. "Con il ricavato, poi, si costruisce altrove: in India, in Venezuela, in Africa e in tutte le terre di missione".
Tutte le vendite di immobili da parte degli ordini religiosi devono poi ricevere il beneplacito del Vaticano, che riscuote una tassa di segreteria attraverso la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. Papa Francesco, in realtà, aveva indicato una soluzione diversa: "I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati: il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio l'accoglienza nei conventi vuoti" ha detto il pontefice nel 2013, pochi mesi dopo la sua elezione. I dati forniti nel 2017 dal vicariato di Roma svelano però che solo 38 tra parrocchie e istituti religiosi presenti nella Capitale hanno raccolto l'esortazione. A Cosenza, invece, sono stati gli sfollati a impossessarsi del collegio abbandonato dalle canossiane: hanno fatto irruzione e non si sono più spostati, nonostante le suore stessero trattando la vendita a una clinica privata. E alla fine è dovuto intervenire il Comune, che da tre anni paga l'affitto alle religiose per far fronte all'emergenza abitativa dei senzatetto.
Sul Venerdì del 30 novembre 2018
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Con qualche abile intervento di adeguamento, i grandi fabbricati circondati da parchi o giardini nelle zone più isolate diventano così ottime soluzioni per sale ricevimenti. Oppure vengono trasformati in case di riposo: è successo, ad esempio, con l'ex convento di Pontecorvo, in provincia di Frosinone. I padri passionisti dieci anni fa l'hanno ceduto in affitto e adesso l'edificio offre 98 posti letto per anziani "in camere doppie con bagno privato, anche pro-handicap". Ora la congregazione sta valutando una soluzione simile per un'altra struttura ciociara, quella di Falvaterra, vuota da un anno.
Di certo, però, sono più facili - e redditizie - le trattative che riguardano aree pregiate. Ha fatto clamore il caso del terreno attorno al monastero delle benedettine di Milano, che si trova a poche centinaia di metri dal quadrilatero della moda: è stato venduto dieci anni fa a suon di milioni a una società che fa capo a Dolce & Gabbana, anche se il progetto di riconversione dell'area ancora adesso è al centro di una contesa con gli abitanti del quartiere, che trovano sponda nella linea dura adottata dalla giunta di Palazzo Marino. Alle porte di Roma, invece, un'ala del collegio di Palestrina, chiuso da anni ma di proprietà dei padri trinitari, è stato acquistato dalla Banca del Centro Lazio che ha stanziato 9 milioni di euro solo per la ristrutturazione, con l'obiettivo di farne la propria sede centrale.
Nella capitale della cristianità, in realtà, gli ordini religiosi ci pensano due volte prima di vendere un immobile. Archiviato infatti l'Anno Santo della Misericordia, all'orizzonte c'è già il Giubileo del 2025 e, a differenza di quello indetto a sorpresa da papa Francesco, stavolta ci sarà tutto il tempo di organizzare i pellegrinaggi e la relativa ospitalità. Certo, per lanciarsi nell'impresa bisogna essere bravi a far quadrare i conti. Imu compresa, perché la recente sentenza della Corte di giustizia europea non ha lasciato spazio alle ambiguità: pur riconoscendo la legittimità dell'esenzione per gli immobili destinati a finalità religiose, ha ribadito l'obbligo di versare i tributi per tutte le attività che producono incassi. Il centro Giovanni XXIII di Frascati, gestito dai padri dehoniani, sa bene cosa questo comporti perché è un modello virtuoso: da quando esiste l'imposta sugli immobili ha sempre pagato per intero. "Ogni anno spendiamo circa 80 mila euro di Imu e altrettanti di tassa per i rifiuti" dice padre Antonio Pizzonia, responsabile della struttura. E spiega: "In totale abbiamo dato al Comune una cifra attorno ai due milioni di euro. È la legge, è giusto farlo. Però è difficile restare a galla, perché ai gruppi religiosi si deve proporre un pacchetto che non sia troppo costoso".
Per molte congregazioni è più facile, a questo punto, cedere ai gruppi imprenditoriali turistici gli immobili più appetibili. A Venezia il collegio delle suore mantellate Serve di Maria è diventato un hotel 4 stelle della catena Best Western e pochi giorni fa la giunta comunale lagunare ha dato il via libera ai lavori che trasformeranno in struttura ricettiva un altro ex convento, quello delle religiose di San Giuseppe di Rivalba. Però c'è chi non si rassegna: "Il nostro monastero è nato come luogo di spiritualità e non diventerà un albergo", affermano le claustrali visitandine. Un anno fa hanno dovuto lasciare l'edificio del centro di Milano, costruito ai tempi del santo cardinale Carlo Borromeo e affidato al loro ordine contemplativo più di trecento anni fa: un immobile enorme circondato da un parco, a pochi passi dall'università, tra le fermate Crocetta e Messori della linea M3 della metropolitana e di fianco al cantiere della nuova M4. Farebbe gola a molti, ma le monache, in questo caso, hanno sbarrato le porte: "Non ci interessa guadagnare, noi non abbiamo fini di lucro: vogliamo che resti un presidio di preghiera nel cuore della città e stiamo valutando una soluzione insieme alla Curia di Milano".
È quello che prevede la prassi, anche perché la diocesi locale ha una prelazione sui beni religiosi. Il vescovo di Piazza Armerina, ad esempio, ha preso in carico la cura dell'ex convento degli agostiniani di Gela con un contratto ventennale gratuito. Molti episcopi, però, hanno già le loro grane da risolvere. Come in Piemonte, dove c'è da sistemare il seminario interdiocesano che ospitava gli aspiranti preti di Alessandria, Asti, Casale, Tortona e Acqui. Il vescovo Guido Gallese spiega: "C'erano una ventina di studenti undici anni fa, adesso erano in tre e l'abbiamo chiuso. Vorrà dire che troveremo un'altra soluzione per l'edificio: c'è tanto bisogno di spazi di socialità".
La Curia di Alessandria, del resto, ha già dimostrato di essere pronta a sperimentare: nel vecchio convento di Santa Chiara è stato inaugurato da poco un collegio, affidato a un'impresa non profit, per ospitare i borsisti dell'università. "Prima di pensare a una vendita si prova sempre a contattare gli enti pubblici che potrebbero destinare l'immobile a finalità sociali", spiega padre Maurizio Di Paolo. Lui è procuratore generale dei frati minori conventuali, un ordine che negli ultimi anni ha dovuto chiudere diverse strutture, da Vicenza a Città di Castello, da Mestre a Cortona e a Ragusa. Nella città siciliana, almeno, si è riusciti ad affidare l'ex convento a un'associazione che promuove il dialogo interreligioso. "Quando si cede una casa religiosa cerchiamo di capire in mano a chi finisce perché abbiamo un vincolo morale nei confronti di chi ha fondato quel luogo" spiega il frate. Poi però si deve trovare una soluzione e allora, nella maggior parte dei casi, si accettano le offerte dei privati. "Sempre meglio che vedere quegli edifici cadere a pezzi" afferma padre Maurizio. "Con il ricavato, poi, si costruisce altrove: in India, in Venezuela, in Africa e in tutte le terre di missione".
Tutte le vendite di immobili da parte degli ordini religiosi devono poi ricevere il beneplacito del Vaticano, che riscuote una tassa di segreteria attraverso la Congregazione per gli Istituti di vita consacrata. Papa Francesco, in realtà, aveva indicato una soluzione diversa: "I conventi vuoti non sono nostri, sono per la carne di Cristo che sono i rifugiati: il Signore chiama a vivere con generosità e coraggio l'accoglienza nei conventi vuoti" ha detto il pontefice nel 2013, pochi mesi dopo la sua elezione. I dati forniti nel 2017 dal vicariato di Roma svelano però che solo 38 tra parrocchie e istituti religiosi presenti nella Capitale hanno raccolto l'esortazione. A Cosenza, invece, sono stati gli sfollati a impossessarsi del collegio abbandonato dalle canossiane: hanno fatto irruzione e non si sono più spostati, nonostante le suore stessero trattando la vendita a una clinica privata. E alla fine è dovuto intervenire il Comune, che da tre anni paga l'affitto alle religiose per far fronte all'emergenza abitativa dei senzatetto.
Sul Venerdì del 30 novembre 2018