Yasmina Reza: amo i conflitti e Macron non lo capisco
di ANAIS GINORISpeciale Libri. L'autrice francese, di cui si ripubblica una fortunata pièce, non commenta l'attualità perché, dice, "noi scrittori non siamo saggi, lavoriamo sulle contraddizioni". Però sul Président si lascia sfuggire...
PARIGI. Yasmina Reza con il testo teatrale "Arte", pubblicato nel 1994 e ora pubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, pp. 101, euro 10) è diventata la drammaturga francese più rappresentata all'estero. Il trio maschile di "Arte" era in origine stato scritto pensando a tre attori in particolare: Pierre Arditi, Fabrice Luchini e Pierre Vaneck. Perché?
"I personaggi sono ispirati ad alcuni amici ma è vero che sin dall'inizio sapevo che avrei proposto la pièce a Luchini, Arditi, Vaneck. All'epoca erano già delle vedette. Li conoscevo perché avevamo recitato insieme e sapevo che nessuno di loro avrebbe accettato una parte inferiore rispetto all'altro. Marc e Serge sono equilibrati, Yvan appare dopo nella pièce e per questo ha il lungo monologo sulle partecipazioni di matrimonio. Alla fine i ruoli sono simmetricamente perfetti".
Al centro della pièce c'&…
"I personaggi sono ispirati ad alcuni amici ma è vero che sin dall'inizio sapevo che avrei proposto la pièce a Luchini, Arditi, Vaneck. All'epoca erano già delle vedette. Li conoscevo perché avevamo recitato insieme e sapevo che nessuno di loro avrebbe accettato una parte inferiore rispetto all'altro. Marc e Serge sono equilibrati, Yvan appare dopo nella pièce e per questo ha il lungo monologo sulle partecipazioni di matrimonio. Alla fine i ruoli sono simmetricamente perfetti".
Al centro della pièce c'&…
PARIGI. Yasmina Reza con il testo teatrale "Arte", pubblicato nel 1994 e ora pubblicato da Adelphi (traduzione di Federica e Lorenza Di Lella, pp. 101, euro 10) è diventata la drammaturga francese più rappresentata all'estero. Il trio maschile di "Arte" era in origine stato scritto pensando a tre attori in particolare: Pierre Arditi, Fabrice Luchini e Pierre Vaneck. Perché?
"I personaggi sono ispirati ad alcuni amici ma è vero che sin dall'inizio sapevo che avrei proposto la pièce a Luchini, Arditi, Vaneck. All'epoca erano già delle vedette. Li conoscevo perché avevamo recitato insieme e sapevo che nessuno di loro avrebbe accettato una parte inferiore rispetto all'altro. Marc e Serge sono equilibrati, Yvan appare dopo nella pièce e per questo ha il lungo monologo sulle partecipazioni di matrimonio. Alla fine i ruoli sono simmetricamente perfetti".
Al centro della pièce c'è il quadro di un noto artista contemporaneo. "Una tela dipinta di bianco, su fondo bianco e sottili filettature diagonali bianche" che per Serge è un capolavoro e per Marc una "merda". L'arte è un pretesto per parlare degli equivoci nell'amicizia?
"Molti giornalisti mi hanno chiesto nel tempo come si spiega il successo mondiale di questa pièce. Ovviamente non ho la risposta, ma forse incide il fatto che si parla di un tema universale come l'amicizia, che vale da New York a New Delhi".
E se si fosse trattato di un triangolo di amicizia femminile?
"Forse non avrei scelto un quadro di arte contemporanea perché non immagino tre donne litigare per una cosa del genere. Nel profondo i legami di amicizia non sono poi così diversi. Molte spettatrici si riconoscono in Serge, Marc o Yvan. E io stessa ho usato ruoli maschili perché era un modo di raccontare cose di me senza che qualcuno mi riconoscesse. Era una maschera più potente".
È vero che ha rifiutato la proposta di Sean Connery di adattare "Arte" su grande schermo?
"Ho rifiutato perché allora avevo l'ambizione di portare il mio teatro all'estero. Sentivo che con 'Artè c'era una possibilità che si apriva. Sean ha accettato di produrre il testo in quanto oggetto teatrale e l'abbiamo portato a Londra con la traduzione di Christopher Hampton".
Lei alterna pièce, romanzi, racconti brevi. Come definisce il limite tra teatro e letteratura?
"Nel mio caso il limite è molto sottile, fatico persino a fare la differenza. Sono sempre io, le mie ossessioni, la mia scrittura. E alcuni editori, come Adelphi, spesso mischiano i miei testi in un unicum senza fare una distinzione di genere".
Quando comincia a scrivere, ha già in mente un personaggio?
"Parto da una situazione. "Arte" è un buon esempio. Avevo in mente la scena iniziale: un uomo che mostra un quadro bianco al suo amico che non può capire".
È un testo sul rapporto con la verità?
"Il problema non è avere di fronte qualcuno che fa un gesto per noi incomprensibile. Succede ogni giorno, anche tra amici. Marc rimprovera a Serge di rivolgersi a lui come se potesse autenticamente capire il dipinto. E Serge si offende con Marc che non ha la delicatezza di dirgli: non capisco questo quadro, ma se a te piace va bene così. Si nutre una forma di diffidenza che va a scavare nell'incrinatura più antica della loro amicizia".
Il terzo amico, Yvan, definito a un certo punto il "grande riconciliatore del genere umano", tenta disperatamente di mediare.
"Ho visto "Arte" in diverse produzioni, a Berlino, New York, Buenos Aires, Mosca. E ho constatato che le persone ridono sempre negli stessi, esatti punti. Il personaggio più amato è Yvan. Io trovo invece che sia l'amico meno affidabile, vuole tenere i piedi in due staffe, non ha mai un suo punto di vista. Ma è consensuale, quindi riscuote più successo".
Consensuale ma perseguitato dall'organizzazione del suo matrimonio, che lei fa regolarmente a pezzi nei suoi testi.
"Non è qualcosa di personale. Ho visto matrimoni felici, io stessa ho passato molti anni in coppia. Parlare del matrimonio è semplicemente un modo di rimettere in discussione le convenzioni".
Ha partecipato come attrice alla messa in scena del suo testo, Dans la luge d'Arthur Schopenhauer, scritto quindici anni fa. Perché ha scelto di recitare?
"È stato il regista Frédéric Bélier-Garcia a propormelo dodici anni fa nella prima distribuzione dello spettacolo. Ho adorato farlo allora e di nuovo adesso perché mi piace il personaggio, i miei compagni di scena, e perché mi succede raramente. Di tanto in tanto, mi è capitato di fare qualche ruolo, ho partecipato a un film di André Téchiné. Recitare è un piacere in più".
È stato facile rinunciare alla carriera d'attrice a vent'anni per passare alla scrittura drammatica?
"Nel mio primo testo teatrale, Conversazione dopo un funerale, il personaggio più giovane aveva 35 anni mentre io ne avevo 23. Ho avuto, credo, l'intelligenza di scrivere una pièce nella quale non c'era un ruolo per me. In seguito le cose sono andate talmente bene che la scrittura ha preso il sopravvento su tutto e non ho mai rimpianto la mia scelta".
Aver studiato recitazione è stato d'aiuto?
"Molti grandi autori teatrali, a cominciare da Molière, hanno l'esperienza della recitazione. Gli scrittori di letteratura sono spesso in difficoltà nel teatro perché in scena c'è solo testo, nessun contesto, bisogna conoscere la virtù del silenzio, evitare di appesantire le frasi con troppe spiegazioni".
Lei dove ha imparato a scrivere così?
"Dicono spesso che abbia una scrittura musicale. Non credo venga dalla musica, piuttosto da come i miei genitori e i loro amici parlavano a casa. Sono stata circondata da adulti che al novanta per cento erano di origine straniera, parlavano male francese, con pochi vocaboli, e quindi erano costretti ad andare all'essenziale, spesso aiutandosi da gesti. Anche l'ironia viene dalla mia famiglia. Attenzione, non è sarcasmo perché non mi pongo mai al di sopra dei miei personaggi. Io sono Lydie (personaggio del romanzo Babilonia, ndr) detestata dal marito per l'ossessione per il pollo biologico. Io sono Véronique (personaggio di Il dio del massacro, ndr) ridicola nella sua volontà di salvare il Pianeta".
Lei continua a rifiutare il ruolo di intellettuale impegnata, non accetta mai di commentare l'attualità.
"Assolutamente, sono convinta che la mia opinione non abbia nessun interesse. Noi scrittori lavoriamo sulle umane contraddizioni, non capisco come potremmo essere portatori di una forma di saggezza".
È per questo che non è voluta intervenire nel dibattito francese sul movimento #MeToo?
"Non ho intenzione di liberare la mia parola su questo né su altri argomenti pubblici. E se mai lo farò sarà solo attraverso i miei personaggi".
Il libro su Sarkozy è stata l'unica incursione così forte nel reale. Oggi la politica non le interessa più?
"Seguo tutto ma non posso mai prevedere cosa susciterà in me l'ispirazione. Ci sono vicende che mi appassionano di cui sarei però incapace di scrivere. Altre volte isolo dall'attualità un dettaglio che poi si rivela importante. Vent'anni fa avevo scritto una pagina sulla pettinatura di Trump nel monologo Une désolation senza immaginare che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. In Il dio del massacro avevo portato per la prima volta un personaggio sul palco con il cellulare".
E Macron potrebbe entrare in un suo testo?
"Lo escludo. I miei personaggi perdono le staffe, sono a nervi tesi, vivono sopra le righe. Sarkozy era così, ed è ciò che mi ha spinto verso di lui. Macron non lo capisco bene. Offre un'immagine liscia, probabilmente non è così semplice, ma anche quando perde le staffe sembra un calcolo di comunicazione. La sua biografia è romanzesca, ma il personaggio non fa per una scrittrice come me".
Speciale Libri, sul Venerdì del 30 novembre 2018
"I personaggi sono ispirati ad alcuni amici ma è vero che sin dall'inizio sapevo che avrei proposto la pièce a Luchini, Arditi, Vaneck. All'epoca erano già delle vedette. Li conoscevo perché avevamo recitato insieme e sapevo che nessuno di loro avrebbe accettato una parte inferiore rispetto all'altro. Marc e Serge sono equilibrati, Yvan appare dopo nella pièce e per questo ha il lungo monologo sulle partecipazioni di matrimonio. Alla fine i ruoli sono simmetricamente perfetti".
Al centro della pièce c'è il quadro di un noto artista contemporaneo. "Una tela dipinta di bianco, su fondo bianco e sottili filettature diagonali bianche" che per Serge è un capolavoro e per Marc una "merda". L'arte è un pretesto per parlare degli equivoci nell'amicizia?
"Molti giornalisti mi hanno chiesto nel tempo come si spiega il successo mondiale di questa pièce. Ovviamente non ho la risposta, ma forse incide il fatto che si parla di un tema universale come l'amicizia, che vale da New York a New Delhi".
E se si fosse trattato di un triangolo di amicizia femminile?
"Forse non avrei scelto un quadro di arte contemporanea perché non immagino tre donne litigare per una cosa del genere. Nel profondo i legami di amicizia non sono poi così diversi. Molte spettatrici si riconoscono in Serge, Marc o Yvan. E io stessa ho usato ruoli maschili perché era un modo di raccontare cose di me senza che qualcuno mi riconoscesse. Era una maschera più potente".
È vero che ha rifiutato la proposta di Sean Connery di adattare "Arte" su grande schermo?
"Ho rifiutato perché allora avevo l'ambizione di portare il mio teatro all'estero. Sentivo che con 'Artè c'era una possibilità che si apriva. Sean ha accettato di produrre il testo in quanto oggetto teatrale e l'abbiamo portato a Londra con la traduzione di Christopher Hampton".
Lei alterna pièce, romanzi, racconti brevi. Come definisce il limite tra teatro e letteratura?
"Nel mio caso il limite è molto sottile, fatico persino a fare la differenza. Sono sempre io, le mie ossessioni, la mia scrittura. E alcuni editori, come Adelphi, spesso mischiano i miei testi in un unicum senza fare una distinzione di genere".
Quando comincia a scrivere, ha già in mente un personaggio?
"Parto da una situazione. "Arte" è un buon esempio. Avevo in mente la scena iniziale: un uomo che mostra un quadro bianco al suo amico che non può capire".
È un testo sul rapporto con la verità?
"Il problema non è avere di fronte qualcuno che fa un gesto per noi incomprensibile. Succede ogni giorno, anche tra amici. Marc rimprovera a Serge di rivolgersi a lui come se potesse autenticamente capire il dipinto. E Serge si offende con Marc che non ha la delicatezza di dirgli: non capisco questo quadro, ma se a te piace va bene così. Si nutre una forma di diffidenza che va a scavare nell'incrinatura più antica della loro amicizia".
Il terzo amico, Yvan, definito a un certo punto il "grande riconciliatore del genere umano", tenta disperatamente di mediare.
"Ho visto "Arte" in diverse produzioni, a Berlino, New York, Buenos Aires, Mosca. E ho constatato che le persone ridono sempre negli stessi, esatti punti. Il personaggio più amato è Yvan. Io trovo invece che sia l'amico meno affidabile, vuole tenere i piedi in due staffe, non ha mai un suo punto di vista. Ma è consensuale, quindi riscuote più successo".
Consensuale ma perseguitato dall'organizzazione del suo matrimonio, che lei fa regolarmente a pezzi nei suoi testi.
"Non è qualcosa di personale. Ho visto matrimoni felici, io stessa ho passato molti anni in coppia. Parlare del matrimonio è semplicemente un modo di rimettere in discussione le convenzioni".
Ha partecipato come attrice alla messa in scena del suo testo, Dans la luge d'Arthur Schopenhauer, scritto quindici anni fa. Perché ha scelto di recitare?
"È stato il regista Frédéric Bélier-Garcia a propormelo dodici anni fa nella prima distribuzione dello spettacolo. Ho adorato farlo allora e di nuovo adesso perché mi piace il personaggio, i miei compagni di scena, e perché mi succede raramente. Di tanto in tanto, mi è capitato di fare qualche ruolo, ho partecipato a un film di André Téchiné. Recitare è un piacere in più".
È stato facile rinunciare alla carriera d'attrice a vent'anni per passare alla scrittura drammatica?
"Nel mio primo testo teatrale, Conversazione dopo un funerale, il personaggio più giovane aveva 35 anni mentre io ne avevo 23. Ho avuto, credo, l'intelligenza di scrivere una pièce nella quale non c'era un ruolo per me. In seguito le cose sono andate talmente bene che la scrittura ha preso il sopravvento su tutto e non ho mai rimpianto la mia scelta".
Aver studiato recitazione è stato d'aiuto?
"Molti grandi autori teatrali, a cominciare da Molière, hanno l'esperienza della recitazione. Gli scrittori di letteratura sono spesso in difficoltà nel teatro perché in scena c'è solo testo, nessun contesto, bisogna conoscere la virtù del silenzio, evitare di appesantire le frasi con troppe spiegazioni".
Lei dove ha imparato a scrivere così?
"Dicono spesso che abbia una scrittura musicale. Non credo venga dalla musica, piuttosto da come i miei genitori e i loro amici parlavano a casa. Sono stata circondata da adulti che al novanta per cento erano di origine straniera, parlavano male francese, con pochi vocaboli, e quindi erano costretti ad andare all'essenziale, spesso aiutandosi da gesti. Anche l'ironia viene dalla mia famiglia. Attenzione, non è sarcasmo perché non mi pongo mai al di sopra dei miei personaggi. Io sono Lydie (personaggio del romanzo Babilonia, ndr) detestata dal marito per l'ossessione per il pollo biologico. Io sono Véronique (personaggio di Il dio del massacro, ndr) ridicola nella sua volontà di salvare il Pianeta".
Lei continua a rifiutare il ruolo di intellettuale impegnata, non accetta mai di commentare l'attualità.
"Assolutamente, sono convinta che la mia opinione non abbia nessun interesse. Noi scrittori lavoriamo sulle umane contraddizioni, non capisco come potremmo essere portatori di una forma di saggezza".
È per questo che non è voluta intervenire nel dibattito francese sul movimento #MeToo?
"Non ho intenzione di liberare la mia parola su questo né su altri argomenti pubblici. E se mai lo farò sarà solo attraverso i miei personaggi".
Il libro su Sarkozy è stata l'unica incursione così forte nel reale. Oggi la politica non le interessa più?
"Seguo tutto ma non posso mai prevedere cosa susciterà in me l'ispirazione. Ci sono vicende che mi appassionano di cui sarei però incapace di scrivere. Altre volte isolo dall'attualità un dettaglio che poi si rivela importante. Vent'anni fa avevo scritto una pagina sulla pettinatura di Trump nel monologo Une désolation senza immaginare che sarebbe diventato presidente degli Stati Uniti. In Il dio del massacro avevo portato per la prima volta un personaggio sul palco con il cellulare".
E Macron potrebbe entrare in un suo testo?
"Lo escludo. I miei personaggi perdono le staffe, sono a nervi tesi, vivono sopra le righe. Sarkozy era così, ed è ciò che mi ha spinto verso di lui. Macron non lo capisco bene. Offre un'immagine liscia, probabilmente non è così semplice, ma anche quando perde le staffe sembra un calcolo di comunicazione. La sua biografia è romanzesca, ma il personaggio non fa per una scrittrice come me".
Speciale Libri, sul Venerdì del 30 novembre 2018